ERIC HOBSBAWM.
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COME CAMBIARE IL MONDO.
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Parte 3.
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Titolo originale: How To Change the World. 2011.
2011. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 10. L'influenza del marxismo. 1880-1914.
CAPITOLO 11. Nell'epoca dell'antifascismo. 1929-45.
CAPITOLO 12. Gramsci.
CAPITOLO 13. La ricezione di Gramsci.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 10. L'influenza del marxismo. 1880-1914.
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1.
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In genere le storie del marxismo hanno definito il proprio campo d'indagine per esclusione. Il loro territorio  delimitato da coloro che marxisti non sono, una categoria che tanto i marxisti dottrinari quanto gli antimarxisti impegnati hanno teso a rendere il pi ampia possibile, per ragioni politiche e ideologiche. Anche gli storici pi aperti ed ecumenici hanno mantenuto una netta separazione fra "marxisti" e "non marxisti", riservando le loro attenzioni ai primi, sebbene pronti ad ampliare il pi possibile questa categoria. E vi sono anzi obbligati, perch senza una simile separazione, una storia particolare del marxismo non avrebbe bisogno di essere scritta, o forse non potrebbe. Eppure sono anche stati tentati di scrivere la storia del marxismo esclusivamente come quella dello sviluppo della teoria marxista e dei dibattiti al suo interno, e di trascurare pertanto un'importante, sebbene non facilmente definibile, area d'irradiazione marxista. Tuttavia, questa non pu essere tralasciata dallo storico del mondo moderno in quanto distinta dal movimento marxista. La storia del "darwinismo" non pu essere confinata a quella dei darwiniani o anche dei biologi in generale. Non pu che considerare, sia pure solo marginalmente, l'uso di idee, metafore o anche frasi darwiniane entrate a far parte dell'universo intellettuale di persone che non si sono mai interessate della fauna delle isole Galapagos o delle modifiche precise alla teoria della selezione naturale richieste dalla genetica moderna. Allo stesso modo, l'influenza di Freud si estende assai al di l delle scuole di psicanalisi divergenti e in conflitto tra loro, cos come di quanti non hanno mai letto neppure una riga scritta dal suo fondatore. Marx, al pari di Darwin e Freud, appartiene alla piccola schiera di pensatori i cui nomi e idee sono, in una forma o nell'altra, entrati nella cultura generale del mondo moderno. L'influenza del marxismo sulla cultura cominci a farsi sentire all'incirca nel periodo della Seconda Internazionale. Questo capitolo tenter di prenderla in esame.
L'eccezionale espansione dei movimenti operai e socialisti collegati al nome di Karl Marx negli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento diffusero inevitabilmente le sue teorie (o quelle che erano ritenute tali) sia all'interno sia all'esterno di questi movimenti. Dentro di essi, il "marxismo" entr in competizione con altre ideologie della sinistra, e in diversi Paesi le soppiant, almeno ufficialmente. Al di fuori, l'impatto della "questione sociale" e la crescente pressione dei movimenti socialisti attirarono l'attenzione sulle idee del pensatore il cui nome era sempre pi identificato con essi, e la cui originalit e impressionante statura intellettuale erano evidenti. Malgrado i tentativi polemici di dimostrare che Marx fosse facilmente screditabile e che avesse detto poco di pi dei primi altri socialisti e critici del capitalismo (o persino che li avesse in gran parte plagiati), era improbabile che i non marxisti seri commettessero un errore tanto elementare.1 In una certa misura, la sua analisi era utilizzata come supplemento ad analisi non marxiste, come quando alcuni economisti britannici, negli anni Ottanta, consci dei limiti della teoria maltusiana ortodossa della disoccupazione, svilupparono un interesse generalmente positivo per le idee di Marx sull'"esercito industriale di riserva".2 Un simile approccio spassionato era, naturalmente, pi improbabile in Paesi in cui i movimenti dei lavoratori di ispirazione marxista erano meno trascurabili di quanto non fossero a quei tempi in Gran Bretagna. L, il bisogno di mobilitare l'artiglieria pesante dell'intelletto accademico per confutare Marx o almeno per comprendere la natura del suo appello, era avvertito con maggiore urgenza. Ne risult, specialmente in Germania e in Austria nella met e alla fine degli anni Novanta dell'Ottocento, la comparsa di opere di grande peso sostanziale ed erudizione dedicate a questo scopo: Das Ende des Marxschen Systems di Bhm-Bawerk (1896), Wirtschaft und Recht nach materialistischer Geschichtsauffassung di Rudolf Stammler e Die Arbeiterfrage di Heinrich Herkner (1896).3
Un'altra forma d'influenza marxista al di fuori dei movimenti operai e socialisti si esercitava attraverso i semimarxisti ed ex marxisti che divennero via via sempre pi numerosi dopo la "crisi del marxismo", nei tardi anni Novanta. Questo  il periodo in cui si assiste alla nascita del noto fenomeno del marxismo in quanto stadio temporaneo dello sviluppo politico e intellettuale di uomini e donne; e, come sappiamo,  raro che coloro che sono passati attraverso tale stadio non ne siano rimasti in qualche modo segnati. Basta semplicemente menzionare nomi come quello di Croce in Italia, Struve, Berdjaev e Tugan-Baranowskij in Russia, Sombart e Michels in Germania o, in un campo meno accademico, Bernard Shaw in Gran Bretagna, per rendersi conto del peso di questa prima generazione di ex marxisti degli anni Ottanta e Novanta nella vita culturale e intellettuale del periodo. Agli ex marxisti va aggiunto il gruppo sempre pi nutrito di coloro che, sebbene riluttanti a rompere i loro legami col marxismo, si allontanarono progressivamente da quella che stava diventando un'ortodossia pi nettamente definita, come molti intellettuali tedeschi "revisionisti" e quanti, bench non marxisti, erano attratti da alcuni aspetti delle idee di Marx soprattutto perch schierati con una sinistra socialista.
Queste forme di irradiazione del marxismo si trovavano, in misura maggiore o minore, ovunque il movimento dei lavoratori o socialista si sviluppava in questo periodo, vale a dire in gran parte dell'Europa e in alcune aree abitate principalmente o largamente da immigrati europei. Al di fuori del raggio di simili movimenti, tale irradiazione esisteva appena in questo periodo, con la possibile, ma in ogni caso marginale, eccezione del Giappone. Non vi sono prove dell'influenza marxista nei movimenti rivoluzionari pre-1914 in India, sebbene questi fossero aperti non soltanto (naturalmente) a influssi intellettuali britannici, ma anche russi, e sebbene il gruppo sociale dal quale, per esempio, provenivano i terroristi bengalesi del periodo antecedente al 1914, si sarebbe in seguito dimostrato altamente ricettivo nei confronti del marxismo. Non ve ne sono affatto nel mondo islamico, nell'Africa sub-sahariana o, con l'eccezione del "cono meridionale" ad alta densit migratoria, in America latina. Tutte queste zone possiamo quindi tralasciarle.
D'altro canto, l'irradiazione del marxismo era particolarmente importante e diffusa in alcuni Paesi europei in cui quasi tutto il pensiero sociale, a prescindere dalle sue connessioni politiche con i movimenti operai e socialisti, era segnato dall'influenza di Marx. In questo contesto egli non era tanto il contendente delle ortodossie borghesi riconosciute (che esistevano appena), quanto piuttosto uno dei principali padri fondatori di qualunque tipo di analisi della societ e delle sue trasformazioni. Questo era vero in alcune parti dell'Europa orientale e specialmente nella Russia zarista. In tali Paesi anche allora non c'era modo di evitare Marx, poich era gi parte integrante del tessuto generale della vita intellettuale. Ci non significa che tutti coloro che furono sottoposti alla sua influenza si considerarono, o possano essere considerati oggigiorno, marxisti in senso specifico.
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2.
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Sebbene il periodo di cui si occupa il presente capitolo non duri che poco pi di trent'anni, non pu tuttavia essere trattato come un'unit indifferenziata: bisogna distinguere almeno tre sottoperiodi. Il primo  quello caratterizzato dalla comparsa di partiti socialisti e operai pi o meno orientati in senso marxista in vari periodi degli anni Ottanta e nei primi Novanta dell'Ottocento, e specialmente dall'enorme salto in avanti compiuto da questi movimenti nei primi cinque o sei anni dell'Internazionale. Ci che  importante in questa fase non  tanto la forza organizzativa, elettorale o sindacale di tali movimenti, bench questa si rivelasse spesso notevole, ma la loro improvvisa irruzione nella scena politica dei rispettivi Paesi e (attraverso iniziative quali il Primo maggio) a livello internazionale, cos come l'eccezionale, e a volte utopistica, ondata di speranze della classe operaia, dalla quale sembravano essere sospinti. Il capitalismo era in crisi: la sua fine, sebbene non sempre concepita in forma specifica, appariva imminente. Sia la penetrazione del marxismo in seno ai movimenti operai - il Partito socialdemocratico tedesco vi ader ufficialmente nel 1891 - sia la sua diffusione, positiva e negativa, all'esterno di questi movimenti fecero quindi progressi sorprendenti in numerosi Paesi.
Il secondo sottoperiodo comincia a met degli anni Novanta, quando la ripresa dell'espansione capitalistica su scala mondiale divenne evidente. A dispetto delle fluttuazioni, i movimenti operai socialisti di massa, laddove esistevano, continuarono a crescere rapidamente; e in effetti in alcuni Paesi nacquero proprio in questa fase dei movimenti di massa, o comunque pi o meno organizzati in modo permanente; tuttavia, divenne sempre pi chiaro che, nelle zone in cui erano legali, la rivoluzione o la totale trasformazione sociale non erano il loro obiettivo immediato. La "crisi nel marxismo",4 che gli osservatori esterni rilevarono a partire dal 1898, non si riduceva soltanto a un dibattito circa il significato, per la teoria marxista, di questa dimostrazione di prosperit del capitalismo, il dibattito "revisionista". Era anche dovuta alla comparsa di gruppi con interessi molto diversi all'interno di quello che, fino a poco prima, appariva come un singolo, impetuoso balzo in avanti del socialismo: per esempio, le scissioni nazionali all'interno di movimenti come quelli austriaco, polacco e russo. Questo chiaramente trasform la natura sia della discussione in seno al marxismo e ai movimenti socialisti, sia l'impatto del marxismo al di fuori di essi.
La Rivoluzione russa introduce un terzo sottoperiodo, la cui conclusione si pu situare nel 1914. Era contraddistinto da un lato dalla ripresa di vaste azioni di massa, nella scia della rivoluzione del 1905 e, qualche anno pi tardi, nelle agitazioni operaie che precedettero lo scoppio della Prima guerra mondiale; e dall'altro dal corrispondente risveglio di una sinistra rivoluzionaria, sia in seno ai movimenti marxisti sia indipendentemente da essi (il sindacalismo rivoluzionario). Allo stesso tempo, le dimensioni dei movimenti operai di massa organizzati continuarono a crescere. Tra il 1905 e il 1913 gli iscritti ai sindacati socialdemocratici nei Paesi collegati all'Internazionale sindacale di Amsterdam erano raddoppiati, da poco meno di tre milioni a quasi sei,5 mentre i socialdemocratici erano il maggior partito, avendo raccolto dal 30 al 40 per cento dei voti, in Germania, Finlandia e Svezia.
L'interesse per il marxismo al di fuori dei movimenti socialisti naturalmente crebbe. Cos, l'"Archiv fr Sozialwissenschaft und Sozialpolitik" di Max Weber pubblic soltanto quattro articoli sull'argomento tra il 1900 e il 1904, ma quindici tra il 1905 e il 1908, mentre il numero di tesi universitarie tedesche sul socialismo, la classe operaia e temi analoghi pass da una media di due o tre all'anno negli anni Novanta, a quattro nel 1900-5, 10,2 nel 1905-9 e 19,7 nel 1909-12.6 Poich in questo periodo il movimento rivoluzionario non era identificato soltanto con il marxismo (il sindacalismo rivoluzionario e altre forme meno definite di ribellione erano in competizione con esso negli ultimi anni prima della guerra) l'impatto del marxismo sia sui potenziali simpatizzanti sia sui critici era complesso e difficile da determinare. Eppure, in una forma o nell'altra, probabilmente era pi diffuso di quanto lo fosse stato in passato, in particolare attraverso le opere del gruppo ormai consistente di ex marxisti, o di coloro che sentivano di dover definire la propria posizione in relazione al marxismo.
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3.
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Se si vuole delineare pi precisamente l'influenza del marxismo, occorre considerare due variabili importanti in aggiunta alle pure e semplici dimensioni (e quindi alla presenza politica) dei partiti operai e socialisti: cio in quale misura erano essi stessi marxisti e in quale misura il marxismo costituiva un richiamo per il ceto che pi di qualunque altro era probabile si interessasse alle teorie, cio gli intellettuali.
I movimenti operai erano ufficialmente identificati con il marxismo, o destinati a esserlo; oppure erano associati con altre ideologie rivoluzionarie o di tipo socialista; oppure erano essenzialmente non socialiste. In generale, i partiti membri della Seconda Internazionale, guidati dalla Spd tedesca, appartenevano perlopi al primo tipo, sebbene in essi l'egemonia del marxismo oscurasse la presenza di numerosi altri influssi ideologici. Ciononostante, ve n'erano alcuni, come per esempio in Francia, prevalentemente imbevuti di tradizioni rivoluzionarie pi vecchie e indigene, alcune a malapena tinte dall'influenza di Marx. E bench ci fossero Paesi in cui in questi partiti la presenza della sinistra socialista fosse schiacciante, in altri essa era in concorrenza con ideologie e movimenti rivali.
Tuttavia, tra le ideologie in concorrenza con la sinistra, escludendone alcune a carattere prevalentemente nazionalista, l'influenza marxista aveva un certo margine di penetrazione, in parte perch (a meno che non vi fossero particolari ragioni che lo impedissero) il legame con i massimi teorici del socialismo aveva un certo valore simbolico, ma soprattutto perch la loro analisi teorica dei mali della societ era scarsamente sviluppata in confronto alle loro idee su come realizzare la rivoluzione e ai loro progetti sul futuro postrivoluzionario, per quanto questi fossero vaghi. Le principali ideologie che qui ci interessano, in aggiunta a quelle fondamentalmente nazionaliste (che a loro volta si infiltrarono nel marxismo), sono l'anarchismo, il sindacalismo rivoluzionario (che in parte ne deriva), le tendenze populiste, naturalmente la tradizione radical-giacobina, in particolare nella sua forma rivoluzionaria. Dalla met degli anni Novanta dell'Ottocento in poi, bisogna prestare anche una certa attenzione a un socialismo riformista non marxista il cui principale centro intellettuale era la Fabian Society britannica. Per quanto piccola, questa esercitava una certa influenza internazionale, non soltanto attraverso i residenti temporanei stranieri che ne subivano l'influsso, in particolare Eduard Bernstein, ma anche attraverso i canali culturali tra la Gran Bretagna e Paesi come quelli scandinavi o l'Olanda. Tuttavia, per quanto questa diffusione del fabianesimo sia interessante, il fenomeno  troppo limitato per soffermarci su di esso.7 La tradizione radical-giacobina rest perlopi impermeabile alla penetrazione del marxismo, anche quando - o forse solo perch - i suoi membri pi rivoluzionari erano fin troppo desiderosi di rendere omaggio a un grande nome rivoluzionario e di identificarsi con le cause a lui associate. Il marxismo rimase insolitamente poco sviluppato in Francia. Fino agli anni Trenta del Novecento, numerosi illustri intellettuali del Partito comunista francese non possono essere seriamente definiti come teorici marxisti, anche se all'epoca molti di loro, ma non tutti, cominciarono a definirsi tali. La rivista intellettuale del partito, "La Pense", fondata nel 1938, porta ancora il sottotitolo Una rivista di razionalismo moderno. L'anarchismo, al contrario, malgrado la notoria ostilit fra Marx e Bakunin, attinse largamente all'analisi marxiana, eccetto su punti specifici su cui i due movimenti erano in disaccordo. Ci non era sorprendente dal momento che, fino a quando gli anarchici non furono esclusi dall'Internazionale nel 1896, e in certi Paesi anche pi tardi, spesso non era possibile tracciare una linea netta nel movimento rivoluzionario tra essi e i marxisti, entrambi parte dello stesso milieu di ribellione e speranza.
Le divergenze teoriche tra il marxismo ortodosso e il sindacalismo rivoluzionario erano pi profonde, anche solo perch ci che questi rivoluzionari respingevano del marxismo non erano semplicemente le sue idee sull'organizzazione e lo Stato, ma l'intero sistema di analisi storica identificato con Kautsky. Essi lo consideravano alla stregua del determinismo storico - fatalismo, addirittura - nella teoria, e riformismo nella pratica. Anzi, il sindacalismo rivoluzionario esercitava una certa attrazione sugli intellettuali di sinistra dediti al dibattito ideologico, ma non va dimenticato che anche coloro che non provenivano dal marxismo, in particolare quelli che erano troppo giovani negli anni Novanta, respiravano un'aria satura di argomentazioni marxiste. Cos G.D.H. Cole, un ribelle ma assai poco continentale giovane socialista britannico, considerava gli scritti di Georges Sorel come naturalmente "neomarxisti".8 In realt, gli intellettuali sindacalisti rivoluzionari protestavano non tanto contro l'analisi marxista in s, quanto contro l'evoluzionismo automatico della socialdemocrazia ufficiale e quello che il giovane Gramsci defin pensiero rivoluzionario che soffocava sotto "incrostazioni positivistiche e naturalistiche";9 vale a dire contro la strana miscela di Marx e Darwin, Spencer e altri pensatori positivisti che cos spesso veniva spacciato per marxismo, in particolare in Italia. A dire il vero, in Occidente, la prima generazione convertita al marxismo, in massima parte coloro che erano nati attorno al 1860, fusero molto naturalmente Marx con le influenze intellettuali prevalenti all'epoca. Per molti di loro il marxismo, per quanto teoria nuova e originale, apparteneva alla sfera generale del pensiero progressista, sebbene politicamente pi radicale e connesso specificamente al proletariato.
In contrasto, nella socialmente esplosiva Europa orientale, nessun'altra spiegazione della trasformazione del XIX secolo nella modernit poteva competere con il marxismo, e la sua influenza divenne sempre pi profonda, anche prima che in quei Paesi si sviluppassero movimenti della classe lavoratrice, per non dire operai, o ideologie borghesi di qualunque importanza che non fossero nazionalismi locali. Questa  la ragione per cui la Russia, patria di un ceto non inserito, l'"intellighenzia" critica, produsse fervidi lettori del Capitale prima che qualsiasi altra nazione, e perch, pi tardi, l'Europa orientale sarebbe diventata la patria fondamentale di un'erudizione e di un'analisi marxista appassionata. Da un punto di vista politico, i primi ammiratori russi di Marx avevano la tendenza a simpatizzare con i populisti (fino alla loro conversione in gruppi marxisti negli anni Ottanta), ma includevano anche numerosi economisti universitari chiaramente non radicali che accettavano il metodo analitico marxista, nonch la sua terminologia.10 La Russia, nello specifico, venne conquistata da un'ideologia che annunciava che il progresso del capitalismo era storicamente irreversibile e non poteva essere sopraffatto dalla resistenza di forze a esso esterne (come quelle dei contadini), per quanto ostili esse fossero, ma soltanto da forze che aveva esso stesso generato e che erano destinate a subentrargli. Ci significava che la Russia doveva passare attraverso lo stadio del capitalismo.
Ne consegue il paradosso del marxismo russo: era sia un'alternativa all'anticapitalismo rivoluzionario a base contadina dei populisti (che avevano in ogni caso fatto proprie alcune parti dell'analisi del capitalismo di Marx) sia una giustificazione dello sviluppo del capitalismo borghese in un Paese a esso profondamente indifferente. Produsse, oltre a dei rivoluzionari, il curioso fenomeno dei "marxisti legali", che credevano nell'avanzamento della crescita economica attraverso il capitalismo, ma consideravano irrilevante la prospettiva del suo rovesciamento. Nell'Europa centrale e occidentale, dove pensatori del genere si sarebbero definiti quasi certamente, in un certo senso, liberali, una simile riconciliazione tra Marx e la borghesia non era necessaria. Qualunque fosse il disaccordo tra tutti questi settori della sinistra russa istruita, eccetto per una frangia marginale (Tolstoj), l'influenza di Marx era pervasiva.
Entro gli anni Novanta dell'Ottocento, i movimenti operai non collegati al socialismo erano tanto comuni nel mondo anglosassone - Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti - quanto rari al di fuori di esso. Ciononostante, anche in quei Paesi, il marxismo aveva una certa importanza, seppur minore rispetto all'Europa continentale. N, specialmente negli Stati Uniti, bisogna sottovalutare l'importanza delle migrazioni di massa dalla Germania, dalla Russia zarista e da altre nazioni, che spesso portarono con s nel Nuovo Mondo ideologie influenzate dal marxismo come parte del loro bagaglio intellettuale.11 N tanto meno va dimenticato il movimento di resistenza al "grande business" durante questo periodo di acuta tensione sociale e fermento negli Stati Uniti, che rese un gruppo di pensatori radicali ricettivi nei confronti delle critiche socialiste del capitalismo, o almeno interessati a esse. Basti pensare non soltanto a Thorstein Veblen, ma a economisti progressisti e posizionati al centro come Richard Ely (1854-1943), il quale "esercit probabilmente pi di chiunque altro un'influenza sull'economia americana durante il suo periodo formativo vitale".12 Per queste ragioni gli Stati Uniti, pur conoscendo uno scarso sviluppo di un pensiero marxista autonomo, divennero, abbastanza sorprendentemente, un importante centro di diffusione degli scritti e dell'influenza marxisti. Questa tocc non soltanto i Paesi del Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone), ma anche la Gran Bretagna, dove nel Novecento piccoli ma crescenti gruppi di attivisti marxisti del movimento operaio ricevettero molta loro letteratura, che includeva non solo Marx ed Engels, ma anche Dietzgen, dall'editore Charles H. Kerr di Chicago.13
In ogni caso, poich i movimenti operai non socialisti non sembravano porre una sfida seria all'egemonia intellettuale dei gruppi dominanti, i loro intellettuali non avvertivano ancora la necessit di raccogliere con urgenza questa sfida. Durante gli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento discussero Marx e il socialismo molto pi che nel Novecento. Cos, per l'lite intellettuale di Cambridge legata al club di discussione (segreto) generalmente noto come "gli Apostoli" (H. Sidgwick, Bertrand Russell, G.E. Moore, Lytton Strachey, E.M. Forster, J.M. Keynes, Rupert Brooke, e altri), l'inizio del XX secolo fu un periodo sostanzialmente apolitico. Sebbene Sidgwick avesse criticato Marx e Bertrand Russell, vicino ai fabiani negli anni Novanta dell'Ottocento, avesse scritto un libro sulla socialdemocrazia tedesca (1896), l'economista pi importante e, come si sarebbe poi rivelato, pi politicamente attivo che emerse da questo circolo, J.M. Keynes, non mostr alcun interesse per Marx, sempre ammesso che lo conoscesse, n per il dibattito economico su di lui. E questo nonostante l'ultima generazione di studenti pre-1914 avesse iniziato a orientarsi verso il socialismo, seppure in forma non marxista.14
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Il secondo fattore che avrebbe potuto presumibilmente determinare l'influenza del marxismo era l'attrazione che esercitava sugli intellettuali della classe media come gruppo, a prescindere dalle dimensioni del locale movimento operaio. Vi erano forti movimenti operai che a quel tempo non annoveravano n attiravano in pratica alcun intellettuale, come in Australia (dove pure c'era un governo laburista al potere gi nel 1904). Forse questo era dovuto al fatto che in quel continente vi erano pochi intellettuali. Analogamente, il forte movimento operaio spagnolo, soprattutto anarchico, esercitava scarsa attrattiva nei confronti degli intellettuali spagnoli. Conosciamo invece bene tutte le organizzazioni marxiste limitate essenzialmente all'ambito degli studenti universitari, sebbene all'apogeo della Seconda Internazionale un fenomeno simile sarebbe stato abbastanza insolito.  tuttavia evidente che alcuni movimenti socialisti, come quello russo, erano per la maggior parte composti da intellettuali, non fosse altro perch gli ostacoli alla nascita legale di movimenti operai di massa erano cos grandi. Allo stesso modo, vi erano altri Paesi, come l'Italia, dove il richiamo del socialismo per gli intellettuali e i professori universitari fu particolarmente rilevante, almeno per un certo periodo.
Non  il caso in questa sede di inoltrarci troppo nella sociologia degli intellettuali come gruppo, o porci il problema se formassero o meno un ceto separato (intellighenzia), sebbene questo a volte fosse oggetto della discussione marxista. In tutti i Paesi esistevano gruppi di uomini, e in misura assai minore di donne, che avevano ricevuto una qualche sorta di istruzione accademica, ed  l'attrattiva del socialismo/marxismo nei loro confronti a essere oggetto di discussione.15 Nei dibattiti della Spd, a coloro che oggi chiameremmo "intellettuali" ci si riferiva di solito come Akademiker, persone laureate. Bisogna fare tuttavia due osservazioni. In molti Paesi si deve operare una distinzione abbastanza chiara tra i praticanti di quanto il tedesco opportunamente esprime come Kunst (tutte le arti) e i praticanti di ci che viene indicato come Wissenschaft (tutto il mondo del sapere e della scienza), bench per ambedue l'area di reclutamento fosse quella delle classi medie. Cos in Francia l'anarchismo, che attirava un gran numero di "artisti" (nel senso pi ampio del termine) negli anni Novanta dell'Ottocento, non costituiva un richiamo importante per gli universitaires. In questo contesto, la differenza pu soltanto essere indicata e non spiegata. I rapporti tra il marxismo e le arti saranno considerati a parte, pi avanti. In secondo luogo, occorre fare una distinzione fra i Paesi in cui una minoranza di intellettuali era prevalente nei partiti e nei movimenti socialisti, mentre la maggioranza ne restava al di fuori (come, diciamo, in Germania e in Belgio), e quelli in cui il termine "intellettuale" e "intellettuale di sinistra" erano, almeno per quanto concerne i giovani, quasi intercambiabili (come in Russia). La maggior parte dei movimenti socialisti, naturalmente, diede all'interno della propria leadership un posto prominente agli intellettuali (Victor Adler, Troelstra, Turati, Jaurs, Branting, Vandervelde, Luxemburg, Plechanov, Lenin, ecc.) oltre a trarre quasi esclusivamente da essi i loro teorici.
Non vi sono studi comparativi adeguati sull'atteggiamento politico degli studenti e dei professori europei in quel periodo, ancora meno dei pi ampi ceti intellettuali che avrebbero annoverato la maggior parte degli intellettuali adulti. La nostra valutazione dell'attrazione del socialismo/marxismo nei loro confronti deve quindi basarsi su delle impressioni.16 Nel complesso, tuttavia, si pu senz'altro affermare che questo richiamo era insolitamente forte soltanto in alcune nazioni, in particolare nella periferia della zona sviluppata del capitalismo.
Nella penisola iberica, il grosso degli intellettuali rimase composto da liberali anticlericali e radicali. Questa  forse la ragione per cui la "generazione del '98" che richiedeva un rinnovamento della Spagna dopo le sconfitte in guerra (Unamuno, Baroja, Maeztu, Ganivet, Valle-Incln, Machado e altri), pur non potendo definirsi liberale, non era nemmeno socialista. In Gran Bretagna gli intellettuali erano per la stragrande maggioranza liberali di questo o quel tipo, assai poco attratti dal socialismo, sebbene quest'attrazione poteva essere maggiormente avvertita in un settore pi marginale, quello delle donne giovani e istruite della classe media, che rappresentavano una quota rilevante dei membri della Fabian Society e un modello per lo stereotipo giornalistico della new woman degli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento. Un importante movimento studentesco socialista non cominci a emergere che negli ultimi anni prima del 1914. La maggior parte degli intellettuali maschi nella Fabian Society proveniva da un nuovo ceto di professionisti che si erano "fatti da s", il cui retroterra erano la classe lavoratrice e la piccola borghesia (Shaw, Webb, H.G. Wells, Arnold Bennett).17 Anzi, il pi interessante teorico della sinistra inglese, J.A. Hobson, personaggio tanto vicino alle tendenze continentali sia da essere influenzato da Marx (nel suo Development of Modern Capitalism) sia da influenzare lui stesso i marxisti (attraverso il suo Imperialism), non era, tipicamente, nemmeno un socialista fabiano, bens un liberale progressista. Gli intellettuali marxisti nazionali della classe media erano numericamente e intellettualmente trascurabili, con l'eccezione di William Morris (su cui torneremo in seguito).
La tradizione rivoluzionaria francese naturalmente esercitava una vasta influenza sugli intellettuali di quel Paese e, dal momento che includeva una componente socialista nazionale, l'influsso del socialismo si fece sentire a sua volta, sebbene spesso soltanto come simbolo temporaneo delle opinioni di sinistra. (Michels osserva, in contrasto con la perdurante lealt in altri Paesi, che "cinque su sei dei deputati eletti come socialisti in Francia nel 1893, nel 1907 erano diventati non semplicemente non socialisti, ma antisocialisti".)18 In maniera analoga, un ultraradicalismo giovanile faceva parte della tradizione borghese. Non c' quindi alcuna difficolt a scoprire tendenze socialiste presso gli intellettuali francesi, e alcune prestigiose istituzioni, come l'cole Normale Suprieure, divennero autentici vivai di intellettuali socialisti o socialisteggianti a partire dagli anni Novanta dell'Ottocento, in particolare durante il periodo caratterizzato dal caso Dreyfus. Tuttavia, poich l'influenza di Marx, o anche quella del partito socialista che proclamava la sua fedelt a Marx, i guesdisti, era limitata,19 resta poco da dire circa la sua attrattiva per gli intellettuali francesi in questo periodo. Anzi, prima del 1914 le opere di Marx ed Engels reperibili in francese costituivano una selezione evidentemente pi modesta di quelle disponibili, se includiamo le edizioni americane, in inglese. Per non parlare di quelle in tedesco, italiano o russo.20
La comunit intellettuale e accademica tedesca, quale che fosse il suo liberalismo nel 1848, era, dagli anni Novanta, profondamente devota all'impero guglielmino e, anzich esserne attratta, apertamente avversa al socialismo; con la possibile eccezione degli ebrei, tra i quali, secondo la stima non documentata di Michels del 1907, il 20-30 per cento degli intellettuali sosteneva la socialdemocrazia.21 Mentre tra il 1889 e il 1909 le universit francesi produssero trentuno tesi di laurea sul socialismo, la socialdemocrazia e Marx, l'assai pi vasta comunit accademica tedesca sullo stesso argomento e nello stesso periodo ne produsse soltanto undici.22 Il marxismo e la socialdemocrazia preoccupavano gli intellettuali e gli accademici tedeschi, senza attrarne molti. Inoltre, vi sono alcune prove del fatto che era molto pi probabile che quanti avvertivano il richiamo della socialdemocrazia, almeno fino agli ultimi anni prima del 1914, aderissero in misura maggiore alla sua ala moderata e revisionista che non a quella sinistra. Di certo, l'organizzazione degli studenti socialisti in Germania era tra i primi portabandiera del revisionismo. Il partito tedesco era, naturalmente, per la stragrande maggioranza proletario nella sua composizione, persino pi di altri partiti socialisti di massa.23 Anche entro questi limiti, per, il potere di attrazione relativamente modesto del marxismo nei confronti degli intellettuali tedeschi  suggerito dal fatto che il partito stesso dovette importare svariati dei suoi importanti teorici marxisti dall'estero: Rosa Luxemburg dalla Polonia, Kautsky e Hilferding dall'Austria-Ungheria, "Parvus" dalla Russia.
Tra gli Stati pi piccoli dell'Europa nordoccidentale, il Belgio e le nazioni scandinave svilupparono partiti di massa relativamente enormi e fortemente operai, identificati ufficialmente con il marxismo, sebbene in Belgio il Parti ouvrier, che aveva una base ampia, incarnasse anche precedenti tradizioni nazionali della sinistra. Tra gli scandinavi, i danesi sembrano aver mostrato un interesse in qualche modo pi forte per Marx rispetto agli svedesi e ai norvegesi. A parte occasionali medici o pastori protestanti, i dirigenti in Norvegia erano operai principalmente. Il movimento svedese, come il resto degli scandinavi (compresi anche i solidamente organizzati finlandesi), non produsse teorici di spicco e non partecip in modo significativo ai dibattiti dell'Internazionale. Nel mondo delle arti l'attrattiva del socialismo (o dell'anarchismo) poteva essere pi forte, ma nel complesso sembra probabile che il socialismo degli intellettuali scandinavi fosse una sorta di estensione verso sinistra del radicalismo democratico e progressista cos caratteristico di quella parte d'Europa, forse con una speciale enfasi sulla riforma nel campo della cultura e della morale sessuale. Se c' una figura rappresentativa della sinistra teorica degli intellettuali svedesi in questo periodo,  probabilmente quella dell'economista Knut Wicksell, repubblicano radicale, ateo, femminista e neomaltusiano, che per rimase lontano dal socialismo.
Il ruolo di Olanda e Belgio nella cultura europea fu probabilmente pi importante in questo periodo che in ogni altro dal XVII secolo. Nel partito operaio belga, prevalentemente proletario, ebbero una parte di rilievo intellettuali e universitari provenienti soprattutto dal milieu razionalista di Bruxelles: Vandervelde, Huysmans, Destre, Hector Denis, Edmond Picard e, pi a sinistra, De Brouckre. Ciononostante,  possibile notare che sia il partito sia i suoi portavoce intellettuali tendevano a collocarsi a destra del movimento internazionale e potevano, secondo gli standard internazionali, essere considerati come marxisti soltanto in modo approssimativo.24 C' da dubitare che Vandervelde si sarebbe definito marxista in un tempo e in un luogo diversi. Come ha osservato G.D. H. Cole: "Entr nel movimento socialista in un'epoca in cui il marxismo, nella sua forma socialdemocratica tedesca, era divenuto a tal punto il fattore chiave nello sviluppo socialista in Europa occidentale, che non solo era quasi necessario, ma anche naturale per qualunque socialista continentale che aspirasse alla leadership politica, specialmente a livello internazionale, accettare la prevalente cornice marxista e adattare a essa il proprio pensiero".25 E, occorre aggiungere, soprattutto in un partito operaio di massa di un piccolo Paese. Di certo l'influenza del marxismo sugli intellettuali belgi non era rilevante.
L'Olanda, dove non si svilupp un movimento operaio nazionale di peso politico comparabile, era l'unico Stato europeo occidentale in cui l'influenza del socialismo fra gli intellettuali sembri essere stata culturalmente cruciale, e per converso il ruolo degli intellettuali nel movimento insolitamente marcato.26 Il Partito socialdemocratico era anzi, a volte, descritto sarcasticamente come il partito degli studenti, dei pastori e degli avvocati. Alla fine divenne, come altrove, un partito prevalentemente costituito da operai manuali qualificati; ma le divisioni tradizionali e dominanti del Paese in gruppi confessionali (calvinisti, cattolici e laici), ciascuno dei quali costituiva un blocco politico trasversale rispetto ai confini di classe, inizialmente lasciarono meno margine di manovra che altrove per la formazione di un partito di classe. Questo sembra essere collegato a un netto allargamento del settore secolare della cultura. Da principio il nuovo partito poggiava in gran parte su due settori alquanto atipici: i lavoratori agricoli delle fattorie della Frisia (sia territorialmente marginali sia specifici dal punto di vista nazionale) e i tagliatori di diamanti ebrei di Amsterdam. In questo piccolo movimento, intellettuali come Troelstra (1860-1930), un frisone che divenne il principale leader moderato del partito, e Herman Gorter, una figura letteraria di spicco che, assieme alla poetessa Henrietta Roland-Holst e all'astronomo A. Pannekoek, avrebbe capeggiato la sinistra rivoluzionaria, svolsero un ruolo sproporzionatamente vistoso. A colpire non  solo il peso che avevano gli intellettuali nel partito o la comparsa di alcuni interessanti scienziati sociali marxisti, come il criminologo W. Bonger, ma soprattutto il rilievo internazionale assunto dagli intellettuali nazionali dell'ultrasinistra. A dispetto delle somiglianze e dei collegamenti con Rosa Luxemburg, esso era indipendente dall'influenza dell'Est europeo. Gli olandesi erano un caso anomalo in Europa occidentale, bench di dimensioni limitate.
Il potente Partito socialdemocratico austriaco era sia particolarmente militante sia particolarmente identificato con il marxismo, se non altro attraverso la stretta amicizia personale tra il suo leader, Victor Adler (1852-1918) e l'anziano Engels. Anzi, l'Austria fu l'unico Paese a produrre una scuola marxista specificamente identificata con esso: l'austro-marxismo. Con la monarchia asburgica si entra per la prima volta in una regione in cui la presenza del marxismo nella cultura generale  innegabile e il richiamo della socialdemocrazia per gli intellettuali pi che marginale. La loro ideologia, tuttavia, era inevitabilmente e profondamente segnata da quel "problema nazionale" che determin il destino della monarchia. Gli austro-marxisti furono i primi ad analizzarlo in modo sistematico.27
Gli intellettuali di quelle nazioni che non godevano di autonomia, come i cechi, erano largamente attratti dal proprio nazionalismo linguistico o, se facevano parte di territori irredenti, da quello dello Stato nel quale aspiravano a unirsi (Romania, Italia). Anche quando subivano l'influenza dei socialisti, era probabile che l'elemento nazionale prevalesse, come nei "socialisti populisti" che si scissero dal partito austriaco verso la fine degli anni Novanta dell'Ottocento per diventare essenzialmente un partito radicale piccolo borghese ceco. Sebbene consapevoli nel profondo del marxismo, ne rimasero sostanzialmente immuni: il pi autorevole intellettuale ceco, Tom Masaryk, acquist fama internazionale grazie a uno studio sulla Russia e una critica del marxismo. Restavano gli intellettuali delle due culture dominanti, i tedeschi e i magiari - e gli ebrei. L'influenza del marxismo nella cultura generale della monarchia austro-ungarica non pu essere compresa senza una certa analisi di questa anomala minoranza.
La tendenza comune delle minoranze ebree della classe media in Europa occidentale era stata quella di assimilarsi politicamente e culturalmente, come era loro perlopi permesso di fare: diventare un ebreo inglese come Disraeli o un ebreo francese come Durkheim, ebrei italiani e, soprattutto, ebrei tedeschi. In Austria quasi tutti gli ebrei di lingua tedesca negli anni Sessanta e Settanta si consideravano tedeschi, ossia credevano in una grande Germania unita e liberale. L'esclusione dell'Austria dalla Germania, il sorgere dell'antisemitismo politico verso la fine degli anni Settanta, la migrazione sempre pi imponente verso ovest di ebrei non assimilati culturalmente e le dimensioni stesse della comunit ebraica, resero questa posizione insostenibile. Diversamente da ci che si verificava in Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania, gli ebrei non erano una piccola minoranza della popolazione, ma rappresentavano un ampio settore delle classi medie: l'8-10 per cento della popolazione totale di Vienna, il 20-25 per cento di quella di Budapest (1890-1910). La situazione degli intellettuali ebrei, e gli ebrei erano di certo i pi entusiasti beneficiari del sistema d'istruzione,28 era dunque sui generis.
In Ungheria l'assimilazione degli ebrei continu a essere attivamente promossa nel quadro della politica di magiarizzazione, e quindi caldamente perseguita dagli ebrei; questi, tuttavia, non poterono essere completamente integrati. In un certo senso, la loro situazione era simile a quella in cui si sarebbero trovati gli ebrei sudafricani nel XX secolo: accettati come parte della nazione dominante rispetto ai non magiari (o ai non bianchi), ma, per via della loro concentrazione e particolarit sociale, preclusi da una completa identificazione.  vero che il loro ruolo nella socialdemocrazia ungherese, che mostrava scarso interesse in questioni teoriche e operava in condizioni di repressione moderata, non era rilevante. Tuttavia, nel Novecento, forti correnti social-rivoluzionarie divennero influenti nel movimento studentesco, il che avrebbe condotto al marcato ruolo degli ebrei nella sinistra ungherese dopo la rivoluzione del 1917. Ciononostante, il caso del marxista ungherese pi noto all'estero  significativo. Gyrgy Lukcs (1885-1971), sebbene socialista almeno fin dal 1902 e in contatto con il principale intellettuale marxista/anarco-sindacalista del Paese, Ervin Szab (1877-1918), non mostr alcun segno di interesse teorico prima del 1914.
La met austriaca della monarchia emargin gli ebrei per prima, e in modo pi evidente. Al contrario dei magiari, possedeva un ampio serbatoio di intellettuali non ebrei di lingua tedesca da cui reclutare i vertici dell'apparato amministrativo e accademico, due aree che sovente coincidevano. La "scuola austriaca" di economisti che emerse dopo il 1870 consisteva essenzialmente di uomini simili, tra i quali (con l'eccezione dei fratelli Mises) si trovavano pochi ebrei: Menger, Wieser, Bhm-Bawerk, e i pi giovani Schumpeter e Hayek. Inoltre il nazionalismo pantedesco, al quale aderiva la maggior parte degli ebrei, divenne particolarmente, seppur non esclusivamente,29 associato all'antisemitismo. Questo lasci gli ebrei privi di un centro di aggregazione e attrazione per il loro lealismo e le loro aspirazioni politiche. Il socialismo era una possibile alternativa, che fu scelta da Victor Adler, imitato per quasi certamente solo da una minoranza dei suoi pi giovani contemporanei. La socialdemocrazia austriaca rimase attaccata all'unit pantedesca fino al 1938. Il sionismo (l'invenzione di un intellettuale viennese ultrassimilato) avrebbe pi tardi rappresentato un'altra alternativa, sebbene dal richiamo assai pi debole. L'ascesa di un movimento operaio potente, devoto e militante, soprattutto tra i lavoratori di lingua tedesca, costituiva indubbiamente una certa attrattiva per gli intellettuali; e il fatto che, a Vienna come altrove, fosse l'unico movimento di massa che si opponeva ai partiti dominanti antisemiti, non va sottovalutato. Ciononostante, la maggioranza degli intellettuali ebrei austriaci non era di sicuro attratta dal socialismo, ma piuttosto da una vita intensa di cultura e relazioni personali, che si risolveva in un'evasione dalla politica o in un'analisi introspettiva della crisi della loro civilt. (Il richiamo del socialismo sugli intellettuali cristiani era ancora minore.) I primi nomi che vengono in mente quando si menziona la cultura austriaca (cio soprattutto viennese) di questo periodo non sono quelli di socialisti: Freud, Schnitzler, Karl Kraus, Schnberg, Mahler, Rilke, Mach, Hofmannsthal, Klimt, Loos, Musil.
D'altro canto nelle principali citt, in particolare a Vienna e a Praga, la socialdemocrazia (e cio, in termini intellettuali, il marxismo) divenne parte inevitabile dell'esperienza dei giovani intellettuali, come si pu osservare dai ritratti pi vividi del milieu della classe media viennese colta (prevalentemente ebraica) nel romanzo di Arthur Schnitzler Verso la libert (Der Weg ins Freie, 1908). Non deve quindi sorprendere se la socialdemocrazia austriaca divenne un vivaio di intellettuali marxisti e svilupp un gruppo "austro-marxista": Karl Renner, Otto Bauer, Max Adler, Gustav Eckstein, Rudolf Hilferding, cos come il fondatore dell'ortodossia marxista, Karl Kautsky, e una fiorente collezione di professori marxisti. (Le universit austriache non procedevano a una sistematica discriminazione nei loro confronti come quelle tedesche.) Tra questi ultimi, Carl Grnberg, Ludo M. Hartmann e Stefan Bauer vanno ricordati per aver fondato nel 1893 la rivista che, sotto il nome successivo di "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", sarebbe diventata l'organo principale della storia economica e sociale nel mondo di lingua tedesca, ma che alla fine cess di riflettere le proprie origini socialiste. Dalla sua cattedra viennese, nel 1910 Grnberg fond l'"Archiv fr die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung" (comunemente noto come Archivio Grnberg), dando l'avvio agli studi accademici sul movimento socialista e in particolare su quello marxista. La socialdemocrazia austriaca si distingueva invece per una stampa particolarmente brillante e un'insolita ampiezza di interessi culturali: pur non apprezzando Schnberg, almeno fu una delle poche istituzioni che aiutarono il rivoluzionario della musica a sopravvivere come maestro dei cori dei lavoratori.
"Probabilmente in nessun altro Paese vi sono altrettanti socialisti fra gli scienziati, gli studiosi e gli scrittori illustri" notava uno scrittore americano a proposito dell'Italia.30 Il ruolo sorprendentemente ampio e preminente degli intellettuali nel movimento socialista italiano e, perlomeno negli anni Novanta dell'Ottocento, l'enorme richiamo temporaneo esercitato dal marxismo su di loro, sono stati spesso messi in risalto. La loro presenza nel movimento socialista non fu numericamente cospicua (meno del 4 per cento nel 1904)31 e vi sono pochi dubbi sul fatto che i socialisti non fossero una maggioranza nemmeno tra i giovani e gli studenti borghesi (maschi) dei primi anni Novanta. Ciononostante, diversamente da quanto avveniva tra gli studenti e i professori delle universit tedesche e austriache, dove la prevalenza dei conservatori era schiacciante, il socialismo italiano fu spesso propagato, come a Torino, dagli ambienti progressisti degli atenei, piuttosto influenti sia sul piano accademico sia su quello politico (mentre il socialismo degli universitari francesi segu il movimento anzich promuoverlo). A differenza del socialismo perlopi non marxista degli universitari francesi del tempo, gli intellettuali accademici italiani erano a tal punto attratti dal marxismo che gran parte del marxismo nel Paese era poco pi che un condimento versato sulla semplice insalata positivista, evoluzionista e anticlericale della cultura maschile della classe media nazionale. Inoltre, non si trattava solamente di un movimento di ribellione giovanile. I convertiti al socialismo/marxismo italiano comprendevano uomini affermati e maturi: Labriola era nato nel 1843, Lombroso nel 1836, lo scrittore De Amicis nel 1846, mentre la tipica generazione dei leader dell'Internazionale era quella attorno agli anni 1856-66. Qualunque cosa si pensi del tipo di marxismo o socialismo marxisteggiante che prevaleva tra gli intellettuali italiani, non vi sono dubbi sul loro intenso coinvolgimento con il marxismo. Anche gli antimarxisti polemici (alcuni, come Croce, ex marxisti loro stessi) ne sono testimonianza: lo stesso Pareto scrisse l'introduzione a una raccolta di estratti dal Capitale selezionati da Lafargue (Parigi, 1894).
 possibile parlare legittimamente di intellettuali italiani come di un tutto unico poich, malgrado il notevole localismo del Paese e le differenze tra Nord e Sud, la comunit intellettuale era nazionale, pur se in generale molto pronta ad accogliere le influenze intellettuali straniere (francese e tedesca).  meno legittimo pensare in termini nazionali alle relazioni tra il socialismo degli intellettuali e il movimento operaio, dal momento che le differenze regionali da questo punto di vista hanno un peso enorme. In qualche modo le interazioni tra gli intellettuali e il movimento operaio socialista nel Nord industriale, Milano e Torino, sono paragonabili a quelle, diciamo, del Belgio e dell'Austria, ma questo non era altrettanto vero a Napoli o in Sicilia. La peculiarit dell'Italia era di non adattarsi n al modello della socialdemocrazia marxista occidentale, n a quello dell'Europa orientale. I suoi intellettuali non erano un'intellighenzia dissidente rivoluzionaria. A suggerirlo non  tanto il fatto che l'ondata di entusiasmo per il marxismo - al suo apice nei primi anni Novanta - si plac abbastanza velocemente, quanto il rapido trasferimento della maggior parte degli intellettuali del Partito socialista all'ala riformista e revisionista dopo il 1901. Inoltre quel partito fall nello sviluppare in essa un'opposizione di sinistra marxista di un certo peso, com'era invece avvenuto in Germania e in Austria.
Gli intellettuali italiani, in quanto gruppo, si conformarono al modello fondamentale europeo occidentale del periodo: erano membri della classe media che godeva di buona reputazione, e dopo il 1898 vennero accettati come parte del sistema, pur essendo dei politici socialisti. C'erano senza dubbio delle buone ragioni per cui molti di loro aderirono al socialismo negli anni Novanta; forse, dato lo sviluppo politico dell'Italia dopo il Risorgimento, furono l'estrema miseria degli operai e dei contadini italiani e le grandi rivolte di massa degli anni Ottanta e Novanta, ragioni anche pi forti rispetto al Belgio. La generosit e lo spirito ribelle dei giovani contribuirono a rafforzarle. Allo stesso tempo, non solo gli intellettuali socialisti della classe media non erano discriminati in quanto tali, essendo il loro socialismo, salvo poche eccezioni, accettato come comprensibile estensione di idee progressiste e repubblicane, ma il loro modello di vita privata e professionale non era sostanzialmente diverso da quello degli intellettuali non socialisti. Felice Momigliano (1866-1924) ebbe per alcuni anni una carriera in qualche modo travagliata come professore di scuola secondaria superiore dopo la sua adesione militante al Partito socialista nel 1893, ma da quel momento in poi, nel suo curriculum di insegnante e docente universitario, come pure nella sua attivit letteraria (contenuti trattati a parte) sembra esserci ben poco che lo differenzi da professori di liceo non socialisti con un retroterra mazziniano e forti interessi intellettuali.  possibile al massimo ipotizzare che, se non fosse stato socialista, sarebbe approdato un po' prima all'universit.
In breve, la maggior parte degli intellettuali socialisti occidentali godette, come minimo, di quello che Max Adler aveva descritto come "un'immunit personale e la possibilit di sviluppare liberamente i propri interessi spirituali (geistige)".32 Questo non valeva per l'intellighenzia di tipo russo, la quale, sebbene in origine provenisse perlopi dalle "classi abbienti della popolazione" era da queste senza dubbio distinta dalla sua connotazione essenzialmente rivoluzionaria. La gentry e i funzionari pubblici "in maggioranza non possono essere classificati nella categoria degli intellettuali", come dichiar fermamente Peechonov nel 1906.33 Furono proprio la sua vocazione e la reazione del regime e della societ alla quale si opponeva a precludere all'intellighenzia russa il tipo di integrazione occidentale, sia che essa fosse definita in termini soggettivi e idealistici, come nel caso dei populisti, o come ceto sociale separato - una questione assai dibattuta nella sinistra russa nei primi anni del XX secolo. Come poi accadde nel Novecento, la crescita sia di un proletariato sia di una borghesia sempre pi sicura di s complicarono la sua situazione. Dato che una sempre pi visibile parte dell'intellighenzia sembrava ora appartenere alla borghesia ("Anche in Russia, come in Europa occidentale, l'intellighenzia si sta spaccando e una parte di essa, quella borghese, si mette a disposizione della borghesia e si fonde con essa definitivamente" afferm Trockij),34 la natura, o anche l'esistenza separata di questo ceto, non sembravano pi chiare. Tuttavia, proprio il carattere di questi dibattiti indica le profonde differenze tra l'Europa occidentale e i Paesi di cui la Russia era allora il massimo esempio. In Europa occidentale sarebbe stato impossibile sostenere, come il rivoluzionario russo-polacco Machajskij (1866-1926) e alcuni dei suoi commentatori, che gli intellettuali in quanto tali fossero un gruppo sociale che cercava, attraverso l'ideologia rivoluzionaria, di sostituirsi alla borghesia con l'aiuto del proletariato, prima di sfruttare a sua volta il proletariato.35
Dato il ruolo centrale di Marx come ispiratore dell'analisi della societ moderna in Russia, la pervasivit dell'influenza marxista sull'intellighenzia non necessita di molti commenti. Tutte le posizioni della sinistra, qualunque fosse la loro natura e ispirazione, dovevano anche essere definite in relazione a essa. Anzi, era cos centrale che persino i movimenti nazionalisti ne subirono l'influsso. In Georgia, i menscevichi sarebbero effettivamente diventati il partito "nazionale" locale; la Bund, la cosa pi vicina in questo periodo a un'organizzazione nazionale politica degli ebrei, era solidamente marxista, e anche l'allora relativamente modesto movimento sionista mostra chiaramente quest'influsso. I padri fondatori di Israele, che giunsero in Palestina in buona parte "nella seconda Aliyah" dalla Russia, all'indomani della rivoluzione del 1905 portarono con s le ideologie rivoluzionarie russe che avrebbero ispirato la struttura e l'ideologia della comunit sionista laggi. Ma anche popoli la cui sensibilit all'influenza del marxismo era meno prevedibile di quella degli ebrei dimostrano di subirne l'ascendente. Fu il Partito socialista polacco della Seconda Internazionale, in una certa misura un vero e proprio partito operaio, a divenire formalmente il paladino principale del nazionalismo polacco, tanto che la vecchia tradizione marxista dovette ricostituirsi come una rivale, e pi autenticamente marxista, Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania (guidata da Rosa Luxemburg e Leo Jogiches). Una scissione analoga si verific in Armenia, con l'ascesa dei dashnaki (che ciononostante continuavano a considerarsi parte della Seconda Internazionale). Insomma, in Russia gli intellettuali che ruppero con le tradizioni pi vecchie del loro popolo non riuscirono a sottrarsi all'influenza del marxismo in una forma o l'altra.
Questo non significa ipotizzare che fossero tutti marxisti o che lo rimasero, oppure che, quando si consideravano tali, si trovassero d'accordo circa la corretta interpretazione del marxismo; questo in particolare non  vero. In Russia come altrove, la grande ondata dei primi anni Novanta vide un netto declino del populismo e la convergenza temporanea della maggior parte delle ideologie rivoluzionarie e progressiste verso un marxismo generico. Nel secolo successivo le divergenze e divisioni divennero particolarmente marcate e, forse per la prima volta, fece la sua comparsa un'intellighenzia decisamente antimarxista, probabilmente in qualche modo persino apolitica. Ma questa emerse da un crogiolo nel quale era inevitabilmente entrata in contatto con il marxismo, subendone l'influenza.
Per gli intellettuali dell'Europa sudorientale il richiamo del marxismo era limitato principalmente dal modestissimo numero di intellettuali in alcuni tra i Paesi pi arretrati (come in parte dei Balcani), dalla loro resistenza agli influssi tedeschi e russi (come in Grecia e in una certa misura in Romania, che guardava a Parigi),36 dalla mancata comparsa di movimenti operai e contadini importanti (per esempio in Romania, dove il socialismo di un gruppo isolato di intellettuali presto croll dopo gli anni Novanta) e dal richiamo di ideologie nazionaliste rivali, come forse in Croazia. Il marxismo penetr in alcune parti di quest'area sulla scia dell'influenza dei populisti (soprattutto in Bulgaria) e attraverso le universit svizzere, centri di mobilitazione rivoluzionaria dove si concentravano e mescolavano gli studenti politicamente dissidenti dell'Europa orientale. Prima del 1914, Il capitale non era stato tradotto in alcuna lingua europea sudorientale, eccetto il bulgaro.  forse pi significativo il fatto che un certo marxismo sia penetrato in queste regioni arretrate - perfino, in qualche modo, nelle valli remote della Macedonia - piuttosto che la relativa modestia del suo impatto (al di l di una Bulgaria influenzata dalla Russia).
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Quale fu dunque l'influenza del marxismo sulla cultura erudita del periodo, tenendo conto di queste differenze nazionali e regionali? Sarebbe forse utile ricordare che la domanda  in se stessa parziale. Quella che stiamo considerando  un'interazione fra cultura marxista e non marxista (o non socialista) piuttosto che la misura in cui la seconda mostra il proprio influsso sulla prima:  impossibile separare ci dalla corrispondente influenza delle idee non marxiste in seno al marxismo. Queste furono deprecate e condannate in quanto corruttrici dai marxisti pi rigorosi, come testimonia la polemica di Lenin contro la kantianizzazione della filosofia marxista e la penetrazione dell'"empiriocriticismo" di Mach. Sono obiezioni comprensibili: dopotutto, se Marx avesse desiderato essere un kantiano, sarebbe facilmente potuto diventarlo. Inoltre, non c' dubbio che la tendenza a sostituire Hegel con Kant nella filosofia marxiana fosse a volte, sebbene mai regolarmente, associata al revisionismo. In ogni caso, in primo luogo non  compito dello storico nell'attuale contesto decidere fra marxismo "corretto" e "scorretto", puro e corrotto; e, in secondo luogo, ma ancora pi importante, questa tendenza delle idee marxiste e non marxiste a compenetrarsi  una delle prove pi evidenti della presenza del marxismo nella cultura generale delle persone istruite. Poich proprio quando il marxismo  fortemente presente sulla scena intellettuale, una separazione rigida e vicendevolmente esclusiva di idee marxiste e non marxiste  pi difficile da mantenere, dato che sia i marxisti sia i non marxisti operano in un universo culturale che contiene entrambe. Cos, negli anni Sessanta del Novecento, la tendenza di parte della sinistra a combinare Marx con lo strutturalismo, con la psicanalisi e l'econometria accademica dimostra, tra le altre cose, la forte attrazione esercitata dal marxismo sugli intellettuali universitari dell'epoca. Viceversa, era in Gran Bretagna, dove gli economisti universitari nel Novecento facevano come se Marx non fosse mai esistito, che l'economia marxista, confinata a piccoli gruppi di militanti, esisteva in totale separazione e senza sovrapposizione alcuna con l'economia non marxista.
 ovviamente vero che i grandi partiti marxisti dell'Internazionale, malgrado la loro propensione a formulare una dottrina marxista ortodossa in opposizione al revisionismo e altre eresie, facevano attenzione a non escludere interpretazioni eterodosse da un campo legittimo di dibattito in seno al movimento socialista. Non soltanto erano ansiosi, in quanto corpi politici pratici, di salvaguardare l'unit del partito - il che nei partiti di massa implicava l'accettazione di una variet considerevole di opinioni teoriche -, ma dovevano anche affrontare il compito di formulare analisi marxiste in campi e su argomenti per cui i testi classici non fornivano una guida adeguata, o non ne fornivano nessuna: per esempio sulla "questione nazionale", sull'imperialismo e numerosi altri problemi. Su queste non era possibile alcun giudizio a priori basato su "cosa insegnava il marxismo" e ancor meno il ricorso a testi autorevoli. L'ambito del dibattito marxista era dunque insolitamente vasto. Tuttavia, una separazione rigida e reciprocamente esclusiva tra marxismo e non marxismo sarebbe stata possibile solo attraverso una restrizione draconiana dell'ortodossia marxista e, come fu confermato in seguito dagli eventi, dalla virtuale proibizione dell'eterodossia da parte del potere statale o dall'autorit del partito. La prima, la restrizione, non era disponibile, la seconda o non applicata, o relativamente inefficace. La crescente influenza delle idee marxiste al di fuori del movimento fu quindi accompagnata da una certa influenza di idee tratte dalla cultura non marxista in seno al movimento. Erano le due facce della stessa medaglia.
Senza esprimere giudizi sulla sua natura o importanza politica,  possibile valutare la presenza del marxismo nella cultura erudita generale del periodo 1880-1914? Era quasi certamente ridotta nel campo delle scienze naturali, sebbene lo stesso marxismo ne fosse profondamente influenzato, in particolare dalla biologia evoluzionistica (darwiniana). Gli scritti di Marx avevano appena sfiorato le scienze naturali e quelli di Engels erano significativi, ammesso che lo fossero, soltanto per la divulgazione scientifica e l'educazione dei lavoratori del movimento operaio. La sua Dialettica della natura era considerata dal 1895 cos poco in linea con gli sviluppi scientifici che Rjazanov la escluse dalla raccolta delle opere di Marx ed Engels, pubblicandola pi tardi (per la prima volta) soltanto nel marginale "Marx-Engels Archiv". Nel periodo della Seconda Internazionale non vi  nulla di paragonabile all'intenso interesse per il marxismo mostrato da brillanti scienziati naturali degli anni Trenta del Novecento. Inoltre, bisogna ammettere che non vi  prova di un grande radicalismo politico tra gli scienziati dell'epoca, al di fuori della chimica e della medicina (in gran parte tedesche), che costituivano allora un gruppo numericamente esiguo. Senza dubbio tra loro un socialista qua e l in Occidente lo si poteva trovare, come tra i prodotti di istituzioni di sinistra come l'cole Normale Suprieure (per esempio, il giovane Paul Langevin). Qualche scienziato era occasionalmente entrato in contatto con il marxismo, come lo studioso di statistica biologica Karl Pearson,37 che avrebbe poi preso una direzione ideologica assai diversa. I marxisti ansiosi di scoprire dei darwiniani socialisti non riuscirono a trovarne molti.38 La principale tendenza politica tra i biologi (in gran parte anglosassoni), l'eugenetica neomaltusiana, era all'epoca considerata, almeno in parte, di sinistra, ma in realt era del tutto estranea, se non ostile, al socialismo marxista.
Tutt'al pi si pu dire che gli scienziati cresciuti in Europa orientale come Marie Sklodkowska-Curie, e forse quelli formatisi o impiegati presso le universit svizzere, pesantemente colonizzate dall'intellighenzia radicale orientale, erano chiaramente consapevoli di Marx e dei dibattiti sul marxismo. Il giovane Einstein, che come si sa spos una collega d'universit iugoslava di Zurigo, era quindi a contatto con questo milieu. Ma per scopi pratici, questi contatti tra le scienze naturali e il marxismo devono essere considerati biografici e marginali, e l'argomento pu quindi essere tralasciato.
Questo era naturalmente tutt'altro che vero per la filosofia e ancor meno per le scienze sociali. Il marxismo non poteva che porre profondi interrogativi filosofici che richiedevano una certa discussione. Dove l'influenza di Hegel era particolarmente forte, come in Italia e in Russia, questo dibattito era vivace. (In assenza di un forte movimento marxista, i filosofi hegeliani britannici mostrarono scarso interesse per Marx, sebbene in molti furono attratti dalle riforme sociali.) La Germania, la patria della filosofia, era in quest'epoca evidentemente non hegeliana, e non soltanto per via dei collegamenti familiari tra Hegel e Marx.39 La "Neue Zeit" dovette appoggiarsi a russi come Plechanov per la sua discussione delle tematiche hegeliane, in assenza di socialdemocratici tedeschi dotati di questa padronanza filosofica.
Invece l'assai pi influente scuola neokantiana non soltanto, come gi ipotizzato, influenz in modo sostanziale alcuni marxisti tedeschi (per esempio, i revisionisti e gli austro-marxisti), ma svilupp anche un certo interesse favorevole per la socialdemocrazia; come per esempio in Vorlnder, Kant und des Sozialismus (Berlino, 1900). Tra i filosofi, quindi, la presenza marxista  innegabile.
Nel campo delle scienze sociali, gli economisti rimasero abbastanza solidamente ostili a Marx, e il neoclassicismo marginalista delle scuole dominanti (l'austriaca, l'anglo-scandinava e l'italo-svizzera) chiaramente aveva pochi punti di contatto con il suo tipo di economia politica. Mentre gli austriaci dedicarono molto tempo a confutarlo (Menger, Bhm-Bawerk), gli anglo-scandinavi non si preoccuparono nemmeno di farlo dopo gli anni Ottanta dell'Ottocento, quando molti di loro erano paghi del fatto che l'economia politica marxiana fosse errata.40 Questo non significa che la presenza marxiana non fosse avvertita. Il pi brillante e giovane membro della scuola austriaca, Josef Schumpeter (1883-1950), fu sin dall'inizio della sua carriera scientifica (1908) interessato al destino storico del capitalismo e al problema di fornire un'interpretazione dello sviluppo economico alternativa a quella di Marx (si veda il suo Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung, 1912).* Tuttavia, la deliberata restrizione del campo dell'economia da parte delle nuove ortodossie rese difficile affrontare i problemi macroeconomici, quali la crescita e le crisi economiche. Stranamente, l'interesse italiano (da un punto di vista strettamente non marxista o antimarxista) nel socialismo port alla dimostrazione (in polemica con l'austriaco Mises, che aveva sostenuto il contrario) che un'economia socialista era realizzabile da un punto di vista teorico. Pareto aveva gi confermato che la sua impraticabilit non potesse essere provata teoricamente prima che Barone (1908) producesse il suo saggio fondamentale, Il ministro della produzione nello stato collettivo, che avrebbe avuto il suo impatto sul dibattito economico dopo il periodo che stiamo esaminando. Un certo influsso, o stimolo, marxista pu forse essere individuato nella scuola o corrente "istituzionale" di economia americana allora in voga negli Stati Uniti, dove, come gi menzionato, la forte simpatia di molti economisti per il "progressismo" e la riforma sociale li faceva propendere favorevolmente verso teorie critiche del "grande business" (R. T. Ely, la scuola del Wisconsin; soprattutto Thorstein Veblen).
L'economia come disciplina separata dal resto delle scienze sociali esisteva appena in Germania, dove l'influenza della "scuola storica" e del concetto di Staatswissenschaften (meglio tradotto come "scienze dello Stato") era dominante. L'impatto del marxismo sull'economia, vale a dire il fatto immenso della socialdemocrazia tedesca, non pu esser trattato a parte. Inutile dire che le scienze sociali ufficiali della Germania guglielmina erano fortemente antimarxiste, sebbene i vecchi liberali, che si erano impegnati in polemiche con lo stesso Marx (Lujo Brentano, Schffle),41 sembrano essere stati pi desiderosi di tuffarsi nelle controversie rispetto all'atteggiamento della scuola di Schmoller, pi orientata in senso prussiano. Lo "Schmoller's Jahrbuch" si astenne dallo stampare alcun articolo su Marx prima del 1898, mentre la "Zeitschrift fr die gesamte Staastswissenschaft" di Schffle reag al sorgere della socialdemocrazia con una salva di articoli (sette fra il 1890 e il 1894) prima di tacere sull'argomento. In generale, come ipotizzato sopra, l'interesse degli studiosi tedeschi di scienze sociali nel marxismo aument di pari passo con la forza della Spd.
Se le scienze sociali tedesche mantennero le distanze da un'economia specializzata, erano anche diffidenti nei confronti di un'ideologia specializzata, che identificavano con la Francia e la Gran Bretagna, e, come in altri Paesi, con un interesse fin troppo ben disposto nei confronti della sinistra.42 Anzi, in Germania la sociologia come disciplina a s stante cominci a emergere soltanto negli ultimi anni precedenti la Prima guerra mondiale (1909). Eppure, a esaminare il pensiero sociologico, in qualunque modo abbia deciso di chiamarsi, l'influenza di Marx era, allora come in seguito, fortemente sentita. Gothein non aveva dubbi sul fatto che Marx ed Engels, il cui approccio alle scienze sociali era pi convincente di quello di Quetelet e "anche pi logico e coerente di quello di Comte", avessero fornito il singolo impulso pi potente.43 E alla fine del periodo di cui ci stiamo occupando, la reputazione del marxismo pu essere indicata con la citazione di uno dei pi influenti sociologi americani: "Marx" scrisse Albion Small nel 1912 " stato uno dei pochi pensatori davvero grandi nella storia della scienza sociale [...] Non penso che Marx abbia aggiunto alla scienza sociale una sola formula che sar definitiva nei termini in cui la espresse. Nonostante ci, prevedo con fiducia che davanti al giudizio finale della storia Marx avr un posto nella scienza sociale analogo a quello di Galileo nella fisica".44
L'influenza del marxismo venne evidentemente favorita dal radicalismo politico di molti sociologi che, marxisti o meno, si trovarono vicini ai movimenti socialdemocratici, come in Belgio. Cos poteva capitare che Leon Winiarski, le cui teorie ora dimenticate sono difficilmente definibili come marxiste in alcun senso, scrivesse un articolo sul "socialismo nella Polonia russa" per la "Neue Zeit" (vol. 1, 1891). L'influsso diretto di Marx sui non marxisti pu essere illustrato dai fondatori della Societ sociologica tedesca, che comprendevano Max Weber ed Ernst Troeltsch, Georg Simmel e Ferdinand Tnnies, di cui  stato detto: "Sembra chiaro che la risoluta denuncia di Marx dell'aspetto pi sordido della competizione esercit un'influenza [...] seconda solo a quella di Thomas Hobbes".45 L' "Archiv fr Sozialwissenschaft und Sozialpolitik" di Weber fu forse l'unico organo tedesco di scienze sociali ad aprirsi alla collaborazione di autori vicini al socialismo, o anche identificati con esso.
C' poco da dire sulla mescolanza di eclettici prestiti da Marx con il positivismo e la polemica antimarxista nella sociologia italiana, russa, polacca o anche austriaca, eccetto che anch'esse dimostrano la presenza di Marx. C' ancora meno da dire di Paesi pi remoti, nei quali sociologia e marxismo erano pressoch identificati, come tra i pochi studiosi serbi dell'argomento. Tuttavia, per quanto inaspettata,  possibile rilevare una notevole debolezza della presenza marxista in Francia, come in Durkheim. Nonostante il forte milieu repubblicano e dreyfusardo della sociologia francese propendesse per la sinistra, e svariati dei giovani membri del gruppo "Anne sociologique" diventassero socialisti, una certa influenza marxista, per quanto discutibile,  stata riscontrata soltanto nel caso di Halbwachs (1877-1945), e comunque prima del 1914.
Sia che si legga la storia intellettuale al contrario, scegliendo i pensatori che sono da allora accettati come gli antenati della moderna sociologia, sia che si guardi a quella che era riconosciuta come la sociologia influente nell'Ottocento e Novecento (Gumplowicz, Tatzenhofer, Loria, Winiarski, ecc.), la presenza del marxismo  sia forte sia innegabile. Lo stesso vale nel campo di quello che oggi si definirebbe scienza politica. La teoria politica tradizionale "dello Stato", sviluppata in questo periodo, forse in prevalenza da filosofi e giuristi, di certo non era marxista; eppure, come abbiamo gi visto, la sfida filosofica del materialismo storico era fortemente sentita e raccolta.  probabile che l'indagine concreta su come la politica funzionava nella pratica, compresi nuovi argomenti di studio come i movimenti sociali e i partiti politici, ne fosse pi direttamente influenzata. Non c' bisogno di affermare che, in un periodo in cui la comparsa della politica democratica e dei partiti popolari di massa rendeva la lotta di classe e la gestione politica delle masse (o la resistenza di queste a una simile gestione) una questione pratica assai rilevante, i teorici avevano bisogno di Marx per scoprirne i meccanismi. Ostrogorskij (1854-1921), caso piuttosto eccezionale per un russo, non mostra segni dell'influsso di Marx pi di un Tocqueville, un Bagehot o un Bryce. Ciononostante, la dottrina di Gumplowicz secondo cui lo Stato  sempre lo strumento con cui la minoranza tiene la maggioranza in soggezione, che potrebbe anche aver avuto un certo effetto su Pareto e Mosca, era senz'altro in parte derivata da Marx, e l'influenza marxista su Sorel e Michels  palese. Rimane poco da aggiungere su un campo che era allora poco sviluppato in confronto a periodi pi recenti.
Se la sociologia era ovviamente influenzata da Marx, la fortezza della storia accademica ufficiale si difese con ardore da simili incursioni, in particolar modo in Occidente. Era non soltanto una difesa contro la socialdemocrazia e la rivoluzione, bens contro tutte le scienze sociali. Negava le leggi storiche, il primato di forze diverse dalla politica e dalle idee, l'evoluzione attraverso una serie di stadi predeterminati; dubitava anzi della legittimit di qualsiasi generalizzazione storica. "La questione fondamentale" sosteneva il giovane Otto Hintze " il vecchio problema controverso sulla possibilit che i fenomeni storici abbiano una regolarit di leggi."46 Oppure, per dirla con una meno cauta recensione di Labriola: "La storia , e dovrebbe essere, una disciplina descrittiva".47
Il nemico non era cos soltanto Marx, ma qualsiasi irruzione degli scienziati sociali nel campo dello storico. Negli acrimoniosi dibattiti tedeschi di met anni Novanta, che ebbero un'eco internazionale, l'avversario principale non era Marx, ma il polemico Karl Lamprecht, tutti gli storici ispirati da Comte, oppure - e qui  chiaro il tono sospettoso - qualunque storia economica che tendesse a derivare la storia politica dall'evoluzione socioeconomica, o persino qualsiasi storia economica.48 Eppure, almeno in Germania era evidente che il marxismo era ben presente nelle menti di coloro che attaccavano tutta la storia "collettivista" in quanto basata essenzialmente su una "concezione materialistica della storia".49 Viceversa, Lamprecht (sostenuto da storici pi giovani come R. Ehrenberg, il cui Zeitalter der Fugger sub gli stessi attacchi) affermava di aver ricevuto l'accusa di materialismo in modo da essere identificato con il marxismo. Dato che la "Neue Zeit", criticandolo, riteneva anche che tra gli storici borghesi fosse quello "che si era avvicinato pi di tutti al materialismo storico", le sue smentite convinsero poco gli ortodossi, i quali lasciavano intendere che "forse ha imparato da Marx pi di quanto la sua scuola voglia ammettere con se stessa".50
Sarebbe dunque un errore ricercare l'influenza del marxismo soltanto presso gli storici dichiaratamente marxisti, che erano pochi; e alcuni di questi potevano giustamente essere respinti in quanto propagandisti non qualificati dal punto di vista storiografico.51 Come per il campo della sociologia, bisogna cercare tra gli autori che cercarono di rispondere a domande analoghe a quelle di Marx, che fossero giunti o meno alle medesime conclusioni. In altre parole, tra quegli storici che tentavano di integrare il campo della storiografia narrativa, politica, istituzionale e culturale in una cornice pi ampia di trasformazioni sociali ed economiche. Pochi di questi erano storici accademici ortodossi, sebbene l'influenza di Lam-
precht fosse chiaramente dominante nel belga Henri Pirenne, il quale era ben lontano da qualunque tipo di socialismo.52 Questi scrisse una schietta difesa di Lamprecht nella "Revue Historique" (1897).53 La storia economica e sociale, in gran parte distinta dalla storia ordinaria, era il campo pi ricettivo, e infatti gli storici pi giovani, che provavano una ripulsa nei confronti dell'aridit del conservatorismo ufficiale, cominciarono a sentirsi maggiormente a proprio agio in questo campo specialistico. Come abbiamo visto, anche nella stessa Germania la prima rivista di storia economica e sociale fu un'iniziativa marxista (in gran parte austriaca). Il pi brillante storico dell'economia della sua generazione in Inghilterra, George Unwin, che si era dedicato all'argomento allo scopo di confutare Marx, era tuttavia convinto che "Marx stava cercando di arrivare al tipo giusto di storia. Gli storici ortodossi ignorano tutti i fattori pi significativi dello sviluppo umano".54 N si dovrebbe sottovalutare l'influenza degli storici russi impregnati di marxismo populista: Kareev e Loutchisky in Francia, Vinogradov in Gran Bretagna.
Riassumendo, il marxismo fu parte di una tendenza generale a integrare la storia nelle scienze sociali, e in particolare a sottolineare il ruolo fondamentale dei fattori sociali ed economici anche negli sviluppi politici e intellettuali.55 Dato che a tutti gli effetti era la teoria pi esauriente, efficace e coerente che cercasse di farlo, la sua influenza, pur non separabile rigidamente da altre, era sostanziale. Cos come Marx forn in modo riconoscibile una base pi seria per una scienza della societ rispetto a Comte - se non altro perch incluse una sociologia della conoscenza che gi esercitava "una grande, anche se sotterranea" influenza su non marxisti come Max Weber - allo stesso modo vi erano gi degli acuti osservatori che sapevano che la vera sfida alla storia tradizionale proveniva da lui piuttosto che da, mettiamo, un Lamprecht.
Eppure, l'effettiva influenza marxista sul pensiero non marxista non  sempre chiaramente specificabile o definibile. Vi  un'ampia zona grigia nella quale essa era presente con sempre maggiore evidenza, sebbene fosse smentita sul terreno politico tanto dai marxisti quanto dai non marxisti. Concordavano forse con il marxismo i recensori della "Historische Zeitschrift", quando affermavano che Labriola "si avvicina alle concezioni degli storici borghesi pi di altri giovani rappresentanti della teoria socialista" o che lui "com' noto, rappresenta un materialismo moderato"?56 Evidentemente no, dal momento che respingevano sia lui sia Marx. Eppure  in questa zona grigia, in cui i non marxisti riconoscevano di non poter dissentire totalmente da quello che dicevano i marxisti, che dobbiamo cercare la maggior parte dell'influenza dei primi sui secondi e sulla loro cultura in generale. Se al tempo della morte di Marx era minima, era solo perch era poco noto, o poco letto, al di fuori dell'intellighenzia dell'Europa dell'Est. Dal 1914 era divenuta molto vasta: in grandi zone d'Europa le persone istruite ignare della sua esistenza erano ormai poche, e alcuni aspetti della sua teoria erano diventati di pubblico dominio.
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Resta da esaminare l'ancor pi generale problema delle relazioni tra il marxismo e le arti, e specialmente con le avanguardie, che svolsero un ruolo sempre pi importante durante questo periodo. Non vi  una connessione necessaria o logica tra i due fenomeni, dal momento che l'assunto che ci che  rivoluzionario nelle arti debba esserlo anche nella politica si basa su una confusione semantica. D'altra parte c', o c'era, spesso un legame esistenziale, dal momento che i socialdemocratici e le avanguardie artistiche e culturali erano entrambi ai margini, avversi all'ortodossia borghese e da questa avversati; per non parlare della giovane et e, molto spesso, della relativa povert di molti membri dell'avanguardia e della bohme. Sia i socialdemocratici sia le avanguardie erano in una certa misura costretti a una coesistenza non scevra da inimicizie reciproche fra loro e con altri dissidenti dai sistemi morali e di valori della societ borghese. I movimenti di minoranze politicamente rivoluzionarie o "progressiste" attiravano non solo le consuete frange dell'eterodossia culturale e i fautori di stili di vita alternativi (vegetariani, spiritualisti, teosofi, ecc.) ma anche donne indipendenti ed emancipate, che sfidavano l'ortodossia sessuale, e giovani di ambo i sessi che non si erano ancora fatti strada nella societ borghese, o che vi si ribellavano in qualunque modo considerassero pi efficace, o che se ne sentivano esclusi. Le eterodossie si sovrapponevano. Questi ambienti sono noti a tutti gli storici della cultura e il piccolo movimento socialista britannico degli anni Ottanta dell'Ottocento ne fornisce numerosi esempi. Eleanor Marx non era soltanto una militante marxiana, ma una donna libera, impegnata in un'attivit professionale, che rifiutava il matrimonio ufficiale, una traduttrice di Ibsen e un'attrice dilettante. Bernard Shaw era un militante socialista influenzato dal marxismo, un letterato autodidatta, un fustigatore dell'ortodossia convenzionale come critico musicale e teatrale, e un campione dell'avanguardia nelle arti e nel pensiero (Wagner, Ibsen). Il movimento d'avanguardia Arts and Crafts (William Morris, Walter Crane) fu attratto dal socialismo (marxiano), mentre le avanguardie della liberazione sessuale - l'omosessuale Edward Carpenter e il paladino della liberazione sessuale generale Havelock Ellis - erano attive nello stesso milieu. Oscar Wilde, sebbene l'azione politica non fosse esattamente il suo campo, era molto attratto dal socialismo, e sull'argomento scrisse un libro.
Fortunatamente per questa coesistenza di avanguardie e marxismo, Marx ed Engels avevano scritto specificamente sull'arte molto poco e pubblicato anche meno. I primi marxisti non erano quindi vincolati seriamente nei propri orientamenti da una dottrina classica: Marx ed Engels non avevano dimostrato la minima affezione per nessuna avanguardia contemporanea dopo gli anni Quaranta. Allo stesso tempo, l'assenza di un corpo dottrinario estetico nei padri fondatori li obbligava a elaborarne uno. Il criterio pi ovvio dell'arte contemporanea accettabile per la socialdemocrazia (non vi era mai alcun dubbio sui padri fondatori) era che dovesse presentare le realt della societ capitalistica in modo franco e critico, preferibilmente con un'enfasi particolare sui lavoratori, e idealmente con un impegno nei confronti delle loro lotte. Questo di per s non implicava una preferenza per le avanguardie. Gli scrittori e i pittori affermati potevano altrettanto facilmente estendere i loro temi o le loro simpatie sociali, e anzi, nel campo della pittura [era pi che mai frequente in figure timidamente progressiste ma tutt'altro che d'avanguardia (Liebermann, Leibl)] dedicarsi alla raffigurazione di scene industriali, operai o contadini, e a volte anche di scene di lotte operaie (come in Sciopero di H. Herkomer). Ci non richiede tuttavia una specifica discussione.
Questo tipo di estetica socialista non poneva particolari problemi per i rapporti tra marxismo e avanguardie negli anni Ottanta e Novanta, un'epoca dominata, almeno nella prosa letteraria, da scrittori realisti con forti interessi sociali e politici, o quelli che potevano essere interpretati in questo modo. Alcuni erano influenzati in maniera crescente dall'ascesa del movimento operaio, tanto da sviluppare un interesse specifico nei lavoratori. I marxisti non avevano alcuna difficolt ad accogliere con favore, su questo terreno, i grandi romanzieri russi (la cui scoperta in Occidente si doveva in gran parte ai progressisti), i drammi di Ibsen cos come altre opere di letteratura scandinava (Hamsun e, pi sorprendentemente a degli occhi moderni, Strindberg). Ma soprattutto erano interessati agli scrittori di scuole descritte come "naturaliste", che erano evidentemente attratti da quegli aspetti della realt capitalistica che gli artisti convenzionali scansavano (Zola e Maupassant in Francia, Hauptmann e Sudermann in Germania, Verga in Italia). Il fatto che cos tanti naturalisti fossero attivisti sociali o anche, come Hauptmann, attratti dalla socialdemocrazia,57 rese il naturalismo ancora pi accettabile. Naturalmente gli ideologi erano attenti a distinguere tra la coscienza socialista e il semplice pescare nel torbido. Mehring, esaminando il naturalismo nel 1892-93, lo accolse come un segno del fatto che "l'arte comincia a sentire il capitalismo nel suo stesso corpo", delineando un parallelismo, meno inaspettato allora di quanto non sarebbe oggi, tra questo e l'impressionismo: "In questo modo possiamo facilmente spiegare l'altrimenti inesplicabile piacere che gli impressionisti [...] e i naturalisti [...] provano in tutti i rifiuti immondi della societ capitalistica; vivono e lavorano in mezzo a questa immondizia e, spinti da un istinto oscuro, non trovano protesta pi tormentosa da sbattere in faccia a coloro che li tormentano".58 Ma, sosteneva, questo era al massimo un primo passo verso una "vera" arte. Ciononostante la "Neue Zeit", che apr le sue pagine ai "modernisti",59 recens o pubblic Hauptmann, Maupassant, Korolenko, Dostoevskij, Strindberg, Hamsun, Zola, Ibsen, Bjrnson, Tolstoj e Gor'kij. E lo stesso Mehring non neg che il naturalismo tedesco fosse attirato dalla socialdemocrazia, anche se credeva che "i naturalisti borghesi simpatizzano per il socialismo quanto i socialisti feudali simpatizzavano per la borghesia, niente di pi e niente di meno".60
Il secondo punto di contatto significativo tra il marxismo e le arti era visivo. Per prima cosa, un gruppo di artisti socialmente consapevoli scopr la classe operaia come soggetto e fu quindi attratto dal movimento operaio. Qui e altrove nella cultura d'avanguardia, il ruolo dei Paesi Bassi, crocevia tra influenze francesi, britanniche e in certa misura tedesche, e con una popolazione lavoratrice particolarmente sfruttata e brutalizzata (in Belgio), era importante. Anzi, il ruolo culturale internazionale di questi Paesi, in particolare il Belgio, era in questo periodo, come gi menzionato, pi centrale che in alcuni secoli passati: n il simbolismo n l'art nouveau o, pi tardi, l'architettura modernista e la pittura d'avanguardia successiva agli impressionisti possono essere compresi senza il loro contributo. Nello specifico, negli anni Ottanta, il belga Constantin Meunier (1831-1905), membro di un gruppo di artisti vicino al Partito operaio belga, fu il pioniere di quella che poi divenne l'iconografia socialista standard del "lavoratore", il muscoloso lavoratore a torso nudo, l'emaciata e sofferente moglie e madre proletaria. (Le esplorazioni di Van Gogh nel mondo dei poveri divennero note solo pi tardi.) Critici marxisti come Plechanov trattarono questo allargamento dei soggetti della pittura al mondo delle vittime del capitalismo con la solita reticenza, anche quando si spingeva oltre la mera documentazione o espressione di piet sociale. Ciononostante, per quegli artisti principalmente interessati ai propri soggetti, costitu un ponte fra il loro mondo e gli ambienti nei quali veniva discusso il marxismo.
Un collegamento pi potente e diretto con il socialismo passava attraverso le arti applicate e decorative. Questo legame era immediato e consapevole in particolare nel movimento Arts and Crafts britannico, il cui grande maestro, William Morris (1834-96), divenne una specie di marxista e diede sia un rilevante contributo teorico sia uno straordinario contributo pratico alla trasformazione sociale delle arti. Queste branche delle arti presero come punto di partenza non il singolo artista isolato, bens l'artigiano. Protestavano contro la dequalificazione dell'artigiano, operata dall'industria capitalistica, che da lavoratore creativo diventava un mero "esecutore" il cui obiettivo principale non era creare singole opere d'arte, idealmente concepite per essere contemplate in isolamento, ma l'intero quadro della vita umana quotidiana, come i villaggi e le citt, le case e il loro arredamento interno. Sta di fatto che, per ragioni economiche, il mercato principale per i loro prodotti fin per essere quello della borghesia culturalmente pi avventurosa e dei professionisti delle classi medie, un destino altrettanto familiare per i paladini di un "teatro del popolo" allora e in seguito.61 Anzi, il movimento Arts and Crafts e il suo sviluppo, l'"art nouveau", inaugurarono il primo stile di vita borghese davvero confortevole del XIX secolo, quello del "cottage" o "villa" suburbani o semirurali. Uno stile che, in molteplici versioni, fu particolarmente bene accolto da comunit borghesi giovani o provinciali, ansiose di esprimere la propria identit culturale a Bruxelles e Barcellona, Glasgow, Helsinki e Praga. Ciononostante, le ambizioni sociali degli artisti-artigiani e architetti di quest'avanguardia non si limitavano a soddisfare i bisogni delle classi medie. Furono i primi a sviluppare una moderna architettura e urbanistica in cui l'elemento sociale-utopistico appare evidente; spesso questi "pionieri del movimento moderno", come nel caso di W.R. Lethaby (1857-1931), Patrick Geddes, e i creatori delle citt giardino, provenivano dall'ambiente progressista-socialista britannico. Sul continente, i suoi campioni erano strettamente associati con la socialdemocrazia. Victor Horta (1861-1947), il grande architetto dell'art nouveau belga, progett la Maison du Peuple di Bruxelles (1897), nella cui "sezione artistica" H. Van de Velde, in seguito una figura chiave nello sviluppo del movimento moderno in Germania, tenne delle conferenze su William Morris. Il pioniere socialista dell'architettura olandese moderna, H.P. Berlage (1856-1934), disegn la sede del sindacato dei tagliatori di diamanti di Amsterdam (1899).
Il fatto cruciale  che la nuova politica e la nuova arte a questo punto convergevano. In modo ancor pi significativo, gli artisti originali (soprattutto britannici) che anticiparono questa rivoluzione nelle arti applicate non erano semplicemente influenzati in modo diretto dal marxismo, come per esempio Morris, ma, con Walter Crane, fornirono anche gran parte del vocabolario iconografico corrente del movimento socialdemocratico da un punto di vista internazionale. Anzi, William Morris svilupp una potente analisi dei rapporti tra arte e societ che di certo considerava marxista, nonostante vi si possano rintracciare anche le prime influenze dei preraffaelliti e di Ruskin. Stranamente, il pensiero marxista ortodosso sulle arti rimase quasi completamente indifferente a questi sviluppi. Gli scritti di William Morris non hanno, a tutt'oggi, trovato accesso nel mainstream dei dibattiti estetici marxisti, sebbene dopo il 1945 divennero assai pi noti e trovarono validi paladini marxisti.62
Non altrettanto ovvio fu il collegamento che un i marxisti e l'altro principale gruppo di avanguardisti degli anni Ottanta e Novanta, che potremmo approssimativamente chiamare simbolisti. Resta comunque il fatto che la gran parte dei poeti simbolisti aveva simpatie socialiste o rivoluzionarie. In Francia, all'inizio degli anni Novanta, erano attratti soprattutto dall'anarchismo, come la maggioranza dei nuovi pittori dell'epoca (i vecchi impressionisti erano, salvo singolari eccezioni come Pissarro, abbastanza apolitici). Presumibilmente ci non accadeva perch avessero delle obiezioni di principio nei confronti di Marx - "la maggior parte dei nuovi poeti" che si convertirono "alle dottrine della rivolta, fossero quelle di Bakunin o di Karl Marx"63 con ogni probabilit avrebbero accolto qualunque bandiera adeguatamente ribelle -, ma perch i leader socialisti francesi (fino all'ascesa di Jaurs) non li ispiravano. Il filisteismo pedante, dei guesdisti in particolare, difficilmente poteva attirarli, mentre gli anarchici non soltanto nutrivano un interesse assai maggiore per l'arte, ma annoveravano di certo tra i loro primi militanti degli insigni pittori e critici, come per esempio Flix Fnon.64 In Belgio fu invece il Partito operaio belga ad attirare i simbolisti, sia perch vi militavano dei ribelli anarchici, sia perch il suo gruppo dirigente, che proveniva dalle classi medie colte, era visibilmente e attivamente interessato all'arte. Jules Destre scrisse copiosamente di socialismo e arte, e pubblic un catalogo delle litografie di Odilon Redon; Van de Velde frequentava poeti; Maeterlinck rimase nel partito fin quasi al 1914; Verhaeren ne divenne pressoch il poeta ufficiale; i pittori Eekhoud e Khnopff erano attivi nella Maison du Peuple.  vero che il simbolismo fior in Paesi in cui i teorici marxisti desiderosi di condannarlo (come Plechanov) erano praticamente assenti; i rapporti tra la rivolta artistica e quella politica risultavano cos abbastanza amichevoli.
Di conseguenza, sino alla fine del secolo vi fu un vasto terreno comune tra le avanguardie culturali e le arti ammirate da minoranze dotate di discernimento da una parte, e la socialdemocrazia sempre pi influenzata dal marxismo dall'altra. Gli intellettuali socialisti che divennero leader dei nuovi partiti, nati in genere attorno al 1860, erano ancora abbastanza giovani da non aver perso contatto con i gusti dell'avanguardia: anche i pi anziani, come Victor Adler (nato nel 1852) e Kautsky (nato nel 1854), nel 1890 erano ancora sotto i quarant'anni. Adler, un frequentatore del caff Griensteidl, centro principale degli artisti e intellettuali viennesi, non era dunque soltanto profondamente intriso di letteratura e musica classica, ma anche un fervente wagneriano (come Plechanov e Shaw, sottolineava le implicazioni "socialiste" di Wagner pi di quanto non si faccia oggi di solito), un sostenitore entusiasta del suo amico Gustav Mahler e un primo apostolo di Bruckner. Condivideva con quasi tutti i socialisti della sua generazione l'ammirazione per Ibsen e Dostoevskij, ed era profondamente toccato da Verhaeren, di cui tradusse le poesie.65 Viceversa, come abbiamo visto, gran parte dei naturalisti, dei simbolisti e degli esponenti di altre scuole d'avanguardia del tempo, era attratta dal movimento operaio e (al di fuori della Francia) dalla socialdemocrazia. Tale interesse non sempre era duraturo: il letterato austriaco Hermann Bahr, che si riteneva il portavoce dei "moderni", si allontan dal marxismo alla fine degli anni Ottanta, e il grande naturalista Hauptmann si orient verso il simbolismo, confermando le riserve teoriche dei commentatori marxisti. Anche la scissione tra socialisti e anarchici ebbe i suoi effetti, poich appare chiaro che alcuni (nelle arti visive in particolare) erano sempre stati attratti dalla ribellione pura dei secondi. Nondimeno, i "moderni" si sentivano a proprio agio negli ambienti vicini al movimento operaio, e i marxisti (quanto meno quelli colti) con "i moderni".
Per ragioni che non sono state adeguatamente indagate, per un certo periodo questi legami si ruppero.  possibile ipotizzarne qualche causa. In primo luogo, come aveva dimostrato la "crisi nel marxismo" alla fine degli anni Novanta, in Europa occidentale la convinzione che il capitalismo fosse prossimo al crollo, e il movimento socialista al trionfo rivoluzionario, non era pi sostenibile. Gli artisti e gli intellettuali che si erano avvicinati a un ampio e vagamente definito movimento dei lavoratori per via del generale clima di speranza, fiducia e anche utopistica aspettativa che questo aveva generato attorno a s, ora si dovevano confrontare con un movimento incerto rispetto alle prospettive future e lacerato da dibatti interni sempre pi settari. Questa frammentazione ideologica esisteva anche in Europa orientale: una cosa era simpatizzare con un movimento in cui tutte le correnti sembravano convergere in una direzione generalmente marxista, come all'inizio degli anni Novanta, o con il socialismo polacco prima della scissione tra nazionalisti e antinazionalisti, tutta un'altra operare una selezione tra corpi di rivoluzionari ed ex rivoluzionari rivali e reciprocamente ostili.
In Occidente, tuttavia, si aggiungeva il fatto che i nuovi movimenti divennero sempre pi istituzionalizzati, finendo coinvolti in una politica quotidiana che era improbabile potesse appassionare artisti e scrittori, mentre diventarono riformisti nella pratica, lasciando la futura rivoluzione a una qualche versione di inevitabilit storica. Inoltre, i partiti di massa istituzionalizzati, sviluppando spesso un proprio mondo culturale, erano poco inclini a favorire un'arte che un pubblico della classe lavoratrice non avrebbe prontamente approvato o compreso.  vero che gli abbonati alle biblioteche tedesche dei lavoratori abbandonavano sempre di pi i testi politici in favore della narrativa, leggendo anche allo stesso tempo meno poesia e letteratura classica; ma il loro scrittore pi famoso, quasi certamente Friedrich Gerstaecker, autore di storie avventurose, non ispirava certo l'avanguardia.66 Non  molto sorprendente che a Vienna Karl Kraus, sebbene ini zialmente attratto dai socialdemocratici per via della propria dissidenza politica e culturale, se ne allontan nel primo decennio del Novecento, incolpandoli di non promuovere un livello culturale sufficientemente serio tra i lavoratori; inoltre, non era entusiasta della vasta, e alla fine vittoriosa, campagna del partito per il suffragio universale.67
La sinistra rivoluzionaria socialdemocratica, all'inizio piuttosto marginale in Occidente, e le tendenze sindacaliste rivoluzionarie o anarchiche sembravano avere un maggior potere di attrazione sulla cultura d'avanguardia di orientamento radicale. Al di fuori dai Paesi latini, dopo il 1900, furono in particolare gli anarchici a trovare la propria base sociale sempre pi all'interno di un ambiente di bohmiens e lavoratori autodidatti che sfumavano nel Lumpenproletariat, insomma, nelle varie Montmartre del mondo occidentale, stabilendosi in una sottocultura generale di coloro che respingevano gli stili di vita "borghesi" o i movimenti di massa organizzati, o che da questi non erano assimilabili.68 Questa ribellione essenzialmente individualistica e antinomica non si opponeva alla rivoluzione sociale; spesso si aspettava semplicemente un movimento insurrezionale e rivoluzionario adatto al quale unirsi, e ci fu ancora una volta una mobilitazione in massa contro la guerra e per la Rivoluzione russa. Il soviet di Monaco del 1919 rappresent forse per questi gruppi il momento di maggior affermazione politica. Eppure, sia nella realt sia nella teoria, essi si allontanarono dal marxismo. Nietzsche, un pensatore che per ragioni abbastanza ovvie non godeva certo delle simpatie dei marxisti e dei socialdemocratici, a dispetto del suo odio per "i borghesi", divenne un caratteristico guru dei ribelli anarchici e anarchizzanti, cos come della dissidenza culturale non politica della classe media.
Quello stesso radicalismo culturale insito negli sviluppi dell'avanguardia nel nuovo secolo li tagli invece fuori dai movimenti operai, i cui membri mantennero gusti tradizionali, nella misura in cui questi (e il movimento) rimanevano attaccati a linguaggi noti e a codici di comunicazione simbolici che esprimevano i contenuti delle opere d'arte. Le avanguardie dell'ultimo quarto di secolo non avevano ancora rotto con questi linguaggi, pur avendoli in un certo qual modo forzati. Con un piccolo aggiustamento era perfettamente possibile comprendere che cosa "avevano in mente" Wagner e gli impressionisti, o persino numerosi simbolisti. Dall'inizio del XX secolo - forse il Salon d'Automne di Parigi del 1905 segna la rottura nelle arti figurative - non fu pi cos.
Inoltre i leader socialisti, anche quelli dell'ultima generazione, nata dopo il 1870, non erano pi "in sintonia". Rosa Luxemburg dovette difendersi dall'accusa di non apprezzare "gli scrittori moderni"; ma bench fosse stata assai vicina all'avanguardia degli anni Novanta (per esempio ai poeti naturalisti tedeschi), ammise di non comprendere Hofmannsthal e di non aver mai sentito parlare di Stefan George.69 E anche Trockij, che andava orgoglioso dei suoi stretti contatti con le nuove mode culturali (scrisse una lunga analisi di Frank Wedekind per la "Neue Zeit" nel 1908 e recens alcune mostre d'arte) non sembra dimostrare alcuna familiarit specifica con quello che i giovani avventurosi, tra il 1905 e il 1914, avrebbero considerato avanguardia, eccetto, naturalmente, la letteratura russa. Al pari di Rosa Luxemburg, rimarc e disapprov il soggettivismo estremo delle avanguardie, la loro capacit, per usare le parole della Luxemburg, di esprimere "uno stato d'animo", ma null'altro ("ma non si possono fare gli esseri umani con degli stati d'animo").70 Al contrario di lei, tent un'interpretazione marxista delle nuove tendenze di ribellione soggettivistica e di "logica puramente estetica" che "aveva naturalmente trasformato la rivolta contro l'accademismo in una rivolta della forma artistica autosufficiente contro il contenuto, considerato come un fatto indifferente".71 Egli attribuiva ci alla novit della vita nell'ambiente della gigantesca citt moderna, e pi specificamente lo considerava espressione di questa esperienza da parte degli intellettuali che vivevano in queste moderne Babilonie. Indubbiamente, tanto la Luxemburg che Trockij riecheggiavano i preconcetti sociali particolarmente forti della teoria estetica russa, ma in fondo riflettevano un'attitudine generale dei marxisti, sia dell'Est sia dell'Ovest. Qualcuno particolarmente interessato alle arti e ansioso di mantenere i contatti con le ultime tendenze poteva sviluppare un gusto per alcune di queste innovazioni come individuo privato, ma in che modo collegare esattamente questo interesse alle sue attivit e convinzioni socialiste?
Non era semplicemente una questione di et, sebbene pochi degli esponenti pi affermati dell'Internazionale nel 1910 fossero al di sotto dei trent'anni e la maggior parte fosse di mezza et. Quello che i marxisti comprensibilmente non riuscivano ad apprezzare era ci che vedevano come una ritirata (anzich un'avanzata, come sosteneva l'avanguardia) nel virtuosismo formale e nella sperimentazione, un abbandono del contenuto dell'arte, compreso il suo aperto e riconoscibile contenuto politico e sociale. Quel che non potevano accettare era la scelta dell'avanguardia di un soggettivismo puro, un quasi solipsismo, come quello che Plechanov rilevava nei cubisti.72 Era gi increscioso, sebbene spiegabile, che "tra gli ideologi borghesi che passano dalla parte del proletariato vi siano assai pochi professionisti dell'arte" (Knstler); e negli anni precedenti al 1914, coloro che erano attratti dal movimento operaio sembravano ancora meno rispetto a prima del 1900. L'avanguardia degli operai francesi era "lontana da qualunque agitazione sociale e intellettuale, confinata a discussioni sulla tecnica".73 Ma pi che questo, negli anni 1912-13 Plechanov poteva dare per assodato che "la maggioranza degli artisti di oggi seguono il punto di vista borghese e sono del tutto refrattari alle grandi idee di libert del nostro tempo."74 Non era facile, nella massa di artisti che si definiva "antiborghese", trovare qualcuno che fosse vicino ai movimenti socialisti organizzati, e anche gli anarchici trovarono meno devoti entusiasti fra i pittori rispetto agli anni Novanta dell'Ottocento. Era per assai pi facile scoprire coloro che si lamentavano del filisteismo dei lavoratori, elitari espliciti come quelli della cerchia di Stefan George in Germania o gli acmeisti russi, ricercatori di compagnia aristocratica (preferibilmente femminile) e anche, particolarmente in letteratura, reazionari potenziali o effettivi. In pi non va dimenticato che le nuove avanguardie sperimentali non si ribellavano tanto contro l'accademismo, quanto precisamente contro quelle avanguardie degli anni Ottanta e Novanta che erano state a quel tempo relativamente vicine ai movimenti operai e socialisti.
Insomma, che cosa potevano vedere i marxisti in queste nuove avanguardie, se non un ennesimo sintomo della crisi della cultura borghese, e cosa potevano vedere le avanguardie nel marxismo, se non un'altra dimostrazione del fatto che il passato non poteva capire il futuro? Indubbiamente, tra le poche dozzine di individui (collezionisti o mercanti d'arte) da cui dipendevano finanziariamente i nuovi pittori, c'erano anche simpatizzanti marxisti come Morozov e Shchukin. D'altronde, era abbastanza improbabile che gli appassionati dell'arte ribelle in questo periodo fossero dei conservatori da un punto di vista politico. Il teorico marxista occasionale - Lunacarskij, Bogdanov - poteva anche razionalizzare la sua simpatia per gli innovatori, ma era destinato a incontrare delle resistenze. Eppure, il mondo culturale del movimento socialista e operaio non aveva un posto logico per le nuove avanguardie, e i teorici estetici ortodossi del marxismo (di fatto una specie caratteristica dell'Europa centrale e orientale) le condannavano.
Tuttavia, se alcune delle nuove avanguardie rimasero sicuramente lontane dal socialismo o da qualunque altra idea politica - e alcune sarebbero diventate apertamente reazionarie e persino fasciste - gran parte degli artisti ribelli era semplicemente in attesa di una congiuntura storica in cui la rivolta artistica e quella politica potessero fondersi nuovamente. La trovarono dopo il 1914, nel movimento contro la guerra e nella Rivoluzione russa. Dopo il 1917 il congiungimento fra marxismo (nella forma del bolscevismo di Lenin) e le avanguardie torn a compiersi, dapprima principalmente in Russia e in Germania. L'epoca di quello che i nazisti definirono (non scorrettamente) Kulturbolschewismus non rientra nell'ambito di questo capitolo, che si occupa della storia del marxismo nel periodo della Seconda Internazionale. Ciononostante, gli sviluppi del post-1917 vanno menzionati perch portarono alla biforcazione della teoria estetica marxista tra i "realisti" e gli "avanguardisti" - il conflitto tra Lukcs e Brecht, tra gli ammiratori di Tolstoj e quelli di James Joyce. E come abbiamo visto, questa divisione ha le sue radici nel periodo antecedente al 1914.
Se si guarda indietro al periodo della Seconda Internazionale nel suo complesso, bisogna concludere che il rapporto tra il marxismo e le arti non fu mai facile, anche prima del 1900, quando divenne estremamente complicato. I teorici marxisti non erano mai stati del tutto soddisfatti di nessuno di questi movimenti "moderni" degli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo, lasciando il loro sostegno entusiasta a intellettuali ai margini del marxismo (come in Belgio) o a rivoluzionari non marxisti e socialisti. I critici marxisti ortodossi di punta si consideravano commentatori o arbitri, pi che tifosi o giocatori, nella partita di calcio della cultura. Questo non min la loro analisi storica degli sviluppi artistici come sintomi del decadimento della societ borghese, un'analisi davvero notevole. Eppure non si pu non rimanere sorpresi dall'esteriorit delle loro osservazioni. Ogni intellettuale marxista, uomo o donna, si considerava partecipe dell'elaborazione filosofica e scientifica, per quanto dilettante fosse; ma quasi nessuno si considerava partecipe della creazione artistica. Analizzavano la relazione tra l'arte, la societ e il movimento, assegnavano voti buoni o cattivi alle scuole, agli artisti e alle opere. Al massimo avevano a cuore quei pochi artisti che entravano effettivamente nei loro movimenti, e tenevano conto delle loro stravaganze personali e ideologiche, come faceva anche la societ borghese. Era quindi probabile che l'influenza del marxismo sulle arti fosse abbastanza marginale. Persino il naturalismo e il simbolismo, che erano vicini ai movimenti socialisti del loro tempo, si sarebbero evoluti nella stessa maniera anche se i marxisti non avessero mostrato interesse nei loro confronti. Di fatto, i marxisti trovarono difficile individuare un qualsiasi ruolo per l'artista sotto il capitalismo, all'infuori di quello di propagandista, sintomo sociologico, o "classico". Verrebbe la tentazione di dire che il marxismo della Seconda Internazionale in realt non avesse una teoria adeguata dell'arte e, a differenza di quanto verificatosi per la "questione nazionale", non fosse obbligato dall'urgenza politica a scoprire la propria inadeguatezza teorica.
Ma nel marxismo della Seconda Internazionale c'era una vera e propria teoria dell'arte nella societ, bench il corpus ufficiale della dottrina marxista non ne fosse consapevole: la teoria sviluppata con maggiore pienezza da William Morris. Se mai vi fu un'influenza marxista importante e durevole, essa venne attraverso questa corrente di pensiero, che guardava oltre la struttura delle arti nell'era borghese (l'"artista" individuale) verso l'elemento della creazione artistica in tutti i lavori e le arti (tradizionali) della vita popolare, e oltre la produzione di merci nell'arte (l'"opera d'arte" individuale) verso l'ambiente della vita quotidiana. Tipicamente, era l'unico ramo della teoria estetica marxista che prestava attenzione all'architettura, ritenendola anzi la chiave e il coronamento di tutte le arti.75 Se del naturalismo o "realismo" la critica marxista era la mosca cocchiera, del movimento Arts and Crafts, il cui storico impatto sull'architettura e il design moderni resta fondamentale, fu il motore.
Tale teoria venne trascurata perch Morris, che fu uno dei primi marxisti britannici,76 era visto semplicemente come un artista famoso, ma di scarso peso politico, e senza dubbio anche perch la tradizione britannica di teorizzare su arte e societ (il medievalismo neoromantico, Ruskin), che lui miscel al marxismo, aveva pochi rapporti con la corrente principale del pensiero marxista. Eppure essa proveniva dall'interno dell'arte, era marxista - almeno Morris diceva che lo era - e convert e influenz artisti, designer, architetti e urbanisti, nonch organizzatori di musei e scuole d'arte in gran parte d'Europa. N fu un caso che questa rilevante influenza marxista giungesse dalla Gran Bretagna, sebbene in quel Paese il marxismo fosse di importanza trascurabile. Perch in questo periodo la Gran Bretagna era l'unica nazione europea sufficientemente trasformata dal capitalismo da far s che la produzione industriale trasformasse le produzione artigiana. A ben riflettere, non sorprende che quello che per Marx era il Paese "classico" dello sviluppo capitalistico abbia prodotto l'unica critica importante degli effetti del capitalismo sull'arte. N deve stupire che l'elemento marxista di questo significativo movimento artistico sia stato dimenticato. Lo stesso Morris era abbastanza realista da sapere che, finch fosse durato il capitalismo, l'arte non sarebbe potuta diventare socialista.77 Emergendo dalla sua crisi per fiorire ed espandersi, il capitalismo si appropri dell'arte dei rivoluzionari e la assorb. Furono le classi medie agiate e colte, i designer industriali ad assumerne il controllo. L'opera pi importante dell'architetto socialista olandese, H.P. Berlage, non  l'edificio del sindacato dei tagliatori di diamanti, bens la Borsa di Amsterdam. E le opere con cui gli urbanisti morrisiani si avvicinarono maggiormente alle loro citt del popolo furono le "periferie giardino", che finirono per essere occupate dalle classi medie, e le "citt giardino", lontane dalle industrie.  cos che le arti riflettono le speranze e le delusioni del socialismo della Seconda Internazionale.
* Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, Firenze 1977 [N.d.T]
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CAPITOLO 11. Nell'epoca dell'antifascismo. 1929-45.
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Gli anni Trenta del Novecento sono il decennio in cui il marxismo divenne una forza importante tra gli intellettuali dell'Europa occidentale e nel mondo anglofono. Gi lo era da molto tempo in Europa orientale e in alcune parti di quella centrale, e la Rivoluzione russa aveva senz'altro attratto numerosi socialisti occidentali e altri ribelli e rivoluzionari. Tuttavia, contrariamente all'opinione comune, dopo il recedere dell'ondata rivoluzionaria degli anni 1917-20, il tipo di marxismo che divenne del tutto preponderante, quello dell'Internazionale comunista, non esercit alcuna rimarchevole attrattiva sugli intellettuali occidentali, in particolare su quelli di origine borghese. Alcuni gruppi marxisti dissidenti esercitavano nei loro confronti un maggiore richiamo, in particolare il trockismo, ma, paragonati ai partiti comunisti principali, erano numericamente tanto esigui da diventare quantitativamente trascurabili. In Occidente la maggior parte dei partiti comunisti era composta prevalentemente da proletari e in essi la situazione degli intellettuali "borghesi" era spesso anomala e non sempre facile.1,2 Inoltre, specialmente dopo il periodo di "bolscevizzazione", il ruolo dei lavoratori nella leadership di questi partiti era stato riaffermato di proposito. A differenza dei partiti della Seconda Internazionale, pochi tra gli esponenti di punta dei partiti comunisti erano intellettuali (tranne che in alcuni Paesi sottosviluppati e coloniali), n questi erano orgogliosi di avere degli intellettuali tra i propri dirigenti, sebbene gradissero l'adesione dei pi prestigiosi, cui venivano riservate altre funzioni. L'influsso degli intellettuali nei partiti comunisti negli anni Trenta fu pertanto un fenomeno nuovo: in Gran Bretagna, almeno il 15 per cento dei delegati al congresso del Partito comunista del 1938 era composto da studenti e professionisti.3
La penetrazione del marxismo intellettuale in questi Paesi occidentali non solo era un elemento nuovo, ma dal carattere autoctono. All'epoca della Seconda Internazionale, l'importanza dei rifugiati politici per la diffusione del socialismo, e del marxismo in particolare, ha attirato una certa attenzione,4 e gli anni Trenta furono, purtroppo, un periodo di massiccia emigrazione politica. Inoltre, l'impatto di tali emigrati sulla vita intellettuale dei Paesi ospitanti fu profondo, in Gran Bretagna e ancor pi negli Stati Uniti, ma tale influsso fu di entit piuttosto lieve sulle generazioni occidentali indigene, che avevano da poco abbracciato il marxismo.
Questo era forse dovuto al fatto che ad attrarli pi di ogni altra cosa era la versione del marxismo legata ai partiti comunisti e all'Urss, che era appena diventata disponibile grazie alla traduzione dei "classici" (che a quel tempo comprendevano Lenin e Stalin, oltre che Plechanov). Esisteva ora una versione internazionale standardizzata del marxismo, sistematicamente esemplificata dal capitolo sul materialismo dialettico e storico nella Storia del partito comunista (b) dell'Urss. Breve corso, del 1938. Per cui i rifugiati comunisti ortodossi non avrebbero portato con s, o diffuso pubblicamente, nulla di ci che sapevano essere in disaccordo con questa versione standard. I marxisti o i marxisteggianti eterodossi sarebbero stati relativamente isolati per il semplice fatto che la loro eterodossia era nota, anche se ai comunisti leali il contatto con loro non era espressamente proibito, come invece accadeva per i seguaci di Trockij.
C'erano due ulteriori fattori che contribuivano a diminuire l'influsso della diaspora marxista. Il primo era linguistico: le due lingue principali dei primi dibattiti marxisti, il tedesco e il russo, non erano molto conosciute in Occidente, se non del tutto ignote.5 Al di fuori degli Stati Uniti non vi era un grande pubblico di origine russa o tedesca in grado di leggere opere in quelle lingue e incline a interessarsi alla letteratura di sinistra. Cos, anche gli autori accettabili per i comunisti ortodossi risultavano inaccessibili se non in traduzione, cosa che avveniva di rado. La prima raccolta di saggi di Lukcs in edizione inglese risale al 1950, e perfino un testo basilare come i Frhschriften di Marx, disponibile dal 1932, ebbe risalto in Francia solo attraverso quelle due o tre persone che potevano leggerlo in tedesco, e nemmeno avvenne immediatamente. Di contro, com' ovvio, le opere tradotte acquisirono un'importanza sproporzionata, come attesta l'impatto rivoluzionario che l'articolo di B. Hessen su Newton ebbe sugli scienziati britannici (si veda sotto, p. 296).
Il secondo fattore era la crescente chiusura delle societ nazionali rispetto al flusso degli immigrati. Gli esuli dalla Germania di Hitler, politici o meno, vennero accettati con riluttanza in Occidente e, con la parziale eccezione degli Stati Uniti, n bene accolti, n integrati, tranne che in casi particolari: rimasero figure marginali e spesso sconosciute.6 I marxisti occidentali si formarono perci indipendentemente dalla tradizione o dalle tradizioni marxiste centrali. Non  forse un caso che il primo, e per certi versi ancora il migliore, trattato di teoria economica marxista in lingua inglese, su cui si concentrarono i dibattiti e gli sviluppi del periodo della Seconda Internazionale, fosse stato pubblicato negli Stati Uniti, ossia un Paese in cui la separazione tra il marxismo (o la conoscenza del marxismo) degli esuli e la "nuova sinistra" era all'epoca meno marcata.7
La penetrazione del marxismo fu quindi un fenomeno paradossale. Era un prodotto locale, non importato, nella misura in cui si diffuse in ciascun Paese indipendentemente da influenze esterne diverse dal comunismo ufficiale. Allo stesso tempo, proprio per questa stessa ragione prese in modo preponderante una forma uniforme e standardizzata. Eppure, pi o meno dal 1960 questa uniformit non riesce a nascondere una netta tendenza verso una segregazione intellettuale nazionale. Ci era in parte dovuto alla struttura assai centralizzata e disciplinata dell'Internazionale comunista e al carattere sempre pi "ufficiale" degli scritti che di essa e dell'Urss erano emanazione, ma che, almeno fino al 1948, operava in modo abbastanza selettivo (si veda pi avanti). Le riviste comuniste internazionali, pubblicate in diverse lingue con qualche variazione regionale di contenuto, come la "International Press Correspondence" e la "Communist International", si occupavano prevalentemente di questioni politiche contingenti, e gli articoli che vi apparivano erano scritti soprattutto da leader politici e da quella che potrebbe definirsi la redazione internazionale del movimento. Negli anni Trenta non vi era nessun equivalente della "Neue Zeit", e in nessuna lingua.8 Viceversa, le riviste teoriche marxiste o marxisteggianti che iniziarono a comparire in varie nazioni occidentali verso la fine degli anni Trenta, erano appannaggio soprattutto di intellettuali privi di autorit politica e mancavano di qualunque risonanza internazionale al di fuori dei Paesi nei quali si parlava la lingua in cui erano pubblicate, sebbene alcune di esse avessero stabilito dei collegamenti internazionali. Quindi, paradossalmente, esisteva uno spazio per varianti e sviluppi locali, laddove mancava una "linea" internazionale su un determinato tema o questa non era stata adeguatamente divulgata come obbligatoria. C'era dunque, come vedremo, un'intensa teorizzazione marxista indipendente, per esempio in Gran Bretagna sulle scienze naturali e sulla letteratura, parte della quale fin per soccombere all'imposizione di un'ortodossia onnicomprensiva nel periodo di danov. In ogni caso, ciascun Paese o area culturale in cui il marxismo non fosse ufficialmente proibito adatt il modello standard internazionale a modo proprio e secondo la propria situazione locale. Uno sviluppo, questo, facilitato dal cambiamento della linea internazionale del Comintern dopo il 1934.
C' solo un campo per il quale  lecito parlare di un autentico internazionalismo non centralizzato degli intellettuali di sinistra, ed  quello della letteratura e delle arti. Queste erano legate alla politica della sinistra non tanto attraverso la riflessione teorica, bens mediante il coinvolgimento emotivo nelle lotte dell'epoca da parte di coloro che le praticavano e coltivavano. Durante la Prima guerra mondiale, l'arte e la sinistra ristabilirono forti legami, ma non attraverso la teoria marxista ortodossa.  solo nel campo della cultura che si assiste a una grossa resistenza all'imposizione dell'ortodossia, anche fra gli intellettuali comunisti. Pochi comunisti sfidarono apertamente il "realismo socialista" che era divenuto ufficiale nell'Urss dal 1934, bench sia significativo che il dibattito su quello che potremmo definire "modernismo" non era mai cessato completamente, n la fazione non ortodossa si era effettivamente arresa. Brecht non cedette a Lukcs. Si fece di tutto per apprezzare le opere d'arte prodotte in Urss negli anni Trenta e per ignorare discretamente quelle che proprio non si potevano ammirare (in particolar modo nella pittura e nella scultura). Ma l'ammirazione sincera era ancora soprattutto destinata a quanto sopravviveva dell'arte e della letteratura sovietiche degli anni Venti. Erano in pochi a essere disposti a dissentire pubblicamente dalla critica ufficiale rivolta alle pi celebri figure internazionali del movimento "moderno" nelle arti, ma erano in misura minore quelli che, almeno in privato, erano disposti a reprimere la propria ammirazione per Joyce, Matisse o Picasso, anche quando sinceramente impegnati nella diffusione di stili pi vicini al "realismo socialista".9 Il jazz non godeva dell'approvazione dell'ortodossia ufficiale, ma tra i suoi pi attivi e appassionati estimatori, paladini e sostenitori nel mondo anglosassone, si contava un numero di militanti e simpatizzanti comunisti sproporzionatamente alto.
Gli intellettuali marxisti che non erano tagliati fuori dal resto del mondo tendevano dunque a condividere una cultura di sinistra internazionale, quale che fosse il loro Paese di origine. C'erano nelle sue fila scrittori e artisti che si riconoscevano nel comunismo, o almeno nell'impegno nella lotta antifascista e che, fortunatamente, erano numerosi: Malraux, Silone, Brecht (per quanto fosse allora conosciuto), Garca Lorca, Dos Passos, Eisenstein, Picasso, ecc.10 Questa stessa cultura poteva annoverare, in qualit di membri del partito comunista, un corpus di scrittori considerati pi o meno ufficialmente comunisti, o "progressisti": Barbusse, Rolland, Gor'kij, Andersen Nex, Dreiser e altri. Avrebbe quasi certamente compreso alcuni tra i protagonisti internazionali della cultura erudita, a meno che non fosse noto un loro coinvolgimento con la reazione e il fascismo: scrittori come Joyce e Proust, i grandi pittori (soprattutto francesi) del primo Novecento, i celebri architetti del movimento "moderno" e, non da ultimi, i famosi registi russi e Charlie Chaplin. La novit degli anni Trenta non consiste tanto nell'esistenza di una simile cultura internazionale, i cui nomi provenivano indifferentemente da vari Paesi - in effetti, soprattutto dalla Francia, gli Stati Uniti, le isole britanniche, la Russia, la Germania e la Spagna - quanto nella sua stretta associazione con l'impegno politico della sinistra.11 Non si trattava certo di una cultura specificamente marxista, ma fu indubbiamente cruciale il ruolo di una minoranza di marxisti (ossia, a tutti gli effetti, di comunisti) che si impegnarono a delinearla.12
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La radicalizzazione degli intellettuali negli anni Trenta aveva origine in una risposta alla crisi traumatica del capitalismo nei primi anni di questo decennio. Le sue cause immediate, almeno per le generazioni pi giovani, sono da ricercarsi nella Grande Depressione del 1929-33. Cos in Gran Bretagna, dove i primi segnali concreti della crescita di un interesse nel marxismo e nel Partito comunista si avvertono nel 1931, quando il materialismo storico e dialettico divenne argomento di dibattito in uno sparuto gruppo di professori universitari e in gruppi comunisti di studenti che si erano formati qua e l, per esempio nell'universit di Cambridge, dopo un silenzio durato vari anni. A colpire questi piccoli nuclei di intellettuali comunisti, potenziali o effettivi, come pure ceti ben pi vasti, non era soltanto la catastrofe globale dell'economia capitalistica, che assumeva le forme della disoccupazione di massa e della distruzione delle eccedenze di frumento e caff di cui uomini e donne avevano un disperato bisogno, ma l'evidente immunit dell'Unione Sovietica a tutto questo. Questa fase del processo  ben illustrata dalla spettacolare conversione dei decani del gradualismo socialdemocratico, i padri del fabianesimo, Sidney e Beatrice Webb, alla "teoria marxiana dello sviluppo storico del capitalismo che genera profitto",13 i quali, pur nel loro scetticismo nei confronti del Partito comunista britannico, dedicarono quel che restava loro da vivere alla descrizione ammirata dell'Unione Sovietica.
Se il contrasto tra il crollo capitalista e l'industrializzazione socialista pianificata avvicin alcuni intellettuali al marxismo, il trionfo di Hitler, un'evidente conseguenza politica della crisi, ne trasform un numero assai maggiore in antifascisti. Con il costituirsi del regime nazionalsocialista, l'antifascismo divenne una questione politica centrale per tre principali ragioni. In primo luogo lo stesso fascismo, visto fino ad allora soprattutto come un movimento strettamente legato all'Italia, divenne il vettore internazionale principale della destra politica. I movimenti politici fascisti, o quelli desiderosi di associarsi al prestigio e al potere dei due grandi Stati europei ora sotto il dominio fascista, crebbero e si moltiplicarono in vari Paesi. Altri movimenti reazionari militanti si ritrovarono a schierarsi con il fascismo nazionale o straniero, o a cercare appoggi nel secondo, o quanto meno a considerare l'ascesa del fascismo internazionale, e in particolar modo di quello tedesco, come un baluardo contro la sinistra interna. Come si diceva al tempo: "Meglio Hitler che Lon Blum". La sinistra naturalmente era incline ad assimilare tutti questi movimenti al fascismo o al filofascismo, e a metterne in risalto i contatti con Berlino e Roma. Come gi il comunismo per la destra, per la sinistra in ogni Paese il fascismo non era pi solo un problema che riguardava nazioni straniere, ma un pericolo interno, reso ora pi che mai inquietante dal suo carattere internazionale e dalle affinit, e forse dal supporto di due grandi potenze.  impossibile comprendere l'ondata internazionale a sostegno della Repubblica spagnola nel 1936 senza tener conto del sentore allora diffuso che le battaglie combattute in quel Paese appena conosciuto e marginale fossero, nel senso pi specifico, battaglie per il futuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti, dell'Italia, ecc.
In secondo luogo, la minaccia del fascismo era ben pi che semplicemente politica: c'era in ballo, e nessuno ne era pi consapevole degli intellettuali, il futuro di un'intera civilt. Se il fascismo si sbarazzava di Marx, altrettanto faceva con Voltaire e John Stuart Mill. Rifiutava il liberalismo in tutte le sue forme in modo altrettanto implacabile del socialismo e del comunismo. Rigettava l'intera eredit dell'Illuminismo settecentesco assieme a tutti i regimi nati dalle Rivoluzioni americana e francese cos come dalla Rivoluzione russa. Di fronte alla stessa minaccia di annientamento, comunisti e liberali furono inevitabilmente sospinti nello stesso schieramento. Non  possibile comprendere la riluttanza di uomini e donne di sinistra a criticare, o anche nell'ammettere a se stessi, quello che stava succedendo in Urss in quegli anni. Cos come  difficile capire l'isolamento dei critici di sinistra dell'Urss senza questa sensazione che nella lotta contro il fascismo, il comunismo e il liberalismo stessero, in senso profondo, combattendo dalla stessa parte. Per non parlare del fatto, ancora pi ovvio, che ognuno aveva bisogno dell'altro e che, vista la situazione degli anni Trenta, ci che faceva Stalin, per quanto sconvolgente, era un problema russo, mentre quello che faceva Hitler rappresentava ovunque una minaccia. Minaccia che si manifest immediatamente con l'abolizione del governo costituzionale e democratico, i campi di concentramento, i roghi di libri, e la gigantesca espulsione o emigrazione di dissidenti politici ed ebrei, compreso il fior fiore della vita intellettuale tedesca. Quel che la vicenda del fascismo italiano aveva finora soltanto accennato, era ora reso esplicito e visibile anche ai pi miopi.
L'importanza della minaccia del fascismo  indicata dall'incapacit della Germania nazista di ricavare qualche importante vantaggio politico dal proprio indubbio e rapido successo economico. L'aver liquidato la disoccupazione giov alla propaganda di Hitler negli anni Trenta meno di quanto la pretesa di aver "fatto arrivare i treni in orario" non aveva giovato negli anni Venti a quella di Mussolini. Era chiaro che la Germania nazista era un regime che andava giudicato secondo parametri diversi dal suo successo nel risollevarsi dalla depressione economica.
In terzo luogo, cosa pi importante, "il fascismo significava la guerra". Dopo il 1933 questa consapevolezza divenne drammaticamente pi evidente di anno in anno, dopo che al putsch in Austria (1934) avevano fatto seguito la guerra in Etiopia (1935), la rioccupazione della Renania da parte di Hitler e la Guerra civile spagnola (1936), l'invasione giapponese della Cina (1937), l'occupazione tedesca dell'Austria e l'assoggettamento della Cecoslovacchia dopo Monaco (1938). Le generazioni successive al 1918 vissero sotto l'incubo di un altro conflitto mondiale. Erano in pochi dopo il 1933 a credere che si potesse evitare una guerra, eppure solo i fascisti e i loro governi ne consideravano la prospettiva senza orrore. La linea di demarcazione fra chi aggrediva e chi si difendeva non fu mai pi netta che in questo periodo; ma lo era altrettanto, e sempre di pi, quella tra chi nei Paesi non fascisti era preparato a resistere, se necessario con le armi, e chi invece, per una ragione o per l'altra, non lo era. Tale linea non divideva semplicemente la destra dalla sinistra: vi erano dei resistenti fra i conservatori e i patrioti tradizionali, e conciliatori (appeasers) o pacifisti nella sinistra non comunista, in particolare in Francia e Gran Bretagna. Anche i resistenti non volevano la guerra, ma credevano piuttosto (e dopo Monaco non del tutto senza fondamento) che vi fosse una buona possibilit di evitare la catastrofe costruendo un potente e largo fronte di Stati e popoli intenzionati a resistere agli aggressori e in grado di intimidirli perch capaci, se necessario, di sconfiggerli. Eppure, man mano che l'aggressione avanzava con successo, l'esigenza di resistere divenne sempre pi ovvia, attirando un'opinione politicamente consapevole nel campo antifascista. Ben presto la guerra e la resistenza resero la questione chiara al di l di ogni dubbio; e con il suo chiarirsi, l'antifascismo si avvicin sempre pi ai comunisti, che non solo avevano aperto sul piano teorico la strada alla politica di vasta alleanza antifascista e di resistenza, ma svolgevano visibilmente un ruolo guida nella lotta concreta. Fintanto che il pericolo fascista, rappresentato dopo il maggio 1940 dall'effettiva conquista di estese aree dell'Europa, restava acuto, nemmeno l'assurdo14 capovolgimento temporaneo della politica comunista internazionale nel 1939 pot arrestare questa tendenza.
Tuttavia il processo attraverso il quale gli intellettuali, e altri con loro, vennero attratti dall'antifascismo e dunque dalla sinistra, e spesso dalla sinistra marxista, non era n lineare, n privo di problemi quanto poteva sembrare a prima vista. Gli zig-zag e le svolte del Comintern nella politica sovietica sono gi stati menzionati e non c' bisogno di soffermarvisi;  sufficiente ricordare il ritardo nell'eliminare la strategia settaria della "terza fase" e il dietrofront del 1939-41.  comunque il caso di discutere brevemente altri fattori problematici.
A livello globale, il pi serio di questi riguardava i Paesi dipendenti e coloniali. In essi il fascismo non era una questione prioritaria, sia perch il fenomeno del fascismo europeo era remoto e aveva scarse ripercussioni sulle loro situazioni interne,  il caso di ampie parti dell'America latina, sia perch il fascismo non poteva essere realisticamente identificato come il nemico o il pericolo principale, o entrambe le cose insieme.  pur vero che in America latina la destra tradizionale (specialmente quando si appoggiava alla Chiesa) era incline a simpatizzare con la destra europea, sempre pi coinvolta in un'alleanza con il fascismo, come nel caso evidente della Guerra civile spagnola. Si assistette qua e l allo sviluppo di qualche movimento dell'ultradestra sul modello fascista, come i sinarchisti in Messico o gli integralisti di Plinio Salgado in Brasile. In questa misura la sinistra a sua volta poteva identificarsi con l'antifascismo, anche laddove non fosse stata gi tentata di farlo per altre ragioni, quali la propensione per l'antimperialismo marxista e la fortissima influenza culturale europea sugli intellettuali latinoamericani e le loro esperienze. Qui fu evidentemente la Guerra civile spagnola a svolgere un ruolo fondamentale, in particolare in Messico, in Cile e a Cuba. D'altro canto, negli anni Trenta in vaste regioni dell'America latina, la prontezza a far proprie le idee e la fraseologia del fascismo - un movimento prestigioso, di successo e in voga in quell'Europa a cui l'America Latina aveva a lungo guardato per le proprie mode ideologiche - non presentava necessariamente le medesime connotazioni che aveva nel continente d'origine. Qui, per politici o giovani funzionari con aspirazioni politiche che fossero attratti da simili idee, sarebbe stato impossibile avere un grande impatto sulla vita nazionale mobilitando la classe operaia come forza sindacale o elettorale (come in Argentina) oppure unendosi ai sindacati per compiere una rivoluzione sociale (come in Bolivia). Forse questo non avr influenzato granch la maggior parte degli intellettuali del continente, ma dovrebbe comunque metterci in guardia dall'applicare troppo pedissequamente le logiche degli schieramenti politici europei alla situazione dell'America latina. Inoltre, quel continente non fu a tutti gli effetti coinvolto nella Seconda guerra mondiale.
La situazione era pi complessa in Asia e (laddove questa era politicamente mobilitata) in Africa, dove non c'era alcun fascismo locale,15 sebbene il Giappone, una potenza anticomunista militante, fosse alleato con la Germania e l'Italia, e la Gran Bretagna, la Francia e l'Olanda rappresentavano ovviamente i principali avversari degli antimperialisti. La maggior parte degli intellettuali laici era di certo contro il fascismo europeo, visto il suo atteggiamento razzista nei confronti dei popoli non di pelle bianca. Inoltre, i movimenti in questi Paesi erano spesso influenzati da quelli delle metropoli, ovvero dalle tradizioni liberali e democratiche dell'Europa occidentale, come nel caso evidente dell'Indian National Congress. Ciononostante, era logico che gli antimperialisti adottassero la posizione da tempo diffusa presso i ribelli irlandesi, ossia quella per cui "le difficolt dell'Inghilterra sono opportunit per l'Irlanda". Anzi, la tradizione del cercare appoggio presso i nemici dei colonialisti locali risaliva alla Prima guerra mondiale, quando sia i rivoluzionari irlandesi sia quelli indiani (compresi alcuni che in seguito sarebbero diventati marxisti) si erano rivolti alla Germania per chiedere aiuto contro la Gran Bretagna. L'antifascismo dunque, che privilegiava la sconfitta della Germania, dell'Italia e del Giappone rispetto a un'immediata liberazione coloniale, entrava in conflitto con gli istinti e i calcoli politici dell'antimperialismo locale, eccetto in casi speciali come l'Etiopia e la Cina. La questione cess di essere accademica con lo scoppio della guerra, e aveva anzi cominciato a complicare la vita politica locale gi da alcuni anni (per esempio in Indocina). I comunisti ortodossi16 che davano priorit all'antifascismo mondiale, non appena il conflitto si fece sufficientemente vicino rischiarono, e in generale soffrirono, l'isolamento politico, come accadde in Medio Oriente dal 1940 e nell'Asia meridionale e sudorientale nel 1942. Gli intellettuali della sinistra che si riconoscevano nell'antifascismo teorico, o anche in qualche tipo di marxismo, poterono, come Jawaharlal Nehru e gran parte dell'Indian National Congress, lanciarsi direttamente in uno scontro con l'imperialismo britannico; oppure, come nel caso del bengalese Subhas Bose, organizzare un vero e proprio esercito di liberazione indiano sotto l'egida dei giapponesi. Senza dubbio la stragrande maggioranza degli antimperialisti nel Medio Oriente islamico, qualunque fosse la loro ideologia, erano filotedeschi. Insomma, il rapporto tra intellettuali e antifascisti al di fuori dell'Europa non era, n poteva essere, conforme al modello europeo.
L'antifascismo europeo non era privo a sua volta di complessit. In primo luogo, con il procedere degli anni Trenta diventava sempre pi chiaro che l'alleanza antifascista avrebbe dovuto aprirsi politicamente non solo al centro e alla sinistra, bens a tutte le persone, tendenze, organizzazioni e Stati che, per qualsiasi ragione, fossero disposti a resistere al fascismo e alle potenze fasciste. I fronti popolari tendevano inevitabilmente a diventare fronti nazionali. Il logico riconoscimento di questa situazione da parte dei comunisti - con Thorez che tendeva la mano ai cattolici, il Partito comunista francese che si richiamava a Giovanna d'Arco (a lungo un simbolo dell'estrema destra) e quello britannico che sollecitava un'alleanza con Winston Churchill, a sua volta emblema di tutto quello che era reazionario e contrario al movimento operaio - urt la tradizionale suscettibilit della sinistra, compresi i suoi intellettuali.  probabile che ci non abbia creato difficolt eccessive, almeno fino alla liberazione o alla vittoria. Tale era il pericolo rappresentato dalla Germania nazista, che una coalizione con il nemico di ieri e di domani contro una minaccia decisamente pi grave appariva sensata, tanto pi che non implicava un riavvicinamento ideologico. Gli estremisti di sinistra che basavano il proprio "no" agli aiuti all'Etiopia sull'assunto (abbastanza corretto) che Hail Selassi fosse un imperatore feudale, rimasero pressoch inascoltati. Per gli esponenti della sinistra socialista rivoluzionaria, d'altra parte, il fatto di dover seguire una strategia allargata a spese (almeno nel breve periodo) della rivoluzione socialista, che era il loro vero obiettivo, sollev incertezze ancora pi profonde: quali sacrifici avrebbero dovuto fare i rivoluzionari per la causa necessaria di respingere il fascismo? Era inconcepibile pensare di ottenere la vittoria sul fascismo, seppure al costo di posporre la rivoluzione o persino di rinvigorire il capitalismo non fascista? Fintanto che i rivoluzionari erano mossi da considerazioni simili, essi avevano qualcosa in comune con l'antifascismo del mondo coloniale e semicoloniale.
Ma anche gli intellettuali, bench forse pi inclini di altri militanti a porsi simili domande, non ne erano poi cos tormentati. Dopotutto, la sconfitta del fascismo era una questione di vita o di morte anche per i rivoluzionari impegnati. N i comunisti, n i dissidenti marxisti denunciavano alcuna incompatibilit tra l'antifascismo e la rivoluzione. Nell'ambito del Comintern si riteneva, sebbene con cautela, in modo discontinuo e non proprio pubblicamente, che il fronte antifascista allargato potesse rappresentare una strategia per la transizione al socialismo. Naturalmente, in pubblico, a essere messi in risalto erano soprattutto i limitati aspetti democratici e difensivi dell'antifascismo, cos da non spaventare gli antifascisti non socialisti, compresi alcuni governi borghesi; ne risultavano delle ambiguit che esamineremo pi avanti. Gli elementi radicali imboccarono invece la via utopistica del negare qualsiasi contraddizione tra l'antifascismo e l'immediata rivoluzione proletaria. Anche quelli che non rifiutarono completamente il fronte antifascista allargato in quanto inutile tradimento della rivoluzione (come fece Trockij, fuorviato dalla sua ostilit al Comintern staliniano che di questo fronte era il principale sostenitore), alla prima occasione ne sollecitarono la trasformazione in insurrezione: nel 1936 in Francia, nel 1944-45 in Francia e Italia, e nel 1936 in Spagna, quando ne proclamarono l'avvento. Come vedremo, all'epoca queste posizioni utopistiche avevano scarsa rilevanza. Potrebbero anche spiegare l'isolamento e la mancanza d'influenza di chi le fece proprie, come i trockisti e altri gruppi marxisti dissidenti. Le persone che combattevano con le spalle al muro contro le forze dilaganti del fascismo davano la precedenza alla lotta immediata. Perduta questa, la rivoluzione di domani, perfino quella di oggi in Spagna, non avrebbero avuto alcuna possibilit.
La logica della lotta chiariva anche un altro aspetto complesso della sinistra antifascista: il pacifismo. Come ideologia specifica esso era largamente confinato al mondo anglosassone, dove fioriva sia in seno al movimento operaio17 sia, almeno temporaneamente negli anni Trenta, nell'ambito di un nutrito gruppo di intellettuali liberali e in un movimento assai pi ampio che era a favore del disarmo generale, della reciproca comprensione internazionale e della Lega delle nazioni. Era assai diffuso a causa di una ben radicata ripulsa emotiva nei confronti della guerra, del timore di un altro olocausto di massa come la Prima guerra mondiale, o, come negli Stati Uniti, per un rifiuto a essere coinvolti nei conflitti europei. Com' prevedibile, l'odio per la guerra e il militarismo era principalmente un fenomeno della sinistra politica. Tuttavia, il fascismo poneva agli uomini che avevano simili princpi un dilemma che non poteva essere superato se non con la convinzione (di solito suffragata da riferimenti a Gandhi e alla resistenza non violenta in India) che, da sola, la non cooperazione passiva potesse in qualche modo fermare Hitler. In pochi, anche tra gli intellettuali, ci credevano seriamente. Il rifiuto di combattere implicava dunque l'essere preparati a vedere il fascismo vittorioso; e non a caso diversi tra i pi appassionati pacifisti francesi divennero collaborazionisti.18 L'alternativa era abbandonare il pacifismo e concludere che la resistenza al fascismo giustificasse il ricorso alle armi. Fu infatti questa l'opinione della maggioranza dei promotori antifascisti della pace, a parte coloro che erano dediti al pacifismo per via della loro religione, come i quaccheri. Dopo il giugno 1940, molti giovani intellettuali britannici che si erano registrati come "obiettori di coscienza" indossarono l'uniforme. Il rifiuto di combattere qualsiasi guerra, perfino quella contro il fascismo, rimase una forza politica di rilievo soltanto nella forma di "isolazionismo", vale a dire in Paesi come gli Stati Uniti, lontani dalla Germania nazista quel tanto da poter prendere la minaccia di un'invasione hitleriana non troppo seriamente.
In breve, nella sinistra europea l'antifascismo prevalse su ogni altra considerazione: proprio come la lotta per l'insurrezione proletaria aveva trovato immediata espressione pratica negli arruolamenti della Repubblica spagnola contro Franco, e nelle bande di partigiani armati che resistevano a Hitler e Mussolini, cos quella contro la guerra condusse paradossalmente alla mobilitazione degli intellettuali nella guerra antifascista. Gli scienziati britannici, molti dei quali erano attestati su posizioni radicali sviluppate con la partecipazione al Cambridge Scientists' Anti-War Group e avevano trascorso gran parte degli anni Trenta ammonendo che non esisteva un'efficace protezione contro gli orrori dei raid aerei e dei gas asfissianti che ossessionavano l'immaginazione delle generazioni post-1918, si trasformarono nei fautori scientifici della guerra. Figure di spicco radicali e comuniste come Bernal, Haldane e Blackett, furono di fatto coinvolti nello sforzo bellico mediante innovative ricerche sulla protezione della popolazione civile dai bombardamenti aerei. Fu questo a metterli inizialmente in contatto con i pianificatori del governo.19
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Abbiamo parlato finora di "intellettuali" in generale, va sottolineato adesso che la mobilitazione di quelli che si potrebbero definire "intellettuali pubblici" contro il fascismo fu assai sorprendente. Nella maggior parte dei Paesi non fascisti, alcune figure ben note nel mondo delle arti creative, soprattutto in campo letterario, furono attratte dalla destra politica, a volte perfino dal fascismo, ma pochissime nel campo delle arti figurative20 e pressoch nessuna in quello delle scienze. Si trattava comunque di minoranze piccole e atipiche. In effetti in questo periodo persino certi personaggi la cui ideologia tradizionalista avrebbe dovuto presumibilmente spingerli verso la destra, come il critico letterario britannico pi influente, F.R. Leavis, non solo si ritrovarono circondati da allievi antifascisti, alcuni dei quali persino marxisti, ma giunsero quasi a esprimere una simpatia cauta e qualificata per la loro causa, prima di ritirarsi dall'arena politica.21
In Gran Bretagna, in Francia e negli Stati Uniti, tra coloro che si erano mobilitati a favore della Repubblica spagnola e in generale contro il fascismo, vi era una maggioranza di persone di gran talento e intelletto. Gli scrittori americani che dichiararono il proprio sostegno ai repubblicani spagnoli comprendevano Sherwood Anderson, Stephen Vincent Bent, Dos Passos, Dreiser, Faulkner, Hemingway, Archibald MacLeish, Upton Sinclair, John Steinbeck e Thornton Wilder, tanto per citarne alcuni. Nel mondo ispanico i poeti erano schierati per la Repubblica quasi senza eccezioni. Dal momento che, in termini di pubblicit, il valore di nomi cos famosi era evidente, e venne sfruttato tramite varie forme di raduni collettivi, pubbliche dichiarazioni e altre manifestazioni, questa attivit antifascista degli intellettuali  particolarmente ben documentata. Anzi, alcuni resoconti sull'argomento, in pratica, si limitano alla discussione dell'intellighenzia pubblica, ossia essenzialmente quella letteraria.22
L'antifascismo di persone dal talento e dall'intelligenza fuori del comune, gi affermate o destinate ad affermarsi in futuro,  importante da un punto di vista storico, come pure l'attrazione esercitata su di loro dal marxismo in questo periodo, evidente soprattutto tra le generazioni che raggiunsero la maturit negli anni Trenta e Quaranta. Tale fenomeno era oltremodo sorprendente in Paesi in cui il marxismo non godeva di una consolidata tradizione intellettuale, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. (In questi ultimi il marxismo dissidente, soprattutto di tipo trockista, attir un numero di intellettuali maggiore che altrove.) Questo arruolamento mirato di personalit eccezionali in particolari periodi al momento  difficile da spiegare in modo soddisfacente, ma i fatti non sono in discussione. Ci non pu tuttavia esaurire la questione dell'antifascismo e degli intellettuali, e per certi aspetti ne rende pi complessa l'analisi, oscurando il problema dell'identit sociale degli intellettuali antifascisti.
Dal punto di vista sociale, prescindendo per un attimo dalle varianti nazionali, gli intellettuali occidentali degli anni Trenta erano, per la maggior parte, o figli della borghesia afferma-
ta (che poteva o meno contenere uno strato riconosciuto di Bildungsbrgertum, e che doveva il proprio status a una tradizione di istruzione superiore), oppure rappresentavano un ceto in ascesa proveniente dalle classi pi povere. In termini pi che mai semplificati, essi appartenevano sia a gruppi sociali che ritenevano scontato impartire ai figli un'istruzione superiore, pur in mancanza di una vocazione particolare, sia a gruppi che non condividevano questo orientamento. Dato che le antiche e illustri istituzioni scolastiche per giovani oltre i quindici o sedici anni di et erano ancora soprattutto riservate ai rampolli dei ceti agiati, i due gruppi spesso avevano, oltre al background sociale, anche una formazione culturale differente. Non vi era una distinzione altrettanto netta tra le professioni che avrebbero infine intrapreso, bench fosse molto probabile che quelle pi vecchie e prestigiose degli "intellettuali tradizionali" e quelle tecniche pi elevate degli "intellettuali organici" della borghesia reclutassero i propri esponenti nella borghesia affermata, i cui membri, ancor pi probabilmente, avrebbero dominato le generazioni pi vecchie di queste professioni. Peraltro, la maggior parte degli intellettuali di estrazione sociale pi modesta non era pi confinata, per ragioni pratiche, ad attivit subalterne come l'insegnamento, la burocrazia e il sacerdozio, sebbene sia l'insegnamento sia l'impiego statale rappresentassero forse ancora lo sbocco pi laico per loro. Vi era una quantit di altre occupazioni non manuali ora in via di sviluppo in cui gli intellettuali di prima generazione potevano trovare una collocazione, per esempio nel campo in rapida espansione delle comunicazioni di massa, come pure nel settore impiegatizio o in quello del lavoro dipendente tecnico e di progettazione.
Quanto netta fosse la linea di demarcazione tra i due gruppi dipendeva dalle condizioni di ogni singolo Paese. Inoltre le tradizioni nazionali determinavano in gran parte le simpatie politiche sia degli intellettuali in generale sia di categorie particolari di professionisti: gli insegnanti delle scuole secondarie superiori francesi erano prevalentemente di sinistra, il loro corrispettivo tedesco propendeva nettamente per la destra. C' da notare un'ulteriore distinzione, nella maggior parte dei Paesi, tra chi praticava discipline strettamente intellettuali e chi invece lavorava nel campo delle arti creative o dello spettacolo: il loro comportamento politico non era affatto uguale. Infine, bisogna tenere conto delle differenze di et, sesso e origini nazionali o storiche. Fermo restando tutto il resto, era probabile che fossero i giovani, piuttosto che gli anziani, ad avere tendenze radicali, sebbene questo non li indirizzasse per forza verso il radicalismo di sinistra. Quasi per definizione, le donne intellettuali erano di sinistra, non solo perch la destra era in buona parte ostile all'emancipazione femminile, ma anche perch le famiglie pi inclini a dare un'educazione alle proprie figlie in genere appartenevano all'ala liberale o "progressista" della borghesia. Le origini nazionali potevano determinare una sovrarappresentanza degli intellettuali in generale, e di quelli di sinistra in particolare, in gruppi come gli ebrei (depositari sia di una forte tradizione di passione per lo studio sia dell'esperienza della discriminazione) o i gallesi in Gran Bretagna (un popolo pressoch privo di una borghesia nazionale, ma con uno status system che teneva in gran conto i traguardi intellettuali e culturali, per esempio nella letteratura, nell'insegnamento e nella predicazione). In altri gruppi, come gli immigrati slavi e italiani negli Stati Uniti, in gran parte provenienti da ceti arretrati e confinati al lavoro subordinato e manuale, o gli afroamericani, distinti dagli afrocaraibici, era invece probabile che gli intellettuali fossero sottorappresentati.
Da ultimo, potevano risultare decisive le situazioni e le tradizioni politiche nazionali o regionali specifiche: cos gli studenti universitari in Europa centrale e occidentale rimasero prevalentemente estranei all'antifascismo, e anzi, come in Germania, Francia e Austria, era assai pi probabile che si mobilitassero a destra, mentre in alcuni Paesi balcanici (in particolare la Jugoslavia) il loro entusiasmo per il comunismo era addirittura proverbiale. Gli studenti britannici e americani erano perlopi apolitici, ma tra di loro la destra organizzata non faceva molta presa, mentre la sinistra organizzata era quasi certamente pi forte di quanto lo fosse mai stata prima, e in certe universit addirittura dominante. Gli studenti indiani erano, con ogni probabilit, in massima parte antimperialisti, ma gli intellettuali nazionalisti del Bengala si avvicinavano con maggiore facilit alla sinistra rivoluzionaria (vale a dire, negli anni Trenta, al marxismo) rispetto a qualunque altro gruppo.  dunque impossibile generalizzare su intellettuali e antifascismo in blocco.
Le idee politiche degli intellettuali della grande borghesia hanno destato molto interesse, com' comprensibile in Paesi in cui l'accesso alle professioni intellettuali era riservato principalmente ai figli di questo ceto, e il passaggio da attivit intellettuali modeste ad altre pi elevate era difficoltoso. Quando l'illegale Partito comunista italiano cominci ad attrarre una nuova generazione di intellettuali, essi provenivano naturalmente da questo milieu. Uomini come Amendola, Sereni e Rossi Doria, che erano approdati al Pci alla fine degli anni Venti attraverso l'universit di Napoli, avevano s origini illustri, ma vi erano senz'altro anche giovani simpatizzanti tra i figli dell'alta borghesia milanese e nell'ambiente studentesco, perlopi borghese, di altre citt.23
Analogamente, in Gran Bretagna, i giovani membri dell'alta borghesia, prodotti delle cosiddette public schools e delle antiche universit, attirarono un'attenzione spropositata, in parte per la loro grande visibilit culturale (per esempio, il gruppo di poeti di sinistra che comprendeva W.H. Auden, Stephen Spender, Cecil Day-Lewis), in parte perch diversi giovani intellettuali comunisti, negli anni Trenta, spinsero la loro dedizione fino al punto di diventare agenti sovietici (Burgess, Maclean, Philby, Blunt). Non  questa la sede per speculare sulle cause della conversione al comunismo di una significativa, per quanto numericamente esigua, minoranza di rampolli di una classe dominante cos imperturbabile e sicura di s come quella britannica. N la questione  stata ancora sistematicamente indagata, fuorch nel contesto abbastanza atipico della caccia agli agenti sovietici.24  probabile che la maggior parte dei giovani ribelli si sia spinta "oltre il liberalismo" (per citare il titolo del libro di uno di loro).25 Ci sono vari esempi di famiglie tradizionalmente liberali o "progressiste" nella classe medio-alta in cui le generazioni degli anni Venti e Trenta divennero comuniste in questo modo, per periodi pi o meno lunghi.26 Nondimeno, le fughe avvenivano anche da famiglie tradizionalmente conservatrici e imperialistiche, come nel caso di Philby.27 Vi erano persino segni di polarizzazione politica in seno a una parte dell'aristocrazia tradizionale: della prole di Lord Redesdale, due figlie e probabilmente un figlio divennero fascisti, mentre un'altra figlia, avendo sposato un nipote di Winston Churchill volontario in Spagna, abbracci il comunismo.
Anche negli Stati Uniti alcuni giovani membri della lite delle famiglie milionarie della costa orientale (per esempio i Lamont e i Whitney Straight) furono attratti dal comunismo, sebbene quasi certamente in misura ridotta. Non  da escludere che una ricerca su questo aspetto della storia sociale in altri Paesi europei possa rivelare, e aiutare a spiegare, altri fenomeni simili. Al di fuori dell'Europa, dove l'educazione occidentale era soprattutto riservata a un'lite assai ristretta,  forse meno sorprendente che negli anni Trenta il comunismo - come il liberalismo occidentale e i movimenti per modernizzare le culture locali - fosse largamente confinato ai ceti, o persino alle famiglie, che svolgevano anche un ruolo guida nel governo locale o nell'alta societ in quanto funzionari dell'ordine coloniale o per altre ragioni. Dallo stesso piccolo serbatoio potevano provenire assai facilmente quadri di tutti i tipi. Dei quattro figli di una di queste famiglie indiane - tutti educati in Inghilterra, i ragazzi a Eton - tre diventarono comunisti, e in seguito due di loro rispettivamente ministro e uomo d'affari, mentre il quarto divenne comandante in capo dell'esercito indiano.
Nondimeno queste reclute d'lite del comunismo non dovrebbero mettere in secondo piano la proporzione, assai considerevole da un punto di vista numerico, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti addirittura una maggioranza, degli studenti antifascisti e comunisti che non proveniva dalle public schools britanniche, o dalle elitarie prep schools e dalle universit della Ivy League americane, oltre che degli intellettuali di provenienza non universitaria. Nella storia del marxismo degli anni Trenta, istituzioni come la London School of Economics e il City College di New York svolsero un ruolo altrettanto importante, se non maggiore, di quello di Oxford e Yale. Tra gli storici marxisti britannici della generazione degli anni Trenta e Quaranta, la maggioranza di quelli che avrebbero raggiunto la notoriet proveniva dalle grammar schools, e spesso da ambienti provinciali liberali non conformisti o laburisti, anche se molti confluirono poi nell'lite delle antiche universit di Oxford e Cambridge. In Francia, la stretta scala della promozione meritocratica port i figli di funzionari repubblicani di basso rango e di insegnanti elementari ai livelli pi alti dell'intellettualismo di sinistra, analogamente a quelli di famiglie di professionisti con una lunga tradizione di pi elevata istruzione accademica.28 Insomma, nei Paesi con una stabile democrazia liberale, dove il fascismo esercitava una scarsa attrazione di massa nei confronti delle classi medie e medio-basse, il reclutamento degli intellettuali antifascisti era relativamente ampio.
Ci  particolarmente vero nel caso del vasto numero di intellettuali non universitari. Sappiamo che il 75 per cento dei membri del Left Book Club inglese (che al suo apice raggiunse 57.000 membri e 250.000 lettori) erano impiegati, piccoli professionisti e intellettuali non accademici di altro tipo.29 Questo pubblico era di certo analogo a quello di massa per le edizioni economiche di testi che esigevano un certo sforzo intellettuale, scoperto anche in Gran Bretagna a met degli anni Trenta dalla Penguin Books, la cui principale collana intellettuale era curata da uomini di sinistra. Gli appassionati difensori della musica folk e del jazz, sia in America sia in Gran Bretagna (nazione dove tra loro si contava un numero spropositato di giovani comunisti) si trovavano per la maggior parte ai margini delle classi di lavoratori qualificati, dei tecnici subalterni, delle professioni e delle classi medie, cos come tra gli studenti.30 Settori in espansione come il giornalismo, la pubblicit e l'intrattenimento impiegavano sia gli intellettuali non universitari sia quelli che sceglievano di non fare carriera in una delle tradizionali professioni pubbliche o private, soprattutto in Paesi come le Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dove l'ingresso in questi nuovi campi era pi agevole che altrove. Perci si svilupparono nuovi centri di attivit organizzata antifascista e di sinistra nelle sedi dell'industria cinematografica (all'epoca il pi grande mezzo di comunicazione di massa) come Hollywood, e nel giornalismo di massa di tipo non politico o non specificamente reazionario.31
L'antifascismo non era dunque appannaggio esclusivo di un'lite intellettuale: negli Stati Uniti comprendeva quei bibliotecari e operatori sociali per i quali il comunismo rappresentava un richiamo particolarmente forte. E anche quelli che l'lite disprezzava: "Il giornalista di riviste scontento, lo sceneggiatore di Hollywood coi sensi di colpa, l'insegnante di scuola superiore non pagato, lo scienziato privo di esperienza politica, il commesso intelligente, il dentista con velleit culturali".32 Esso rifletteva cos la democratizzazione dell'intellighenzia.
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Poich l'antifascismo era un movimento assai pi ampio del comunismo, i partiti comunisti non tentarono una conversione in massa degli intellettuali al marxismo, bench tra coloro che erano politicamente mobilitati dall'antifascismo i partiti naturalmente trovassero degli adepti intellettuali, potenziali o effettivi. Il compito principale era quello di richiamare la pi vasta congerie di intellettuali, in particolare quelli importanti, e di associarli alla causa dell'antifascismo nelle sue varie forme. Dopo l'occupazione di Praga da parte di Hitler fu firmato un appello da figure tra loro cos diverse come Aragon, Bernanos, Chamson, Colette, Guhenno, Malraux, Maritain, Montherlant, Jules Romains e Schlumberger. Questo dimostra che non si dava certo risalto a criteri ideologici.33
In Paesi con una lunga tradizione di impegno degli intellettuali a sinistra, nemmeno a coloro che effettivamente si iscrivevano al Partito comunista in genere veniva chiesto di mutare drasticamente ideologia, in particolare se i loro nomi erano abbastanza importanti da dare lustro al partito. Questo era particolarmente vero per il Partito comunista francese, dove la tradizione della rivoluzione era forte, ma il marxismo debole. "Non fu che negli anni del Fronte popolare, della Resistenza e della Liberazione" che questi intellettuali universitari tradizionali francesi della sinistra, spesso socialisti, dediti a "bont, progresso, giustizia, lavoro, verit [...] gradualmente e discretamente fecero proprio il comune sentire [del comunismo], non perch avessero cambiato la loro precedente opinione razionalista e positivista, ma, al contrario, perch erano rimasti fedeli a se stessi."34 Anche alla fine degli anni Quaranta c'erano professori che dichiaravano di non essere marxisti, e di essersi iscritti al Partito comunista per via delle sue credenziali antifasciste e resistenziali. Gli intellettuali di questo tipo vanno distinti da quelli (soprattutto della generazione pi giovane) che si accostavano al comunismo grazie alla teoria marxista, e che in essa erano sistematicamente educati all'interno e ai margini del partito. Non dimentichiamo che negli anni Trenta vi fu il pi sistematico sforzo internazionale mai compiuto fino a quel momento per pubblicare, promuovere tra la popolazione e studiare i "classici" del marxismo. E furono i comunisti a farlo.
Ciononostante, non vi era una netta linea di demarcazione fra una "nuova" e una "vecchia" sinistra. Mentre i comunisti, dopo il 1933, ponevano l'accento sulle tradizioni progressiste delle rivoluzioni borghesi e sull'antifascismo che avevano in comune con i socialisti e i liberali, anche la "vecchia" sinistra scopriva il bisogno di un terreno comune. La borghesia non stava forse abbandonando le antiche verit del razionalismo, della scienza e del progresso? Chi era, oggi, il loro difensore pi determinato? L'influente La Crise du progrs di Georges Friedmann, pubblicato nel 1936 sotto gli auspici della prestigiosa "Nouvelle Revue Franaise", sosteneva in modo persuasivo che il terreno comune era il materialismo dialettico, a lungo respinto dai suoi oppositori come il nemico di tutte le aspirazioni pi elevate dell'umanit per via del suo materialismo. Era l'Urss che ora rappresentava sia le tradizioni sia le aspirazioni abbandonate dalla borghesia.
Tutto questo non solo facilit il gravitare degli intellettuali antifascisti attorno al marxismo, ma ebbe anche un importante effetto sul suo sviluppo: ne rafforz gli elementi pi vicini alla tradizione razionalista, positivista e scientista dell'Illuminismo, e la fede nelle illimitate capacit umane di progresso. Pi o meno consciamente, avvicinandosi gli uni agli altri, i marxisti tendevano a modificare la loro teoria in modo pi sostanziale dei non marxisti. Certo, non facevano tutto questo soltanto, o magari soprattutto, al fine di formare con questi ultimi un fronte comune contro il fascismo. Il superamento di quello che Dimitrov aveva definito "l'isolamento dell'avanguardia rivoluzionaria" presupponeva la ricostruzione "delle nostre politiche e tattiche secondo il mutare della situazione", ma nessuna modifica concernente la teoria o l'ideologia marxiste. Paradossalmente, a produrre un rafforzamento delle tendenze che pi avvicinavano il marxismo alla vecchia ideologia di progresso dell'Ottocento, fu pi lo sviluppo interno dell'Urss che non la necessit della resistenza a Hitler, tanto che, nell'esperienza dell'epoca antifascista, l'impatto di Hitler e quello dell'Urss non sono nettamente distinguibili.
Perci, l'interpretazione del "materialismo dialettico e storico" che andava per la maggiore in questo periodo, resa ora canonica per i comunisti tramite l'autorit staliniana, non doveva nulla al bisogno di costruire un fronte antifascista, seppure senza dubbio lo facilit. Essa derivava dall'ortodossia marxista del periodo della Seconda Internazionale, il cui portavoce era Karl Kautsky, ed era a sua volta basata sulla codificazione da parte dell'ultimo Engels degli insegnamenti suoi e di Marx. Era questa una versione del marxismo che gli conferiva l'autorit di scienza, la certezza del metodo e della predizione scientifica, e la pretesa di interpretare tutti i fenomeni dell'universo tramite il materialismo dialettico, essendo la dialettica di derivazione hegeliana, ma il materialismo sostanzialmente in linea con i philosophes francesi del Settecento. Si trattava di un'interpretazione che (come nel Feuerbach di Engels) coniugava le trionfanti scienze naturali dell'Ottocento con il marxismo, una volta che queste avevano abbandonato il superficiale, statico, meccanico materialismo del Settecento, come senz'altro (secondo Engels) il progresso aveva consentito loro di fare grazie alle tre scoperte decisive della cellula, della trasformazione dell'energia e della teoria darwiniana dell'evoluzione.
In tutto ci non vi era nulla di sorprendente. Il connubio tra "progresso" e "rivoluzione", tra il materialismo settecentesco e il marxismo, con la sua combinazione tra le certezze delle scienze naturali e l'inevitabilit storica, costituiva da tempo un profondo richiamo per i movimenti operai, e in questo il movimento russo non faceva eccezione. Era inoltre probabile che la situazione della Russia postrivoluzionaria incoraggiasse uno scientismo ancora pi enfatico. Dopo il fallimento della rivoluzione nell'ottenere ci che Marx e Lenin avevano considerato il suo principale obiettivo, ossia quello di "dare il segnale in Occidente per una rivoluzione dei lavoratori, in modo che entrambe fossero complementari",35 il compito maggiore e dominante dei bolscevichi era e doveva essere lo sviluppo economico e culturale di un Paese arretrato e impoverito. Essi avrebbero dovuto creare le condizioni sia per la sopravvivenza in caso di un attacco straniero, sia per la costruzione del socialismo in una nazione isolata, anche se immensa. In termini materiali la produzione e la tecnologia (l'"elettrificazione" di Lenin) dovevano avere la precedenza. In termini culturali la priorit fu data all'educazione delle masse, vista sia come istruzione di massa sia come lotta contro la religione e la superstizione. La battaglia contro l'arretratezza e per lo "sviluppo" fu condotta in maniera indubbiamente diversa rispetto a battaglie analoghe dell'Ottocento; tuttavia, i temi della scienza, della ragione e del progresso in quanto forze emancipatrici erano, in gran parte, chiaramente gli stessi. In una societ del genere, il "materialismo dialettico" traeva la propria forza non solo dalla tradizione e dall'autorit, ma anche dalla sua utilit come arma in questa battaglia e dal suo richiamo nei confronti di militanti di partito e futuri quadri, composti da lavoratori e contadini, ai quali dava fiducia, certezza e istruzioni in merito a ci che era scientificamente vero, oltre che destinato a trionfare.
Come gi osservato, fu la combinazione della "crisi del progresso" nella societ borghese con la convinta riaffermazione dei valori tradizionali in Urss ad avvicinare gli intellettuali al marxismo. In esso videro l'alfiere della ragione e della scienza, la cui bandiera la borghesia aveva lasciato cadere, il difensore dei valori dell'Illuminismo contro il fascismo, votato invece alla loro distruzione. E cos facendo, in particolare se erano nuovi marxisti, e la grande maggioranza degli intellettuali marxisti in questo periodo lo era, non solo essi accettarono, ma accolsero di buon grado e svilupparono il "materialismo dialettico" nella sua attuale formulazione da parte dell'ortodossia sovietica e internazionale, dal momento che dal loro punto di vista il marxismo era di per s una novit, tanto quanto potevano esserlo, per esempio, il jazz, il cinema sonoro e i romanzi gialli.
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Il contesto del marxismo alla fine del XX secolo, e quindi l'esperienza della maggior parte dei lettori di quest'opera,  talmente differente che si rende necessario mettere in risalto lo specifico carattere storico del marxismo dell'epoca antifascista, qualora se ne vogliano evitare anacronistiche e dunque errate interpretazioni. Fin dagli anni Sessanta del Novecento i marxisti intellettuali sono stati sommersi da una marea di letteratura e dibattiti marxisti. Avevano accesso a una sorta di gigantesco supermarket di marxismi e di autori marxisti, e il fatto che in ogni momento la scelta della maggioranza in ogni Paese potesse essere dettata dalla storia, oppure dalle situazioni o mode politiche, non impediva loro di essere consapevoli della gamma di indirizzi teorici disponibili. Una gamma pi che mai ampia, dal momento che il marxismo, di nuovo soprattutto dagli anni Sessanta del Novecento, si  sempre pi integrato nel contenuto dell'istruzione superiore formale, perlomeno in quello delle scienze umane e sociali. I nuovi marxisti degli anni Trenta nella maggior parte dei Paesi occidentali avevano accesso esclusivamente a una letteratura relativamente esigua, quasi del tutto emarginata dalla cultura e dall'istruzione ufficiali, fuorch come bersaglio di critiche ostili. Anche i loro stessi contributi alla letteratura marxista erano ancora abbastanza esigui. Per cui, prima del 1946, la somma complessiva delle opere di storia in lingua inglese che potevano essere definite "marxiste o quasi marxiste", tolti gli scritti compresi tra i "classici", consisteva in una trentina di libri e al massimo un paio di dozzine di articoli.36
Laddove esistevano tradizioni pi vecchie del marxismo, i nuovi marxisti ne erano in gran parte tagliati fuori per quattro ragioni. La divisione fra socialdemocrazia e comunismo li aveva resi sospettosi nei confronti della maggior parte del marxismo socialdemocratico anteriore al 1914 e dei suoi successivi sviluppi. La formazione di una versione comunista standardizzata di marxismo (il leninismo) aveva in massima parte cancellato le tradizioni nazionali di marxismo rivoluzionario, come quelle sopravvissute nei primi anni del comunismo (per esempio, in Gran Bretagna, quelle associate alla Plebs League).37 Essa inoltre emargin determinate tendenze interne al marxismo comunista, anche quando queste non erano state ufficialmente condannate. L'eliminazione degli oppositori di Stalin e di altri "deviazionisti" lev dalla circolazione una parte degli scritti marxisti bolscevichi (per esempio Bogdanov e alla fine Bucharin, per tacere di Trockij). Sotto questo aspetto, la "bolscevizzazione" della fine degli anni Venti non fu solo politica e organizzativa, bens anche intellettuale. Da ultimo, come gi accennato, per ragioni pratiche, sia linguistiche sia politiche (ad esempio, gli effetti del trionfo di Hitler), gran parte delle opere esistenti semplicemente non era pi disponibile. Per questo motivo, come abbiamo visto, un'opera come la monumentale biografia di Engels, scritta da Gustav Mayer e pubblicata in esilio in Olanda nel 1934, rimase praticamente sconosciuta in Germania ancora a lungo dopo la guerra, ed era accessibile in inglese solo in una traduzione spietatamente sintetica.
Come gi osservato, l'ignoranza, linguistica in particolare, non restrinse per forza gli orizzonti dei marxisti contemporanei. Pur nella condizione di monolitica ortodossia teorica progressivamente imposta ai movimenti comunisti, essa poteva sortire l'effetto contrario. I marxisti occidentali dell'epoca non erano affatto consapevoli dell'ortodossia sovietica che in Urss, nei primi anni Trenta, si stava definendo con maggior chiarezza, diventando specifica e vincolante su una variet di materie che andavano dalla letteratura all'arte, passando attraverso la teoria economica, fino alla storia e alla filosofia, e che equivaleva alla creazione di un "materialismo dialettico" che, com' ora evidente, comprendeva importanti revisioni dello stesso Marx.38 Tuttavia, come gi notato, quest'ortodossia non era stata ancora imposta formalmente ai comunisti al di fuori dell'Urss. In ogni caso, sebbene nessun comunista fosse inconsapevole del dovere di denunciare direttamente simili eresie politiche (e il "trockismo" in particolare), l'imposizione di una nuova ortodossia in materie pi lontane dalla pratica politica non veniva specificamente propagandata fuori della Russia, e le discussioni importanti (al di l di quelle su arte e letteratura) rimasero senza traduzione e quindi praticamente sconosciute.
Tali discussioni non ebbero dunque alcun impatto sui comunisti occidentali. Gli autori britannici, americani, cinesi e di altre nazionalit continuarono per tutti gli anni Trenta, e nei Paesi anglofoni anche pi a lungo, a utilizzare il "modo di produzione asiatico", mentre i russi stavano gi attenti a farne a meno.39 Un manuale sovietico di filosofia adattato per pubblico inglese (e pubblicato da un editore non comunista) conteneva le denunce ormai ufficiali di Deborin e Luppol, quando un'opera del secondo, nel 1936, figurava ancora beatamente nel catalogo dalla casa editrice ufficiale del Partito comunista francese.40 I marxisti che conoscevano il tedesco e avevano accesso ai Frhschriften, nella loro analisi facevano proprio con entusiasmo il Marx dei manoscritti di Parigi, del tutto ignari delle riserve sovietiche su questi primi lavori. Anzi, perfino il famoso quarto capitolo della Storia del partito comunista (b) dell'Urss. Breve corso, che racchiudeva i nuovi dogmi del materialismo storico e dialettico, non era interpretato come un richiamo a criticare coloro che se ne allontanavano, ma nella maggior parte dei casi semplicemente come una lucida e potente formulazione di fondamenti marxisti. Nel caso in cui fosse stato loro chiesto, i comunisti occidentali avrebbero senza dubbio denunciato coloro le cui vedute erano implicitamente o esplicitamente condannate nei dibattiti sovietici con la stessa lealt con cui denunciavano il trockismo. Ma in questa fase non venne loro espressamente richiesto, diversamente dai comunisti russi; un fatto, questo, di cui ancora in pochi erano a conoscenza.
In questo senso i nuovi marxisti degli anni Trenta erano in gran parte ignari o inconsapevoli dell'esistenza di interpretazioni alternative della teoria marxista, anche di quelle che riguardavano ci che da allora  stato definito "marxismo occidentale",41 che erano, o erano state, associate al bolscevismo o che propendevano verso quest'ultimo. Inoltre, a differenza dei marxisti della fine del XX secolo, non erano particolarmente interessati a controversie teoriche intra-marxiste (salvo che nella misura in cui queste erano impersonate dal corpus autorevole di Lenin o Stalin o rese obbligatorie da decisioni sovietiche o del Comintern). Simili dibattiti nascevano tendenzialmente in periodi di incertezza circa la validit delle pregresse analisi marxiste, come alla fine dell'Ottocento (la revisionistica "crisi del marxismo") o nell'era del trionfo capitalista globale e del post-stalinismo. Ma i nuovi marxisti degli anni Trenta non avevano alcun motivo per dubitare della prognosi marxista negli anni della grande crisi capitalista, e nessuna ragione per esaminare i testi classici alla ricerca di significati alternativi. Per loro il marxismo era piuttosto la chiave per comprendere una vasta gamma di fenomeni rimasti fino ad allora oscuri e sconcertanti. Come disse un giovane matematico e militante marxista: "In mezzo a molto di ci che  ancora oggetto di dettagliata indagine, un marxista non pu fare a meno di percepire che un vasto regno del pensiero attende qui una comprensione dialettica".42 Essi videro il proprio compito intellettuale come l'esplorazione di quel vasto regno, e gli scritti dei classici e dei marxisti pi anziani non tanto come un enigma che attendesse una chiarificazione intellettuale, ma come un "magazzino" collettivo di idee illuminanti. Le possibili carenze e le inconsistenze interne parevano assai meno importanti degli enormi progressi resi possibili dal marxismo. Il pi ovvio di questi progressi, per gli intellettuali, era la critica delle idee non marxiste attorno a loro. Si concentrarono naturalmente su questa, piuttosto che sulla critica di altri marxisti, a meno che non fosse richiesto dal proprio impegno politico. Viene da pensare che, lasciati a se stessi, avrebbero considerato interessanti, anzich diabolici, persino i marxisti con cui erano in disaccordo. Per esempio Henri Lefebvre, nelle sue interessanti riflessioni sul problema nazionale (del 1937), considerava la definizione di "nazionale" che dava Otto Bauer diversa da quella di Stalin perch meno precisa, piuttosto che pericolosamente errata.43
Va tuttavia notato che i nuovi marxisti accettavano l'interpretazione ortodossa non soltanto perch non ne conoscevano un'altra, e perch non erano particolarmente interessati alle fini distinzioni dottrinali in seno al marxismo, ma anche perch essa ben si adattava al loro approccio al marxismo. Il Karl Marx di Karl Korsch (pubblicato in inglese nel 1938) ebbe un impatto trascurabile non tanto perch l'autore era riconosciuto come un dissidente - erano in pochi a sapere chi fosse, tranne uno sparuto gruppo di dissidenti tedeschi -, ma piuttosto perch in qualche modo non sembrava perfettamente consono a questo approccio. Il giudizio ufficiale sui primi scritti filosofici di Marx era che contenevano "le opere della giovent di Marx, che riflettono la sua evoluzione dall'idealismo hegeliano a un materialismo coerente".44 Ma se nel Partito comunista francese vi erano abbastanza agrgs in filosofia da riconoscere, come notato da Henri Lefebvre, che questo non esauriva affatto il problema del rapporto di Marx con Hegel, non vi  alcuna eco del Marx hegeliano nei Principes Elmentaires de la Philosophie di Georges Politzer (basato su un ciclo di conferenze tenuto negli anni 1935-36) o, a dispetto della sua conoscenza e apprezzamento dei Quaderni filosofici di Lenin, nel contemporaneo Textbook of Dialectical Materialism dell'inglese David Guest.45 Nessuno di questi due pensatori capaci e indipendenti pu essere considerato un mero divulgatore.
Il carattere specifico del marxismo occidentale del periodo antifascista  reso forse pi evidente dal fatto che questo fu il primo - e probabilmente, fino ad allora, l'unico - periodo in cui il marxismo esercit un richiamo per un gran numero di scienziati naturali, i quali si mobilitarono anche per scopi antifascisti pi generali. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento andava di moda respingere l'idea che il marxismo fosse una visione complessiva del mondo, che abbracciasse tanto il cosmo naturale quanto la storia umana, seguendo linee critiche gi avanzate da molto tempo da Korsch e da altri. Ma negli anni Trenta era proprio l'onnicomprensivit del marxismo ad attrarre i nuovi marxisti, cos come gli scienziati naturali, giovani e anziani, verso la teoria come l'aveva esposta Engels.46
Il fenomeno era particolarmente marcato in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Francia, i centri principali di ricerca dell'Occidente nel campo delle scienze naturali dopo la catastrofe tedesca. Ai livelli pi alti erano veramente numerosi gli scienziati di fama, o prossimi a conquistarla, che erano comunisti, simpatizzanti o assai vicini alla sinistra radicale. Tra questi, soltanto in Gran Bretagna, c'erano almeno cinque futuri premi Nobel. A un livello pi basso il radicalismo degli scienziati di Cambridge, di gran lunga il pi importante centro scientifico inglese, era proverbiale. L'Anti-War Group degli scienziati di Cambridge fu fondato con circa ottanta membri tra i ricercatori, un gruppo persino ristretto a quell'epoca.47 E se gli attivisti costituivano una minoranza, la maggioranza era come minimo passivamente favorevole alla sinistra.  stato calcolato che dei duecento migliori scienziati britannici sotto i quarant'anni, nel 1936 quindici erano membri del Partito comunista o compagni di strada, cinquanta militanti di centro-sinistra, un centinaio simpatizzanti passivi di sinistra e neutrali i restanti, a parte forse cinque o sei che facevano parte delle frange eccentriche della destra.48
L'antifascismo degli scienziati era evidente, date le espulsioni di massa e l'emigrazione di tanti di loro dai Paesi fascisti. Eppure il richiamo del marxismo nei loro confronti non lo era altrettanto, vista la difficolt di riconciliare gran parte dei modelli del XX secolo con quelli del XIX su cui Engels aveva basato le proprie idee, e per cui Lenin combatteva le sue battaglie filosofiche.49 Sia la Dialettica della natura di Engels che Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin erano ovviamente disponibili. Il manoscritto di Engels, come notato da Rjazanov con l'integrit dello studioso nello scriverne l'introduzione, era effettivamente stato presentato a Einstein nel 1924 per una valutazione scientifica, e il grande scienziato aveva affermato che "il contenuto non  di particolare interesse n dal punto di vista della fisica attuale, n da quello della storia della fisica", ma che valeva la pena pubblicarlo "nella misura in cui si tratta di un contributo interessante alla comprensione dell'importanza intellettuale di Engels".50 Eppure veniva considerato non come un contributo alla biografia intellettuale di Engels, ma, almeno da alcuni giovani scienziati che erano contemporanei dell'autore a Cambridge, come uno stimolante contributo alla formazione delle loro idee sulla scienza.51 Bisogna peraltro aggiungere che anche allora c'erano scienziati comunisti che ammettevano privatamente che il materialismo dialettico non sembrava importante ai fini della loro ricerca.
Poich non  questa la sede per indagare la storia dell'interpretazione marxista delle scienze naturali, ci limiteremo a un accenno sui vari tentativi compiuti in questo periodo di applicare a esse la dialettica.52  per possibile fare tre osservazioni sul richiamo del marxismo verso gli scienziati naturali.
In primo luogo, esso rifletteva l'insoddisfazione degli scienziati nei confronti del materialismo deterministico-meccanico del XIX secolo, che aveva prodotto risultati evidentemente difficili da conciliare con tale principio esplicativo. Ci cre non solo delle considerevoli difficolt all'interno di ciascuna scienza, ma una frammentazione della scienza in generale, e una contraddizione crescente tra i progressi rivoluzionari della conoscenza scientifica e l'immagine sempre pi caotica e incoerente della realt nel suo complesso che questa pretendeva di spiegare. Nelle parole di un giovane brillante marxista (che sarebbe presto caduto in Spagna):
Si  giunti a un punto in cui la pratica, con la sua teoria specializzata, ha talmente contraddetto in ciascun settore la non formulata teoria generale della scienza come un tutto, da far esplodere, di fatto, l'intera filosofia del meccanismo. Le scoperte empiriche della biologia, della fisica, della psicologia, dell'antropologia e della chimica si rivelano un'eccessiva tensione per la teoria generale inconscia della scienza, e questa si dissolve in frammenti. Gli scienziati disperano che possa darsi una teoria generale della scienza e si rifugiano nell'empirismo, nel quale tutti i tentativi di formulare una visione del mondo generale sono abbandonati, oppure nell'eclettismo, in cui tutte le teorie specialistiche sono rapprese in una visione del mondo raffazzonata, senza un tentativo di integrazione; o ancora nello specialismo, in cui tutto il mondo  ridotto alla particolare teoria specialistica della scienza con la quale il teorico  in pratica impegnato. In ogni caso, la scienza si dissolve in anarchia: e per la prima volta l'uomo perde la speranza di guadagnare da essa una qualunque, positiva conoscenza della realt.53
Per quanti ritenevano che la concezione scientifica del mondo stesse crollando proprio a causa dei progressi rivoluzionari dei decenni passati, vuoi per la "crisi della fisica" di cui scriveva Christopher Caudwell, vuoi per le difficolt che la genetica creava alla teoria evoluzionista darwiniana (che peraltro J.B.S. Haldane cercava di superare),54 vuoi infine per motivi pi generali, il materialismo dialettico esercitava tre tipi di attrattive. In primo luogo, pretendeva di unificare e integrare tutti i campi del sapere, e di opporsi cos alla loro frammentazione. Forse non  un caso che gli scienziati marxisti pi importanti, come Haldane, J.D.Bernal o Joseph Needham, avessero una gamma di conoscenze e interessi tanto enciclopedica. Il materialismo dialettico sosteneva inoltre con fermezza l'idea di un unico universo, oggettivamente esistente e razionalmente conoscibile, contrapposto a uno inconoscibile e indeterminato, a dispetto dell'agnosticismo filosofico, del positivismo e dei giochi matematici. In questo senso erano a favore del "materialismo" contro l'"idealismo" e disposti a sorvolare sulle debolezze, filosofiche e non, di certe opere apologetiche del materialismo, come l'Empiriocriticismo di Lenin.
In secondo luogo, il marxismo aveva sempre costituito una critica del materialismo determinista e meccanico che era alla base della scienza ottocentesca, e rivendicava se stesso come alternativa. Anzi, le sue affiliazioni scientifiche erano non galileiane e non newtoniane, poich lo stesso Engels aveva avuto per tutta la vita un debole nei confronti della "filosofia naturale" tedesca, alla quale lui e i suoi compagni di studi erano stati senz'altro educati, tanto che aveva una propensione per Keplero piuttosto che per Galileo.  possibile che questo aspetto della tradizione marxista contribuisse a destare l'interesse di scienziati che per via della propria disciplina (la biologia), o della propria forma mentis ritenevano particolarmente inappropriati i modelli meccanico-riduzionisti di una scienza il cui maggiore trionfo era la fisica, e il metodo analitico di isolare il soggetto sperimentale dal suo contesto. A uomini del genere (Joseph Needham, C.H. Waddington) interessavano l'intero non le parti, la teoria generale dei sistemi - la definizione non era ancora di uso corrente -, gli insiemi che integrano nella realt vivente dei fenomeni che il "metodo scientifico" convenzionale separava: ad esempio, (tanto per usare un'immagine di Needham adatta all'epoca dell'antifascismo) le "citt bombardate eppure ancora funzionanti".55
In terzo luogo, il materialismo dialettico sembrava fornire un antidoto alle incongruenze della scienza accogliendo nel suo approccio il concetto di contraddizione. ("Le scoperte di diversi ricercatori sembrano contraddirsi platealmente. E qui un approccio dialettico  essenziale" asseriva J.B.S. Haldane.)56
Gli scienziati trovarono quindi nel marxismo non un metodo migliore per formulare ipotesi in termini falsificabili, e nemmeno un modo euristicamente fecondo di guardare alla propria disciplina. N la Dialettica della natura di Engels doveva necessariamente turbarli, malgrado i suoi errori e il suo essere datata. In essa trovarono un approccio complessivo e integrato all'universo e a tutto quanto conteneva, in un'epoca in cui questo sembrava essersi disintegrato, e nulla sembrava, per il momento, sostituirlo. Se non si tiene conto di questa diffusa sensazione di una scienza in crisi, nei primi anni Trenta, divisa (come nella fisica) tra la nuova generazione (quella di Heisenberg, Schrdinger, Dirac), che la spingeva verso nuovi territori senza preoccuparsi della sua coerenza, ed "Einstein e Planck [...] gli ultimi della "vecchia guardia" della fisica newtoniana" che conducevano una "sorta di difesa ostruzionistica [...] incapace di sferrare alcun contrattacco alle posizioni nemiche",57 la ricerca di una nuova strada attraverso il materialismo dialettico non pu essere compresa.
Il marxismo, tuttavia, diede un altro grande contributo al mondo scientifico. La sua applicazione alla storia della scienza colp molti studiosi con la forza di una rivelazione; di qui l'enorme importanza per lo sviluppo del marxismo tra gli scienziati, dell'articolo di B. Hessen sulle radici sociali ed economiche dei Principia di Newton, presentato per la prima volta a una conferenza in Gran Bretagna nel 1931.58 Esso inquadrava il progresso scientifico all'interno dei movimenti della societ, e cos facendo mostrava che i "paradigmi" della spiegazione scientifica (per usare un termine coniato assai pi tardi) non derivavano soltanto dal progresso interno dell'indagine intellettuale. Anche in questo caso, la questione principale non era l'effettiva validit delle analisi marxiste in s. L'articolo di Hessen prestava anche allora il fianco a critiche giustificate; ma fu per la novit e la fertilit dell'approccio che ebbe un impatto.
E lo ebbe in parte perch era collegato con il terzo contributo principale, non tanto del marxismo, quanto degli scienziati marxisti e dell'Urss, al mondo della scienza: l'insistenza sull'importanza sociale della scienza, il bisogno di pianificarne lo sviluppo, e il ruolo degli scienziati nel farlo. Non fu un caso che il marxismo fece per la prima volta il suo ingresso nelle discussioni dei Tots and Quots, l'influente circolo di scienziati e altri intellettuali britannici, all'inizio del 1932 tramite un articolo del matematico marxista H. Levy (sostenuto da Haldane, Hogben e Bernal) sul bisogno di pianificare la scienza "in accordo con le tendenze dello sviluppo sociale".59 N fu un caso che, in una societ come quella francese, dove la ricerca scientifica mancava di sostegno sistematico, questo fu raccomandato al governo del Fronte popolare da scienziati di sinistra, che lo convinsero della sua necessit: il socialista Jean Perrin e il simpatizzante comunista (in seguito militante) Paul Langevin furono le forze trainanti della Caisse Nationale de la Recherche Scientifique, che poi divenne il Centre National de la Recherche Scientifique, e Irne Joliot-Curie divent sottosegretario di Stato per la Scienza. In questo senso forse la pi significativa, e di certo di gran lunga la pi influente, pubblicazione scientifica marxista fu il libro di J.D. Bernal The Social Function of Science,60 e semplicemente perch in esso era un marxista a formulare sentimenti e opinioni che erano condivisi da una vasta pluralit di scienziati che altrimenti non avevano particolari simpatie per il marxismo: cio l'accusa di trattare gli scienziati come un quarto o quinto "stato", e la critica di Stati e societ che mancavano di riconoscere il ruolo fondamentale della scienza nella produzione (e in guerra), e rifiutavano di pianificare le risorse della societ con il suo aiuto. L'appello raccolse tante adesioni perch gli scienziati ritenevano di essere gli unici in quest'epoca a conoscere le implicazioni teoriche e pratiche della nuova rivoluzione scientifica (per esempio, della fisica nucleare).  un'ironia della storia che il primo e maggiore successo degli scienziati nel persuadere i governi del fatto che la teoria scientifica moderna fosse irrinunciabile per la societ, venne ottenuto nella guerra contro il fascismo. Ed  un'ironia anche pi grande, e tragica, il fatto che furono degli scienziati antifascisti a convincere il governo americano della fattibilit e necessit di produrre armi nucleari, che furono poi costruite da un team internazionale di scienziati in gran parte antifascisti.
L'appeal del marxismo per un certo numero di importanti scienziati naturali si dimostr effimero. Non sarebbe forse durato nemmeno qualora gli sviluppi interni dell'Urss (in particolare l'affaire Lysenko) non avessero osteggiato gli scienziati in generale e reso la posizione di quelli comunisti pressoch insostenibile dopo il 1948. Ci fu quasi del tutto dimenticato dalla storiografia e dalla discussione marxiste, almeno nel periodo in cui era di moda negare che Marx avesse avuto alcunch di interessante da dire - o persino che avesse voluto dire alcunch - sulle scienze naturali, e gli scritti di Engels sull'argomento venivano rigettati come l'opera di un altro evoluzionista ottocentesco, e di uno scienziato e filosofo dilettante. Eppure, non solo esso  un monito a non liquidare cos drasticamente i rapporti del marxismo con le scienze naturali, ma costituisce un elemento essenziale del marxismo tra gli intellettuali nell'epoca dell'antifascismo; riflette sia la continuit con la tradizione premarxista di razionalismo e progresso, sia il riconoscimento del fatto che questa tradizione poteva essere portata avanti soltanto attraverso una rivoluzione nella pratica e nella teoria. E aiuta a spiegare perch il materialismo dialettico e storico nella versione sovietica ortodossa furono accolti con sincero entusiasmo dagli intellettuali marxisti contemporanei, e non semplicemente accettati (con maggiore o minore razionalizzazione) perch provenienti dall'Urss.
Per i marxisti, il marxismo implicava sia la continuit con la vecchia tradizione della ragione, scienza e progresso borghesi (e anzi proletari) sia la sua trasformazione rivoluzionaria, nella teoria come nella pratica. Per gli intellettuali non marxisti che si trovavano a convergere con i comunisti, al cui fianco combattevano contro lo stesso nemico, esso non aveva importanti implicazioni teoriche. Anch'essi si ritrovarono dalla stessa parte dei marxisti. Riconobbero, o credettero di riconoscere, degli atteggiamenti e delle aspirazioni familiari anche quando trovavano l'argomentazione strana, o come minimo ammiravano e rispettavano la speranza, la sicurezza, lo slancio e molto spesso l'eroismo e il sacrificio di s dei giovani adepti, come fece J.M. Keynes, di certo non un simpatizzante del marxismo, n del socialismo di qualunque tipo.
Nella politica di oggi non c' nessuno che valga quattro soldi al di fuori dei ranghi dei liberali, tranne la generazione di intellettuali comunisti del dopoguerra sotto i trentacinque anni. Anche loro mi piacciono, e li rispetto. Forse nei loro istinti e sentimenti sono la cosa pi vicina che abbiamo oggi a quei gentiluomini inglesi non conformisti, irrequieti, che partirono per le Crociate, fecero la Riforma, combatterono nella "grande ribellione", conquistarono le nostre libert civili e religiose, e nel secolo scorso resero pi umana la condizione delle classi lavoratrici.61
I vari "compagni di strada", intellettuali la cui storia  stata scritta con scetticismo e derisione retrospettivi62 appartenevano essenzialmente a questo ambiente. Il termine di per s  ambiguo, dal momento che, attraverso di esso, l'anticomunismo della Guerra fredda ha cercato di mescolare il diffuso consenso politico tra intellettuali liberali e comunisti sul fascismo e sulle necessit pratiche dell'antifascismo, con il gruppo assai pi ristretto di quelli su cui si poteva contare per adornare le piattaforme "allargate" ai congressi organizzati dai comunisti, perch firmassero i loro manifesti, e con quello ancora pi circoscritto di coloro che delle politiche sovietiche erano diventati i difensori regolari, o gli apologeti. La linea di demarcazione fra questi gruppi era vaga e mutevole, ma va nondimeno tracciata. Gli imperativi dell'antifascismo scoraggiavano ogni critica alle sue forze pi attive ed efficaci, proprio come gli imperativi della guerra dovevano scoraggiare qualsiasi cosa che potesse indebolire l'unit delle forze che combattevano Hitler e l'Asse. Ma ci non implicava un "viaggiare assieme".
Lo dimostrano le fortune letterarie di George Orwell in Gran Bretagna. Le difficolt di questo autore, critico dello stalinismo, della politica comunista nella Guerra civile spagnola e di varie tendenze nella sinistra britannica, non provenivano tanto dai comunisti (con i quali aveva poco a che fare) o dai loro simpatizzanti, quanto da editori o direttori di testate tutt'altro che comunisti, ma sinceramente riluttanti a pubblicare titoli che avrebbero finito per aiutare e incoraggiare "l'altra parte".63 Anzi, fino al periodo del dopoguerra, che apr a Orwell il grande pubblico, romanzi del genere caddero nell'indifferenza: il suo Omaggio alla Catalogna, del 1938, non vendette pi di qualche centinaio di copie.
Gli intellettuali "compagni di strada" che, con tutte le debite riserve, meritano questo appellativo, erano un gruppo assai composito quanto a origini e simpatie intellettuali, sebbene per quasi tutti l'esperienza della Prima guerra mondiale, che avevano detestato praticamente senza eccezioni, era stata traumatica e decisiva. I pi tra loro erano, o erano diventati, uomini della sinistra liberale e razionalista. Di rado erano attratti dal marxismo, o dai partiti comunisti. Anzi, l'idea generalmente elevata che si erano fatti del ruolo dell'intellettuale vietava il costante attivismo e la sottomissione alla disciplina di partito. Uomini come Romain Rolland, Heinrich Mann e Lion Feuchtwanger, pur disposti a volte (come Zola) a intervenire nella vita pubblica, aspettandosi sempre un attento uditorio, si consideravano, per usare la frase di Rolland, "au-dessus de la mle", al di sopra della mischia.
Non si sentivano particolarmente attratti neppure dal dramma della Rivoluzione russa (o di qualsiasi altra rivoluzione) e, come nel caso di Rolland, Mann e Arnold Zweig, se n'erano anzi allontanati per via degli aspetti repressivi e terroristici della politica interna sovietica, contro i quali, prima del trionfo di Hitler, avevano anche protestato.64 Negli anni Trenta, solo l'antifascismo li avrebbe portati a sostenere e a difendere l'Urss. Come avrebbe detto Thomas Mann nel 1951: "Se non ci fosse nient'altro a impormi di rispettare la Rivoluzione russa, lo farei per la sua immutabile opposizione al fascismo".65 Eppure era l'eredit dell'Illuminismo, del razionalismo, della scienza e del progresso che credettero di riconoscere nell'Urss.
Lo fecero proprio nel momento in cui la realt dell'Urss doveva risultare ripugnante agli occhi degli intellettuali liberali d'Occidente: l'epoca del terrore staliniano e dell'avanzata della glaciazione della cultura russa. Ma era anche il tempo dei terremoti nelle societ liberal-borghesi occidentali, del triplice trauma della Depressione, del trionfo fascista e dell'incombente guerra mondiale. L'arretratezza e barbarie a lungo associate alla Russia sembravano ora meno importanti della sua appassionata dedizione pubblica ai valori e alle aspirazioni dell'Illuminismo in mezzo al tramonto del liberalismo in Occidente, e della sua industrializzazione pianificata, che contrastava drammaticamente con la crisi dell'economia liberale, per non parlare del suo ruolo antifascista. L'"Urss in costruzione" (a voler usare uno slogan che divenne il titolo di un periodico riccamente illustrato per la propaganda estera) pot apparire come una societ costruita a immagine della ragione, della scienza e del progresso, diretta erede dell'Illuminismo e della grande Rivoluzione francese. Divenne l'esemplificazione dell'ingegneria sociale a scopi umani, della forza della speranza in una societ migliore. Fu questa la fase della storia sovietica che piacque agli autori che erano rimasti insensibili alle speranze utopistiche, all'eruzione sociale della rivoluzione stessa, alla miscela di povert e di grandi speranze, di ideali e assurdit, e all'effervescenza culturale degli anni Venti.
Inoltre, mentre nella loro fase rivoluzionaria la Russia sovietica e i primi partiti comunisti avevano rifiutato il loro umanesimo liberale, ora invece sottolineavano ci che avevano in comune con esso. Gyrgy Lukcs sostenne, polemizzando con l'avanguardia, che erano precisamente i grandi classici borghesi e i loro successori, Gor'kij, Rolland, i due Mann, Heinrich e Thomas, a produrre non solo la migliore letteratura, ma anche quella pi politicamente positiva. Il giudizio non soltanto si attagliava ai suoi gusti e princpi critici (per non parlare delle inclinazioni politiche che non poteva pi esprimere liberamente gi dalle "tesi di Blum" del 1928-29), ma con i princpi di un ampio fronte antifascista che era ormai diventato la politica comunista ufficiale. La costituzione sovietica del 1936 appariva assai pi accettabile agli occhi dei "borghesi democratici" occidentali rispetto alle precedenti. Bench rimanesse interamente sulla carta, era una carta che perlomeno rappresentava delle aspirazioni che essi potevano accogliere sinceramente.
A riunire marxisti e non marxisti fu cos ben pi che il semplice bisogno pratico di allearsi contro un nemico comune: fu il senso profondo, evidenziato e stimolato dalla Depressione e dal trionfo di Hitler, di appartenere alla stessa tradizione della Rivoluzione francese, della ragione, della scienza, del progresso e dei valori umanistici. L'assimilazione fu facilitata per entrambe le parti dalla versione di filosofia marxista divenuta in questo periodo ufficiale, e dal trasferimento dei centri del marxismo occidentale in Francia e nei Paesi anglosassoni, nei quali gli intellettuali marxisti e non si erano formati in una cultura che da questa tradizione era permeata.
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Tuttavia l'antifascismo non fu soltanto una via d'accesso alla teoria accademica. Fu in primo luogo una questione di azione, decisioni e strategia politiche. E fu in quanto tale che pose, sia ai marxisti intellettuali sia a quelli che non lo erano, a quelli che erano entrati in politica nel periodo antifascista e a quelli con memorie politiche pi lunghe, dei problemi di analisi e scelte politiche che non possono essere omessi in questo capitolo.
Risulta impossibile, allo stato attuale della ricerca, quantificare la mobilitazione degli intellettuali nella causa antifascista; ma si pu affermare con certezza che, come l'affare Dreyfus, questa rappresent per loro in quanto gruppo un particolare richiamo, che ne mobilit un gran numero all'azione politica, e soprattutto che forn loro delle opportunit assai maggiori che in passato di servire la causa in qualit di intellettuali. Non sorprende che alcuni di essi siano andati a combattere in Spagna, anche se non venne compiuto alcuno sforzo particolare per incoraggiarli a farlo: anzi, in Gran Bretagna gli studenti erano tacitamente dissuasi dall'arruolarsi come volontari.66 Nondimeno, si unirono alle Brigate internazionali non come intellettuali, ma in quanto soldati. N deve meravigliare il fatto che fossero entrati nei movimenti di resistenza in tempo di guerra, e tanto meno che avessero aderito, svolgendo a volte un ruolo rilevante, alla lotta armata partigiana. Nessuna di queste attivit era riservata agli intellettuali. Quel che c'era di nuovo in questo periodo, e che probabilmente fu riconosciuto prima nel movimento comunista che altrove, era la portata dei contributi specifici degli intellettuali al movimento antifascista: non solo, quand'erano personaggi di spicco, come simboli di propaganda, ma anche attraverso il loro lavoro nei media (editoria, stampa, cinema, teatro, ecc.), in quanto scienziati, o per altre attivit che richiedevano persone con i loro requisiti. Non vi sono precedenti, per esempio, della mobilitazione volontaria e spontanea di scienziati in quanto tali contro la guerra e, in seguito, a favore di essa.
E anzi, la carriera di personaggi come J. Robert Oppenheimer, lo scienziato principale responsabile della costruzione delle prime bombe atomiche, diventa comprensibile soltanto nel contesto delle circostanze storiche specifiche che la determinarono. Era normale che negli anni Trenta un intellettuale del suo stampo diventasse antifascista e si accostasse al comunismo. Ma gli scienziati antifascisti erano gli unici che potevano richiamare l'attenzione dei loro governi sulla possibilit delle armi nucleari, dal momento che soltanto gli scienziati potevano riconoscere questa possibilit, e tra loro solo quelli consapevoli della situazione politica potevano avvertire con tanta urgenza la necessit di realizzare armi simili prima che lo facessero i fascisti. Era inevitabile che uomini del genere diventassero indispensabili per i loro governi e fossero messi al corrente dei segreti di Stato pi vitali: nessun altro avrebbe potuto scoprire e costruire ci che necessariamente divenne segreto. Altrettanto inevitabilmente, la loro era una posizione complessa e difficile da gestire. Non soltanto avevano opinioni morali e politiche in contrasto con quelle dell'apparato statale che li impiegava (se non altro in materia di libera comunicazione scientifica), ma l'apparato stesso diffidava sempre pi di loro in quanto intellettuali e, quando la Russia, dopo la guerra, divenne il nemico principale, come individui con un passato filocomunista e antifascista. Era ovvio che le loro opinioni su questioni tecnico-militari e su quelle politiche e morali fossero difficilmente distinguibili. Tuttavia, mentre ci aveva causato minori difficolt quando la lotta contro il fascismo monopolizzava le menti, i problemi della politica nucleare del dopoguerra, per esempio circa l'opportunit di fabbricare o meno la bomba all'idrogeno, lasciarono spazio a contrasti morali e politici assai pi intensi.
Oppenheimer divenne la vittima pi spettacolare della Guerra fredda: il pi importante e influente tra i consiglieri scientifici ufficiali del governo statunitense, colpito da infondate accuse di spionaggio a favore della Russia e privato dell'accesso alle informazioni in quanto considerato un "rischio per la sicurezza". Le difficolt per uomini come lui e per il suo governo non sarebbero potute sorgere in alcuna guerra precedente, dal momento che allora non esistevano armi cos esclusivamente dipendenti dall'iniziativa e dalla conoscenza di scienziati accademici. Era meno probabile che sorgessero per gli scienziati delle generazioni successive, poich mancava loro il passato politicamente equivoco dei colleghi pi anziani, anche quando non appartenevano all'ormai nutrita schiera di funzionari scientifici o di coloro che servivano professionalmente la causa della distruzione in qualit di esperti apolitici. Era un problema tipico degli intellettuali nel periodo dell'antifascismo e dei governi che si trovarono coinvolti con loro.
L'antifascismo poneva cos gli intellettuali, e quanti fra loro erano marxisti, non soltanto di fronte a nuovi compiti e possibilit, ma anche a nuovi problemi di azione politica e pubblica. E questi ultimi erano particolarmente seri per i comunisti e i loro simpatizzanti. Non mi attarder qui a considerare la loro reazione nei confronti degli sviluppi seguiti alla sconfitta del fascismo. N dobbiamo spendere molto tempo sugli effetti dei particolari mutamenti politici all'interno del movimento comunista durante il periodo dell'antifascismo, sebbene alcuni di questi, in special modo il capovolgimento della politica sovietica negli anni 1939-41 e il temporaneo scioglimento di alcuni partiti comunisti nelle Americhe (il "browderismo"), abbiano provocato significative onde d'urto tra i comunisti. Parlando in generale, la linea internazionale del movimento comunista rimase invariata tra il 1934 e il 1947, e ritorn nel proprio alveo principale dopo queste temporanee deviazioni. N dobbiamo preoccuparci granch dei particolari attriti all'interno dei partiti comunisti tra la leadership e gli intellettuali, sebbene, come gi detto, questi esistevano. Nel periodo antifascista erano quasi certamente pi che annullati dall'afflusso di intellettuali nel movimento, dall'apprezzamento da parte dei partiti del loro valore politico (indicato dalla moltiplicazione di riviste e associazioni pi o meno "allargate" o in ogni caso non specificamente identificate in un partito)67 e dallo spazio relativamente ampio concesso alle loro iniziative autonome. Certo, ci furono casi di defezione o espulsione per varie ragioni, e gli autori delle critiche pi articolate della politica comunista e dell'Urss si trovavano indubbiamente fra gli intellettuali, ma poich, tutto sommato, in quel momento non vi erano grosse fratture nel movimento comunista, e nessuna secessione significativa di gruppi di intellettuali (se non, in una certa misura, negli Stati Uniti), e poich i marxisti dissidenti erano in questo periodo irrilevanti, la tensione tra i partiti, che si ritenevano essenzialmente dei rappresentanti dei proletari "leali", e gli intellettuali, considerati fondamentalmente "piccolo-borghesi" e "inaffidabili", era nel complesso tenuta sotto controllo.
Le maggiori difficolt sorsero proprio dall'adozione della politica antifascista da parte del movimento comunista internazionale. L'impatto del passaggio dalla linea "classe contro classe" al sostegno dell'antifascismo e dei fronti popolari  discusso altrove, ma vale tuttavia la pena di sottolineare il drammatico mutamento che essa rappresent in quello che la maggior parte dei comunisti aveva imparato a credere della politica. Le loro convinzioni erano state formulate precisamente in opposizione al liberalismo e alla socialdemocrazia, in modo da proteggere il bolscevismo, dedito alla rivoluzione mondiale, dalla contaminazione da parte di qualsiasi tipo di riformismo o di compromesso con lo status quo.
Le difficolt che questo causava erano psicologiche pi che teoretiche. Non era difficile trovare nel marxismo giustificazioni e precedenti per la linea del VII Congresso del Comintern, tanto pi convincenti in quanto coincidevano in modo evidente con il buon senso. Quel che era difficile per i comunisti cresciuti nel periodo della "bolscevizzazione" e della "classe contro classe" era concepire la nuova linea in termini che non fossero puramente tattici, come una concessione temporanea a una situazione temporanea, o poco pi di una semplice copertura, dopodich le vecchie lotte sarebbero riprese.  lo stesso VII Congresso ad attestare la novit (per i comunisti) della nuova linea, insistendo sul fatto che non si trattava di una rottura con la vecchia, ma semplicemente dell'adattamento di questa a una congiuntura politica specifica, oltre che, naturalmente, della correzione di "errori" evitabili del passato.68 Allo stesso tempo, la novit delle nuove prospettive era inficiata dalla riluttanza a discuterle liberamente e in trasparenza per ragioni tattiche, come anche, forse, per non pregiudicare lo spazio di manovra della politica statale sovietica. Non  del tutto chiaro fino a che punto le loro implicazioni fossero davvero riconosciute o accettate da comunisti, nuovi e vecchi, che ancora guardavano ufficialmente al potere sovietico come unica forma conclusiva del rovesciamento del "dominio di classe degli sfruttatori".69
Eppure, nonostante la sua formulazione cauta e provvisoria, la nuova linea intendeva chiaramente essere pi di una mossa tattica temporanea. Essa prevedeva un modello di transizione al socialismo diverso da quello della presa insurrezionale del potere; persino, nel resoconto di Ercoli (nome di battaglia di Palmiro Togliatti [N.d.T.]) una possibile transizione pacifica. Contemplava forme di regime transitorie, difformi dalla "dittatura del proletariato", come nel caso del concetto di "nuova democrazia" o di "democrazia popolare". Presupponeva inoltre una politica comunista che non fosse sostanzialmente un'estensione della lotta di classe tra proletari e capitalisti, con le "alleanze di classe" che potevano essere necessarie e possibili, e che era quindi verosimile ricavare direttamente dalla struttura economica del capitalismo. Piuttosto, questa prevedeva o implicava una politica che fosse sia autonoma, sia progettata per acquisire la leadership o l'egemonia della classe operaia sull'intera nazione. Il fascismo veniva s presentato come la versione estrema e logica del capitalismo, ma non si affermava che tutti i capitalisti fossero fascisti. La minoranza di filofascisti tra loro poteva essere identificata con i "capitalisti-monopolisti" (come, in Francia, le "duecento famiglie"), rappresentati come gli sfruttatori "dei contadini, degli artigiani e delle masse piccolo-borghesi" come anche dei lavoratori. Il test di ammissione all'antifascismo, tuttavia, non riguardava la posizione o l'ideologia di classe, quanto esclusivamente la disponibilit a entrare nel fronte antifascista, o, pi precisamente, a unirsi all'opposizione contro il fascismo tedesco, principale istigatore alla guerra. I capitalisti sarebbero stati espropriati dopo la vittoria non in quanto capitalisti, ma come fascisti e traditori.
In retrospettiva, le implicazioni della nuova linea sono pi chiare di quanto non sembrasse all'epoca. Se andiamo a rileggere un'analisi comunista ufficiale della Guerra civile spagnola, scritta ai suoi inizi da Palmiro Togliatti, dal titolo eloquente di Sulle particolarit della Rivoluzione spagnola (dell'ottobre 1936), c' poco da fraintendere.70 "Dopo la Rivoluzione socialista dell'ottobre 1917" la lotta del popolo spagnolo " il pi grande avvenimento nella storia delle lotte per la liberazione delle masse popolari nei Paesi capitalistici." Fu senz'altro un evento di portata globale, "parte integrante della lotta antifascista che si sviluppa su scala mondiale,  una rivoluzione che possiede la pi larga base sociale.  una rivoluzione popolare.  una rivoluzione nazionale.  una rivoluzione antifascista". Non era cio semplicemente una rivoluzione democratico-borghese (come sostenuto dallo stesso Togliatti, che metteva in guardia da facili paragoni con il 1905 e il 1917). Lo era in condizioni di lotta armata, provocata dalla rivolta militare; era costretta a confiscare i beni dei proprietari terrieri e datori di lavoro in rivolta; poteva rifarsi all'esperienza della Rivoluzione russa; e infine "la classe operaia della Spagna si sforza di adempiere la propria funzione di elemento dirigente della rivoluzione, imprimendole il suggello proletario delle proprie forme e dei propri metodi di lotta". Allo stesso tempo, questa non era la classica lotta condotta soltanto da lavoratori e contadini, perch il Fronte popolare spagnolo godeva di una base assai pi ampia. N essa rappresentava un mero equivalente della "dittatura democratica degli operai e dei contadini" che Lenin aveva ipotizzato nel 1905, perch, "spinto dalla guerra civile stessa, esso prende una serie di misure che vanno alquanto al di l del programma di un governo di dittatura democratico-rivoluzionaria". Infatti, "in relazione con la situazione di guerra, il governo spagnolo  costretto a introdurre un controllo dell'apparato economico nell'interesse della difesa della Repubblica" per via delle esigenze della guerra. Di conseguenza, "questa democrazia di tipo nuovo non potr, in caso di vittoria del popolo, non essere nemica di ogni forma di spirito conservatore. Essa possiede tutte le condizioni che le consentono di svilupparsi ulteriormente. Essa offre una garanzia di tutte le ulteriori conquiste economiche e politiche dei lavoratori della Spagna".
Insomma, quello che Togliatti presentava, agendo in qualit di portavoce del Comintern, era una strategia di transizione al socialismo ricavata dalle specifiche condizioni della lotta antifascista, nella fattispecie sotto forma di guerra civile, e differente dal processo rivoluzionario degli anni 1905-17. Ci poteva dare adito a discussioni circa le forme di questa lotta, ossia sulle politiche del governo repubblicano e sui modi migliori per vincere la guerra. E si discusse, infatti, tanto che il dibattito continua ancora oggi. Ma non c'era molto spazio per la discussione sulle prospettive rivoluzionarie di quest'analisi, anche se va ricordato che le dichiarazioni comuniste successive sulla Spagna tesero a sminuire il carattere rivoluzionario degli avvenimenti in quel Paese. Tuttavia, la studiata vaghezza e allusivit delle formulazioni togliattiane ("i compiti della rivoluzione democratico-borghese, i quali corrispondono agli interessi pi profondi delle masse popolari pi larghe", "tutte le condizioni che le consentono di svilupparsi ulteriormente", ecc.), per quanto avessero implicazioni chiare per i vecchi bolscevichi, contenevano un elemento di deliberata ambiguit. Era tutt'altro che opportuno sia ricordare agli antifascisti non socialisti che i comunisti consideravano "la vittoria finale del Fronte popolare sul fascismo" come preparazione alla vittoria del proletariato, sia rivelare troppo chiaramente ai comunisti quanto profonda fosse la rottura presupposta dalla nuova linea con le loro passate ipotesi sulla strategia rivoluzionaria. In ambedue i casi era meglio concentrarsi sui compiti immediati della lotta antifascista.
Questo non condizion la gran massa di quelli che sostennero appassionatamente la Repubblica spagnola negli anni 1936-39. La Guerra civile spagnola provoc la pi massiccia mobilitazione internazionale spontanea di antifascismo, in particolare fra gli intellettuali, relativamente superiore persino a quella dei movimenti di resistenza del periodo bellico, dal momento che era indipendente dai governi, non era imposta da una reazione all'invasione del proprio Paese, e tanto meno era spaccata circa la natura del nemico principale. Essa divise la destra internazionale, poich alcuni settori di questa, anche fra i cattolici, erano bendisposti nei confronti della Repubblica od ostili verso i suoi nemici. E un la sinistra, dai liberal-democratici agli anarchici, nonostante le reciproche ostilit. La sinistra era in disaccordo su molte cose, compreso il modo migliore di combattere Franco, ma non sulla necessit di combatterlo. Ed  lecito affermare che per la maggior parte dei simpatizzanti repubblicani all'estero ci che contava era soprattutto la sconfitta di Franco, piuttosto che la natura del regime spagnolo che ne sarebbe seguito. Potremmo anche spingerci oltre, affermando che la maggior parte dei simpatizzanti repubblicani, come gran parte dei sostenitori della Resistenza, ambiva a regimi postfascisti che sarebbero stati, in senso pi o meno vago, "nuovi", persino "rivoluzionari", a societ pi libere e giuste, o in ogni caso non semplicemente a una restaurazione dello status quo precedente.
Tuttavia per i marxisti il problema del rapporto tra l'antifascismo e il socialismo era pi concreto e acuto, e per quelli tra loro che erano comunisti la foschia che avvolgeva il dibattito su di esso non si sarebbe mai dissipata. In quanto comunisti, erano certi che la linea antifascista allargata li avrebbe avvicinati di pi alla presa del potere. Adottandola, i partiti comunisti presero molto vigore, e i movimenti resistenziali, il prodotto logico della linea antifascista, trasformarono effettivamente la lotta politica in lotta armata. Anzi, non solo i partiti comunisti uscirono dal periodo fascista pi forti che mai, eccetto in Spagna e in parte della Germania, e parteciparono a molti governi di unit antifascista, ma salirono effettivamente al potere in numerosi Paesi. Per questo furono pochi i comunisti seriamente turbati dalle critiche dei marxisti dissidenti e di altri, i quali sostenevano che rafforzando l'unit antifascista si sarebbero tradite la lotta di classe e la rivoluzione, e che l'Urss non era interessata alle rivoluzioni all'estero (con l'eccezione forse di quelle imposte dall'Armata rossa). Non c' dubbio che alcune delle attuazioni pi estreme dell'unit nazionale e internazionale contro il nemico principale sconcertarono i militanti, perch erano in conflitto con i loro istinti, tradizioni e perfino esperienze. Ciononostante la linea comunista in generale, nella misura in cui rappresentava la logica dell'antifascismo, pareva convincente e realistica. Che alternative c'erano alla decisione comunista di combattere la Guerra civile spagnola? Oggi come allora, la risposta dev'essere: nessuna.71 Aveva torto Thorez, quando nel 1936 proclamava, replicando a Marceau Pivert: "Il Fronte popolare non  forse la rivoluzione?". Gli storici e la sinistra ne hanno discusso, ma all'epoca sembrava un'affermazione ragionevole anzich oltraggiosa. I Partiti comunisti italiano e francese sono stati duramente criticati per non essere stati capaci di perseguire una politica pi radicale nel 1943-45, o addirittura di tentare una presa del potere, ma la massa dei loro membri e simpatizzanti, prevalentemente reclutati nel periodo della Resistenza e della liberazione, sembra averne accettato la linea senza grosse difficolt. Quanto all'Urss, l'idea stessa che potesse non essere a favore del socialismo all'estero pareva assurda a comunisti la cui analisi politica si basava sulla premessa che, a prescindere dalle variazioni della politica statale internazionale sovietica, gli interessi del primo e unico Stato socialista al mondo e di quelli che desideravano costruire il socialismo sul suo modello non potessero essere che fondamentalmente gli stessi.
In effetti, i dibattiti sulla validit della linea comunista nella sua fase antifascista erano relativamente trascurabili all'epoca, tranne che nelle allora isolate frange marxiste dissidenti. Queste si guadagnarono un pubblico pi ampio non soltanto con la disintegrazione del movimento comunista monolitico e accentrato a Mosca, nel periodo successivo alla morte di Stalin, ma soprattutto con la scoperta che la strategia antifascista, pur con tutti i suoi straordinari trionfi, in realt non aveva risolto il problema dell'avanzata ulteriore verso il socialismo, eccetto in quei Paesi in cui, per una ragione o per l'altra, la guerra aveva portato i partiti comunisti al potere.72 Ciononostante, non c' dubbio che la studiata ambiguit che circondava le ulteriori prospettive della linea antifascista rinvi, e anzi scoraggi, un'analisi chiara di questo problema.
 questa la ragione per cui un'indagine sull'atteggiamento degli intellettuali marxisti (o di qualunque marxista comunista) nei suoi confronti  insolitamente difficile, e forse addirittura impossibile. La questione in pratica non si pose se non quando la vittoria contro il fascismo apparve certa, attorno al 1943, sebbene, come abbiamo visto, fosse stata ipotizzata nel contesto della rivoluzione spagnola. Finch il fascismo non fosse stato sconfitto, il problema di che cosa gli sarebbe succeduto pareva, ed era, del tutto accademico. Quando la vittoria sembr sicura, la nuova prospettiva si pales ai comunisti sotto forma di "democrazia popolare" o "nuova democrazia", ma vista la scomparsa dell'Internazionale comunista e le condizioni imposte dalla guerra, queste non furono mai promulgate formalmente (come lo era stato l'antifascismo dal VII Congresso), n in effetti sistematicamente diffuse e discusse in tutti i partiti comunisti. Esse apparvero piuttosto sotto forma di una serie di documenti emanati da varie entit sovietiche o comuniste, oppure di decisioni specifiche di partito, alcune delle quali successivamente abrogate.73
La maniera obliqua in cui la "democrazia popolare" fece il suo ingresso sulla scena politica non contribu granch a disperdere le ambiguit che circondavano il termine. Poteva essere considerata in termini puramente contingenti, in quanto concessione necessaria nell'interesse del mantenimento della massima unit a livello internazionale e all'interno di ciascuna nazione tra le forze che combattevano per sconfiggere l'Asse. Un minimo accenno al fatto che i comunisti si stessero preparando a una riapertura delle ostilit contro i loro presenti alleati nazionali o stranieri poteva indurre questi ultimi a prepararsi a loro volta per la lotta contro nemici futuri, anzich concentrarsi in tutto e per tutto sulla battaglia contro quelli attuali. Questo, e probabilmente poco altro, era chiaramente implicito nella "nuova linea" fatta propria dal Comintern dall'ottobre 1942.74 I regimi dei Paesi liberati sarebbero stati delle "democrazie", orientate a livello popolare oppure "nuove", ma il progetto di istituirle non era un "programma socialista", come realisticamente osservato dai comunisti austriaci, e il suo compito immediato non era "n la realizzazione del socialismo, n l'introduzione di un sistema sovietico" come dichiar Dimitrov, bens "il consolidamento del regime democratico e parlamentare".75 La linea divisoria da adottare dopo la liberazione tra governi, formalmente simili, di unit nazionale antifascista che vedevano la partecipazione dei comunisti nell'Europa orientale e occidentale fu cos lasciata in termini indefiniti.
Ma ci poteva anche essere visto come lo sviluppo logico del tipo di transizione adombrato nella linea del VII Congresso. Si poteva ipotizzare una trasformazione dei governi del "fronte unito antifascista", allargati nel fronte nazionale antifascista, in organismi per la transizione graduale e pacifica al socialismo, attraverso l'istituzione dell'egemonia della classe operaia sulla coalizione di forze antifasciste, egemonia a sua volta dovuta al riconoscimento del ruolo guida della classe operaia nella lotta contro il fascismo e alle posizioni conseguentemente acquisite dai partiti comunisti. In questo senso, era una via al socialismo alternativa a quella imboccata dalla Russia nel 1917 e - come affermarono Dimitrov e il suo portavoce di allora, Cervenkov, ancora in occasione dell'assemblea inaugurale del Cominform nel settembre del 1947 - un'alternativa alla "dittatura del proletariato".76 In ogni caso, dal momento che se ne discusse ben poco in pubblico, le condizioni politiche che avrebbero potuto rendere un percorso del genere praticabile rimanevano oscure, come anche i problemi fino ad allora senza precedenti rappresentati da una politica pluripartitica in un simile periodo di transizione. La questione non venne affrontata pubblicamente in seno al movimento comunista se non dopo l'abbandono di fatto ufficiale di questa prospettiva, in Oriente come in Occidente.
In terzo luogo, la nuova linea poteva anche essere interpretata nel contesto delle relazioni internazionali del dopoguerra. Si immaginava in modo implicito la continuazione dell'alleanza del periodo bellico abbinata alla coesistenza pacifica a lungo termine di Stati capitalisti non fascisti e Stati socialisti. Anzi, nella misura in cui la situazione del dopoguerra veniva sistematicamente discussa da comunisti in grado di poterlo fare pubblicamente, lo si fece soprattutto in questi termini, in particolare tenendo presente la conferenza di Teheran tra Stalin, Roosevelt e Churchill alla fine del 1943. Ci cre un certo disagio, almeno tra alcuni intellettuali comunisti. In ogni caso, bench la prospettiva di Teheran non escludesse quella della "democrazia popolare" di una transizione al socialismo,77 essa sottintendeva anche che in certi Paesi la lotta per il socialismo dovesse essere deliberatamente subordinata alle superiori esigenze della coesistenza pacifica, e forse alle possibilit di un suo avanzamento altrove. Per dirla brutalmente, "bisognava convincere gli ambienti dominanti britannici e americani che la loro guerra al fianco dell'Unione Sovietica [...] non sarebbe sfociata nell'estensione del sistema socialista all'Europa occidentale per la spinta dell'Armata rossa vittoriosa".78 Negli Stati Uniti era ragionevole presumere che, non essendoci alcuna possibilit che si imponesse il socialismo, il mantenimento del capitalismo (un capitalismo pronto a cooperare con l'Urss) fosse la base della politica comunista in quel Paese; tuttavia, la preclusione delle possibilit della sinistra non poteva certo essere bene accetta altrove: questa probabilmente fu la ragione per cui la Francia del 1945 denunci il "browderismo". Ciononostante, nella "prospettiva di Teheran" era implicito che alcuni partiti comunisti al di fuori della prevista zona di influenza dell'Urss potessero accettare un lungo futuro capitalista per i propri Paesi, sebbene non si specificasse affatto quali fossero questi Paesi, n quanto a lungo avrebbero dovuto abbandonare la lotta per la trasformazione socialista, n quali sarebbero state le prospettive future dei comunisti in queste circostanze. Tutte domande che rimasero prive di risposta perch, con l'eccezione del breve episodio di Browder negli Stati Uniti, non furono poste.
Queste furono le incertezze e i punti oscuri di un periodo specifico e relativamente breve, quando l'epoca dell'antifascismo volgeva al termine. Eppure illustrano le ambiguit implicite fin dall'inizio nella strategia antifascista. Questa comportava, come osservarono correttamente i trockisti e altri della sinistra estrema, un approccio alla lotta per il potere socialista difficile da conciliare con quello della "rivoluzione proletaria" cos com'era stata concepita fino a quel momento dai bolscevichi e da altri rivoluzionari sociali. In questo avevano ragione, sebbene si condannassero all'isolamento rifiutando politiche che per la maggior parte degli intellettuali, marxisti o no, sarebbero state necessarie se si voleva sconfiggere il fascismo, e visto che loro stessi non producevano alternative plausibili. Eppure questa strategia non si pales mai del tutto, non fu mai chiaramente formulata, e anzi le discussioni sul futuro postfascista, se non espresse in termini pi che vaghi, furono messe a tacere e scoraggiate per la maggior parte del periodo. Era del tutto possibile che comunisti altrettanto leali come Togliatti e Tito scorgessero nella linea antifascista delle implicazioni per l'azione politica assai diverse, a meno che le possibili scelte non venissero meno per decisione di un'autorit superiore.
La nebbia teoretica che avvolgeva il futuro preoccupava la maggior parte degli intellettuali comunisti meno di quanto avrebbe potuto, o forse dovuto, soprattutto perch i compiti del presente erano pi che mai chiari e perch, fin quando la vittoria sul fascismo non fosse apparsa certa, la strategia comunista - tralasciando episodi temporanei come nel 1939-41 - forniva una guida assai chiara e convincente su quanto andasse fatto "ora". Questo perch, in ultima analisi, per la maggior parte di loro la lotta al fascismo aveva la precedenza. Se fosse stata perduta, le discussioni sul futuro sarebbero diventate del tutto accademiche. Per gli intellettuali marxisti, vecchi o giovani, l'antifascismo non era ovviamente fine a se stesso. A giustificarlo era il suo contributo al rovesciamento finale del capitalismo mondiale, o perlomeno del capitalismo in una vasta parte del mondo. Eppure, in concreto, una simile giustificazione non era necessaria. Qualunque cosa riservasse il futuro, il fascismo era un male e bisognava resistergli. Una generazione di intellettuali approd al marxismo durante e in particolare attraverso la crisi e la lotta al fascismo, in epoche di oscurit incombente. I sopravvissuti sono spesso rimasti delusi. Si sono immersi nel proprio passato per capire se avevano sbagliato, per scoprire quali fossero stati i loro errori, o i difetti delle loro grandi speranze. Molti cessarono di essere marxisti. Ma si pu senz'altro affermare che pochissimi di loro, ammesso che ce ne siano, rinnegano la partecipazione alla lotta contro il fascismo e alla sua sconfitta.  difficile trovare un uomo o una donna che si penta del proprio sostegno alla Repubblica spagnola o del proprio contributo, per quanto piccolo, nella guerra contro il fascismo da civile, da soldato o da partigiano.  una parte del loro passato a cui guardano con modesto orgoglio. Per alcuni sopravvissuti dell'epoca,  l'unica parte del proprio passato politico alla quale ripensano con incondizionata soddisfazione.
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CAPITOLO 12. Gramsci.
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Antonio Gramsci mor nel 1937. Per i primi dieci anni dei settantacinque successivi rimase in pratica uno sconosciuto, eccetto che per i suoi vecchi compagni degli anni Venti, dal momento che solo una piccola parte dei suoi scritti era stata pubblicata o era disponibile. Ci non significa che fosse privo di influenza, poich si dice che Palmiro Togliatti guidasse il Partito comunista italiano secondo linee gramsciane, o perlomeno secondo la sua interpretazione di esse. Ciononostante, ovunque fino alla fine della Seconda guerra mondiale, per gran parte delle persone, persino per i comunisti, Gramsci era poco pi di un nome. A vent'anni dalla morte divenne assai noto in Italia e fu ammirato ben al di l degli ambienti comunisti. Il Pci, ma soprattutto la casa editrice Einaudi, ne pubblicarono massicciamente le opere. Qualunque fosse la critica mossa in seguito a queste prime edizioni, esse resero Gramsci ampiamente accessibile e permisero agli italiani di giudicarne la statura di grande pensatore marxista, e, pi in generale, di grande figura della cultura italiana del Novecento.
Ma ci era limitato al panorama italiano, perch durante questo decennio, Gramsci rimase, per ragioni pratiche, uno sconosciuto al di fuori del suo Paese, dal momento che non era stato pressoch tradotto. Anzi, persino i tentativi di pubblicare le sue toccanti lettere in Gran Bretagna e negli Stati Uniti erano naufragati. A parte per quei pochi che avevano contatti personali in Italia e sapevano leggere l'italiano, perlopi comunisti, al di l delle Alpi egli avrebbe potuto anche non esistere.
Dopo circa trent'anni ci furono le prime ondate di interesse per Gramsci all'estero, stimolate senza dubbio dalla destalinizzazione e pi ancora dall'atteggiamento indipendente di cui Togliatti stesso si fece portavoce dopo il 1956. In ogni caso,  in questo periodo che fanno la loro comparsa le prime selezioni di scritti gramsciani e le prime discussioni delle sue idee al di fuori dei partiti comunisti. Fuori dei confini italiani, i Paesi anglosassoni sembrano i primi a sviluppare un costante interesse per Gramsci. Paradossalmente, durante lo stesso decennio, anche in Italia la critica di Gramsci divenne articolata, a volte insistente, e si approfond la discussione sull'interpretazione della sua opera da parte del Pci.
Infine, negli anni Settanta, Gramsci ottenne il giusto riconoscimento. In Italia, la pubblicazione delle sue opere acquis, per la prima volta, una soddisfacente base scientifica grazie all'edizione completa delle Lettere dal carcere, del 1965,1 la pubblicazione di vari scritti giovanili e politici e dalla monumentale opera di erudizione di Valentino Gerratana, l'edizione cronologica dei Quaderni del carcere del 1975. Sia la biografia di Gramsci sia il suo ruolo nel Partito comunista ora diventavano assai pi chiari, in gran parte grazie al sistematico lavoro storiografico sui suoi documenti promosso e incoraggiato dal Pci stesso. La discussione continua, e non  questa la sede per esaminare il dibattito italiano su Gramsci dalla met degli anni Sessanta del Novecento. All'estero la traduzione dei suoi quaderni diventava per la prima volta disponibile grazie a scelte adeguate, in particolare nei due volumi editi da Lawrence & Wishart e curati da Hoare e Nowell Smith. Lo stesso accadeva per la traduzione di opere secondarie ma importanti, come la Vita di Giuseppe Fiori (1970).2 Anche qui, senza tentare di indagare la crescente letteratura gramsciana in lingua inglese, che rappresenta diversi, ma universalmente rispettabili punti di vista, baster dire che in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte non c'erano pi scuse per ignorare chi fosse Gramsci. Per essere pi precisi, ormai lo conoscono anche quelli che non lo hanno mai letto. Termini tipicamente gramsciani come "egemonia" compaiono in discussioni politiche e storiche marxiste e non, a volte con la stessa disinvoltura con cui, tra le due guerre, si utilizzavano vocaboli mutuati dal lessico freudiano. Gramsci fa ormai parte del nostro universo intellettuale. La sua statura di pensatore marxista originale, a mio modo di vedere il pi originale che l'Occidente abbia prodotto dal 1917,  quasi unanimemente accettata. Eppure quello che ha detto, e il perch della sua importanza, non sono ancora di dominio comune quanto il semplice fatto che  importante. Individuer qui una sola ragione: la sua teoria della politica.
 un'osservazione elementare del marxismo il fatto che i pensatori non inventano le proprie idee in astratto, ma possono essere compresi soltanto nel contesto storico e politico dei loro tempi. Se Marx ha sempre sottolineato che gli uomini fanno la propria storia, o, se preferite, pensano le proprie idee, ha anche evidenziato che possono farlo (per citare un famoso passo dal 18 brumaio) nelle circostanze immediate in cui si trovano, determinate dagli accadimenti e dalla tradizione. Il pensiero di Gramsci  molto originale: egli  un marxista, anzi un leninista, e non intendo perdere tempo a difenderlo dalle accuse dei vari settari che pretendono non solo di sapere esattamente cosa sia marxista e cosa no, ma persino di avere il copyright della propria versione del marxismo. Eppure per quelli di noi cresciuti nella tradizione marxista classica, sia prima del 1914 sia dopo il 1917, risulta spesso un marxista relativamente sorprendente. Per esempio, scrisse relativamente poco di sviluppo economico, e parecchio di politica, anche in merito a teorici come Croce, Sorel e Machiavelli, che solitamente nelle opere classiche non figurano che di rado, o per nulla.  quindi importante scoprire in che misura il suo background e la sua esperienza storica spiegano questa originalit. Non ho bisogno di aggiungere che questo non diminuisce in alcun modo la sua statura intellettuale.
Quando Gramsci entr nelle carceri di Mussolini, era il leader del Partito comunista. Ora, l'Italia del suo tempo presentava una serie di peculiarit storiche che favorivano alcune varianti originali del pensiero marxista. Ne menzioner brevemente alcune.
1) L'Italia era, per cos dire, un microcosmo del capitalismo mondiale, in quanto conteneva in un unico Paese sia i centri dell'impero sia le colonie, sia regioni avanzate sia arretrate. La Sardegna, da dove proveniva Gramsci, era l'esempio tipico della parte arretrata, per non dire arcaica e semicoloniale dell'Italia. La Torino della Fiat, in cui divenne un leader della classe operaia, esemplifica oggi come allora lo stadio pi avanzato di capitalismo industriale e la trasformazione di massa di contadini immigrati in operai. In altre parole, un marxista italiano intelligente si sarebbe trovato in una posizione insolitamente favorevole per cogliere sia la natura del mondo capitalistico sviluppato, sia quella del "Terzo mondo" e le loro interazioni, al contrario dei marxisti provenienti da Paesi che facevano senza eccezioni parte dell'uno o dell'altro. In relazione a ci,  dunque un errore considerare Gramsci un semplice teorico del "comunismo occidentale". Il suo pensiero non era n concepito solo per Paesi industrialmente avanzati n  applicabile esclusivamente a essi.
2) Un'importante conseguenza della peculiarit storica dell'Italia era che anche prima del 1914 il movimento dei lavoratori italiano era sia industriale sia agrario, basato sia sui proletari sia sui contadini. Da questo punto di vista esso rimase pressoch unico in Europa prima del 1914, bench non sia questa la sede per sviscerare questo punto. Tuttavia, per indicare la sua rilevanza basteranno due semplici delucidazioni. Le regioni dall'influenza comunista pi forte (l'Emilia, la Toscana e l'Umbria) non sono regioni industriali e il grande leader del sindacato italiano del dopoguerra, Di Vittorio, era un bracciante meridionale. L'Italia non costituiva un caso a s quanto al ruolo insolitamente importante svolto dagli intellettuali nel suo movimento operaio che, in larga parte, erano intellettuali provenienti dal Sud arretrato e semicoloniale; il fenomeno  tuttavia degno di nota, dal momento che ha un ruolo importante nel pensiero di Gramsci.
3) La terza peculiarit  il carattere davvero speciale della storia italiana in quanto nazione e societ borghese. Anche qui non intendo scendere nel dettaglio. Baster ricordare tre cose: a) che l'Italia fu pioniera della civilt moderna e del capitalismo svariati secoli prima di altri Paesi, ma si rivel incapace di mantenere le proprie conquiste e scivol in una sorta di stagnazione tra il Rinascimento e il Risorgimento; b) a differenza della Francia, la borghesia non vi istitu la propria societ attraverso una rivoluzione trionfante, e diversamente dalla Germania, non accett una soluzione di compromesso concessagli dall'alto da parte di una vecchia classe dominante. Fece una rivoluzione parziale. L'unit d'Italia fu realizzata in parte dall'alto, da Cavour, e in parte dal basso, da Garibaldi; c) in un certo senso, la borghesia italiana dunque fall, o fall in parte, nel compiere la propria missione storica di creazione della nazione italiana. La sua rivoluzione fu incompleta, e i socialisti italiani come Gramsci erano particolarmente consapevoli del possibile ruolo del loro movimento come leader potenziale della nazione, il vettore della storia nazionale.
4) L'Italia era (ed ) non soltanto un Paese cattolico come molti altri, ma uno in cui la Chiesa era un'istituzione specificamente italiana, un modo per mantenere il dominio delle classi dominanti senza l'apparato statale, e da esso separato. Era anche un Paese in cui una cultura nazionale elitaria aveva preceduto lo Stato nazionale. Dunque un marxista italiano non poteva che essere pi consapevole di altri di ci che Gramsci chiamava "egemonia", cio dei modi non esclusivamente basati sulla forza coercitiva con cui viene mantenuta l'autorit.
5) Per svariate ragioni, e ne ho appena indicate alcune, l'Italia era quindi una sorta di laboratorio di esperienze politiche. Non  un caso che il Paese avesse una lunga e forte tradizione di pensiero politico, da Machiavelli nel Cinquecento a Pareto e Mosca all'inizio del Novecento; giacch anche i pionieri stranieri di quella che oggi chiameremmo sociologia politica tendevano a collegarsi all'Italia o a ricavare le proprie idee dall'esperienza italiana, sto pensando a nomi come Sorel e Michels. Non  dunque sorprendente che i marxisti italiani siano particolarmente avvezzi alla teoria politica come problema.
6) Infine, un fatto assai significativo: l'Italia era un Paese in cui, dopo il 1917, sembravano essere presenti diverse tra le condizioni oggettive e soggettive per una rivoluzione, pi che in Francia e Gran Bretagna e persino, direi, che in Germania. Eppure questa rivoluzione non ci fu; al contrario, sal al potere il fascismo. Era del tutto naturale che i marxisti italiani diventassero i precursori dell'analisi dei motivi per cui la Rivoluzione russa non era riuscita a diffondersi nei Paesi occidentali e di quali dovessero essere in queste nazioni la strategia e la tattica alternative per la transizione al socialismo. Ed  proprio quello che Gramsci si propose di fare.
E con questo arrivo al punto principale, cio che il maggiore contributo di Gramsci al marxismo  di essere stato il pioniere di una teoria politica marxista. Perch se anche Marx ed Engels produssero un'immensa mole di scritti sulla politica, essi furono abbastanza riluttanti a sviluppare una teoria generale in questo campo, soprattutto perch, come notato da Engels nelle famose lettere che chiosano la concezione materialistica della storia, ritenevano pi importante evidenziare che "i rapporti giuridici, come le forme statali non possono essere compresi [...] per s stessi [...] ma affondano le loro radici [...] nei rapporti materiali di vita".3 E dunque sottolinearono in particolare "la derivazione delle concezioni politiche, giuridiche e, in generale ideologiche [...] dai fatti economici di base" (lettera di Engels a Mehring del 14 luglio 1893). Dunque, la discussione di Marx ed Engels a proposito di questioni quali la natura e struttura del governo, la costituzione e organizzazione dello Stato e la natura e l'organizzazione dei movimenti politici, si presenta soprattutto sotto forma di osservazioni scaturite dal commento contingente, in genere inerente ad altri argomenti, tranne forse che per la loro teoria dell'origine e del carattere storico dello Stato. Lenin avvert la necessit di una teoria dello Stato e della rivoluzione pi sistematiche, com'era logico alla vigilia della presa del potere, ma, come sappiamo, la Rivoluzione d'ottobre sopraggiunse prima che potesse completarla. E qui metterei in risalto il fatto che l'intensa discussione circa la struttura, l'organizzazione e la leadership dei movimenti socialisti che si svilupp nell'epoca della Seconda Internazionale riguardasse questioni pratiche. Le sue generalizzazioni teoriche erano incidentali e ad hoc, a eccezione forse del campo della questione nazionale, dove i successori di Marx ed Engels dovevano cominciare praticamente da zero. Non intendo dire che ci non condusse a innovazioni teoriche importanti, come naturalmente nel caso di Lenin, bench esse fossero paradossalmente pragmatiche piuttosto che teoriche, seppur consolidate dall'analisi marxista. Se andiamo a leggere le discussioni sul nuovo concetto di partito di Lenin, per esempio, c' da sorprendersi per quanta poca teoria entri nel dibattito, nonostante vi avessero preso parte marxisti celebri come Kautsky, Luxemburg, Plechanov, Trockij, Martov e Rjazanov. In tutti loro una teoria della politica era implicita, ma emerse solo in parte.
Questa lacuna ha varie motivazioni. Fino all'inizio degli anni Venti non sembr di grande importanza, ma in seguito, direi, divent una debolezza sempre pi grave. Al di fuori della Russia la rivoluzione era fallita o non aveva mai avuto luogo, e si rese necessaria una riconsiderazione sistematica non soltanto della strategia del movimento per conquistare il potere, ma anche dei problemi tecnici della transizione al socialismo, che prima del 1917 non erano mai stati affrontati seriamente. All'interno dell'Urss la questione relativa a cosa volesse e dovesse essere una societ socialista, in termini di struttura politica e istituzioni, nonch in quanto "societ civile", affiorava man mano che il potere sovietico usciva dalle sue lotte disperate per consolidarsi e diventare permanente.  questo in primo luogo il problema che ha turbato i marxisti negli anni recenti, e che veniva dibattuto tra comunisti sovietici, maoisti ed "eurocomunisti", per non dire di coloro che si trovavano al di fuori del movimento comunista.
Mi preme rilevare che stiamo parlando qui di due differenti ordini di problemi politici: la strategia e la natura delle societ socialiste. Gramsci cerc di misurarsi con entrambi, sebbene a me sembri che certi commentatori si siano concentrati in modo eccessivo soltanto su uno di essi, quello strategico. Ma qualunque fosse la natura di questi problemi, in seno al movimento comunista divenne ben presto impossibile discuterne, un'impossibilit, questa, protrattasi a lungo. In realt sarebbe lecito affermare che Gramsci riusc a venirne a capo nei suoi scritti perch si trovava recluso, tagliato fuori dalla politica, e che scriveva non per il presente, bens per il futuro.
Ci non significa che non abbia scritto politicamente, e nei termini della situazione contingente degli anni Venti e dei primi anni Trenta. Di fatto, per, una delle difficolt nel comprenderne l'opera  questo suo presumere una familiarit con situazioni e discussioni che sono per noi oggi sconosciute, oppure dimenticate. Cos Perry Anderson ci ha recentemente ricordato che parte del suo pensiero pi caratteristico deriva da temi che emersero nei dibattiti del Comintern dei primi anni Venti, che vennero inoltre da lui elaborati. In ogni caso, egli fu portato a sviluppare in seno al marxismo gli elementi di una compiuta teoria politica, e fu probabilmente il primo marxista a farlo. Non cercher qui di riassumere le sue idee: piuttosto ne sceglier alcune componenti e metter in evidenza quella che, a mio avviso,  la loro importanza.
Gramsci  un teorico della politica nella misura in cui considera quest'ultima come "un'attivit autonoma"4 nel contesto e nei limiti imposti dallo sviluppo storico, e perch si propone specificamente di indagare "del posto che la scienza politica occupa o deve occupare in una concezione del mondo sistematica (coerente e conseguente), in una filosofia della praxis"5. Eppure questo significava ben pi che aver introdotto nel marxismo il tipo di discussioni trovate nei lavori del suo idolo, Machiavelli, un uomo che non figura molto spesso negli scritti di Marx ed Engels. La politica  per Gramsci il nucleo non soltanto della strategia per realizzare il socialismo, bens del socialismo stesso.  per lui, come a ragione sottolineano Hoare e Nowell Smith, "l'attivit umana centrale, il mezzo attraverso cui la coscienza del singolo viene messa in contatto con il mondo sociale e naturale in tutte le sue forme".6 Insomma,  un termine inteso in senso assai pi ampio di quello d'uso corrente, anche pi della "scienza ed arte politica"7 nel senso gramsciano pi ristretto, che lui definisce "un insieme di canoni pratici di ricerca e di osservazioni particolari utili per risvegliare l'interesse per la realt effettuale e suscitare intuizioni politiche pi rigorose e vigorose".8 La politica  in parte implicita nel concetto stesso di prassi: e cio il fatto che comprendere il mondo e cambiarlo siano la stessa cosa. E la prassi, la storia compiuta dagli uomini stessi, seppure in condizioni storiche date e in via di sviluppo,  ci che essi fanno, e non semplicemente le forme ideologiche nelle quali gli uomini diventano consapevoli delle contraddizioni della societ. Essa , per citare Marx, il modo in cui "lottano per superar[le]":9 insomma,  ci che pu essere chiamato azione politica. Ma  anche in parte un riconoscimento del fatto che la stessa azione politica  un'attivit autonoma, anche se essa "nasce sul terreno "permanente e organico" della vita economica".10
Questo vale per la costruzione del socialismo come per qualunque altra cosa, se non di pi. Si dir che per Gramsci a costituire il fondamento del socialismo non  la socializzazione in senso economico, ossia l'economia di propriet sociale e pianificata (sebbene questa ne sia senz'altro la base e la cornice), bens la socializzazione in senso politico e sociologico, ossia quello che  stato chiamato il processo di formazione di abitudini nell'uomo collettivo che renderanno automatico il comportamento sociale ed elimineranno il bisogno di un apparato esterno che imponga delle norme; automatico, ma anche cosciente. Quando Gramsci parla del ruolo della produzione nell'ambito del socialismo, non lo fa semplicemente in quanto mezzo per creare la societ dell'abbondanza materiale, sebbene si possa notare en passant che non aveva dubbi circa la priorit di massimizzare la produzione. Questo perch il posto dell'uomo nella produzione era centrale per la maturazione della propria coscienza sotto il capitalismo; perch era l'esperienza dei lavoratori nella grande fabbrica a essere la scuola naturale di questa coscienza. Gramsci tendeva a vedere, forse alla luce della sua esperienza a Torino, la grande fabbrica moderna non tanto come un luogo di alienazione, quanto come una scuola di socialismo.
Ma il punto era che la produzione nel socialismo non poteva quindi essere trattata soltanto come un problema tecnico ed economico separato; doveva essere simultaneamente e, dal suo punto di vista, considerata soprattutto un problema di educazione e struttura politiche. Anche nella societ borghese, che era sotto questo aspetto progressista, il concetto di lavoro era centrale da un punto di vista educativo, dal momento che "il concetto dell'equilibrio tra ordine sociale e ordine naturale sul fondamento del lavoro, dell'attivit teorico-pratica dell'uomo, crea i primi elementi di una intuizione del mondo, liberata da ogni magia e stregoneria, e d l'appiglio allo sviluppo ulteriore di una concezione storica, dialettica, del mondo, a comprendere il movimento e il divenire [...] a concepire l'attualit come sintesi del passato, di tutte le generazioni passate, che si proietta nel futuro. Questo  il fondamento della scuola elementare".11 E qui possiamo notare di passaggio un tema costante in Gramsci: il futuro.
I temi principali della teoria politica di Gramsci sono delineati in una famosa lettera del settembre 1931:
Lo studio che ho fatto sugli intellettuali  molto vasto come disegno [...] D'altronde io estendo molto la nozione di intellettuale e non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali. Questo studio porta anche a certe denominazioni del concetto di Stato che di solito  inteso come societ politica (o dittatura, o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione e l'economia di un momento dato) e non come un equilibrio della Societ politica con la Societ civile (o egemonia di un gruppo sociale sull'intiera societ nazionale esercitata attraverso le organizzazioni cos dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole, ecc.) e appunto nella societ civile specialmente operano gli intellettuali.12
Ora, la concezione dello Stato come equilibrio tra istituzioni coercitive ed egemoniche (oppure, se preferite, come unione di entrambi) non  nuova in s, almeno per coloro che guardano al mondo con realismo.  ovvio che una classe dominante non fa affidamento solo sul potere e l'autorit coercitivi, ma sul consenso che deriva dall'egemonia, ci che Gramsci chiama "direzione intellettuale e morale"13 esercitata dal gruppo dominante e "l'indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante".14 Quel che c' di nuovo in Gramsci  l'osservazione che anche l'egemonia borghese non  automatica, bens ottenuta attraverso una consapevole azione e organizzazione politica. La borghesia cittadina del Rinascimento italiano sarebbe potuta diventare egemone a livello nazionale soltanto, come propose Machiavelli, mediante un'azione simile, di fatto attraverso una sorta di giacobinismo. Una classe deve trascendere quella che Gramsci chiama organizzazione "economico-corporativa" per diventare politicamente egemone; ragion per cui, detto per inciso, anche il sindacalismo pi militante resta una parte subalterna della societ capitalistica. Ne consegue che la distinzione tra classi "dominanti", o "egemoni", e "subalterne"  fondamentale: si tratta di un'altra innovazione gramsciana, ed  cruciale per il suo pensiero. Perch il problema basilare della rivoluzione  come rendere capace di egemonia una classe fino a questo momento subalterna, fare in modo che creda in se stessa come classe potenzialmente dominante e risultare credibile in quanto tale ad altre classi.
In questo consiste l'importanza per Gramsci del partito, il "moderno principe".15 Perch anche a voler prescindere dall'importanza storica dello sviluppo del partito in generale nel periodo borghese, e Gramsci ha cose brillanti da dire a questo proposito, egli riconosce che  solo attraverso il suo movimento e la sua organizzazione, ossia nella propria visione attraverso il partito, che la classe operaia sviluppa la sua coscienza e trascende la fase spontanea "economico-corporativa" o sindacalista. Di fatto, come sappiamo, laddove  stato vittorioso, il socialismo ha portato alla trasformazione dei partiti in Stati ed  cos che ha ottenuto la sua vittoria. Gramsci  profondamente leninista nella sua visione generale del ruolo del partito, bench non lo sia necessariamente nelle sue idee su quale debba essere in ogni dato momento l'organizzazione del partito, oppure sulla natura della vita del partito. Ciononostante, a mio modo di vedere, la sua discussione sulla natura e sulle funzioni dei partiti si spinge oltre quella di Lenin.
Naturalmente, come sappiamo, sorgono considerevoli problemi pratici dal fatto che il partito e la classe, per quanto storicamente identificati, non sono la stessa cosa e potrebbero divergere, in particolare nelle societ socialiste. Gramsci ne era ben consapevole, cos come dei pericoli della burocratizzazione ecc. Anzi, la sua ostilit verso gli sviluppi stalinisti in Urss gli caus preoccupazioni anche in prigione. Mi piacerebbe poter dire che propone delle soluzioni adeguate a questi problemi, ma non sono sicuro che lo faccia pi di chiunque altro, finora. Ciononostante, i commenti di Gramsci sul centralismo burocratico, seppure concentrati e difficili16 meritano un attento studio.
Nuova  anche l'insistenza di Gramsci sul fatto che l'apparato di governo, tanto nella sua forma egemonica quanto in una certa misura in quella autoritaria, consiste essenzialmente di "intellettuali". Egli li definisce non come una lite speciale o una o pi categorie sociali speciali, ma come una sorta di specializzazione della societ funzionale a questi scopi. In altre parole, per Gramsci chiunque  un intellettuale, ma non tutti esercitano la funzione sociale di intellettuali. Ora, questo  importante poich d rilievo al ruolo autonomo della sovrastruttura nel processo sociale, o persino al semplice fatto che un politico di origini operaie non  necessariamente lo stesso che un operaio al banco da lavoro. Peraltro, sebbene spesso quest'osservazione produca in Gramsci dei brillanti passaggi storici, non riesco a considerarla cos rilevante per la sua teoria politica come lui stesso evidentemente pensava. In particolare, ritengo che la sua distinzione tra i cosiddetti intellettuali "tradizionali" e gli intellettuali "organici" prodotti da una nuova classe sia, almeno in alcuni Paesi, meno significativa di quanto egli suggerisca. Pu darsi, naturalmente, che io non abbia colto del tutto il suo pensiero difficile e complesso, e devo certamente sottolineare che la questione  di grande importanza per lo stesso Gramsci, a giudicare dalla quantit di spazio che le dedica.
D'altro canto, il pensiero strategico di Gramsci  non soltanto, come sempre, pieno di brillanti intuizioni storiche, ma anche di grande importanza pratica. Credo che in questo contesto si debbano tenere tre cose ben distinte: l'analisi generale di Gramsci, le sue idee sulla strategia comunista in specifici periodi storici e, da ultimo, le idee effettive del Partito comunista sulla strategia in ogni dato momento, che furono di certo ispirate dalla lettura di Togliatti della teoria gramsciana, e da quella dei suoi successori. Non intendo addentrarmi in questa terza questione, perch simili discussioni non sono rilevanti ai fini di questo saggio. N voglio discutere a fondo la seconda, perch il nostro giudizio su Gramsci non dipende dalla sua valutazione di situazioni particolari degli anni Venti o Trenta.  perfettamente possibile ritenere, diciamo, il 18 brumaio di Marx un'opera profonda e basilare, anche se il suo atteggiamento nei confronti di Napoleone III negli anni 1852-70 e la sua valutazione della stabilit politica di tale regime erano spesso irrealistiche. Ci non implica, tuttavia, alcuna critica della strategia di Gramsci o di Togliatti, poich sono ambedue difendibili. Lasciando da parte tali questioni, vorrei enucleare tre elementi nella teoria strategica di Gramsci.
Il primo non  tanto il fatto che Gramsci optasse per una strategia di guerra protratta nel tempo o "di posizione" in Occidente, opposta a quello che definiva "attacco frontale"17 o a una guerra di manovra, quanto come analizz queste opzioni. Dal momento che era ovvio che in Italia e nella maggior parte dell'Occidente, dagli anni Venti in poi, non ci sarebbe stata una Rivoluzione d'ottobre, e non c'erano prospettive realistiche che ne scoppiasse una, egli dovette ovviamente considerare una strategia a lungo termine. Ma, di fatto, in linea di principio non si impegn per il conseguimento di nessun risultato in particolare riguardo alla lunga "guerra di posizione" che aveva previsto e raccomandato. Questa avrebbe potuto condurre direttamente a una transizione al socialismo o a un'altra fase della guerra di manovra e attacco, oppure a qualche altra fase strategica. Ci che sarebbe accaduto doveva dipendere dai cambiamenti nella situazione concreta. Consider tuttavia una possibilit che pochi altri marxisti hanno preso altrettanto chiaramente in esame, e cio che il fallimento della rivoluzione in Occidente potesse produrre a lungo termine un indebolimento assai pi pericoloso delle forze del progresso attraverso quella che chiam "rivoluzione passiva".18 Da una parte la classe dominante avrebbe potuto accondiscendere a certe richieste per prevenire ed evitare la rivoluzione, dall'altra il movimento rivoluzionario ritrovarsi in pratica (sebbene non necessariamente in teoria) ad accettare la propria impotenza e a essere eroso e integrato politicamente nel sistema (si vedano a tal proposito i Quaderni del carcere). In breve, la "guerra di posizione" doveva essere sistematicamente elaborata come strategia di lotta piuttosto che semplicemente come qualcosa per tenere impegnati i rivoluzionari quando non si profilava la prospettiva di costruire barricate. Gramsci naturalmente aveva imparato dall'esperienza della socialdemocrazia prima del 1914 che il marxismo non era un determinismo storico. Non bastava aspettare che in qualche modo la storia portasse automaticamente i lavoratori al potere.
Il secondo elemento  l'insistenza di Gramsci sul fatto che la lotta per trasformare la classe operaia in una classe potenzialmente dominante, la lotta per l'egemonia, dev'essere combattuta prima della presa del potere, oltre che durante e dopo essa. Ma questa lotta non  semplicemente un aspetto di una "guerra di posizione":  un punto cruciale della strategia dei rivoluzionari in ogni circostanza. Naturalmente, la conquista dell'egemonia, per quanto possibile, prima della presa del potere  particolarmente importante in Paesi dove il nucleo del potere della classe dominante consiste nella subalternit delle masse piuttosto che nella coercizione. Questo  vero in molti Stati "occidentali", checch ne dica l'ultrasinistra e per quanto non si discuta il fatto che, in ultima analisi, la coercizione  l per essere usata. Come possiamo vedere, per esempio in Cile e in Uruguay, oltre un certo punto l'uso della coercizione per mantenere il dominio diventa francamente incompatibile con l'uso del consenso reale o apparente, e i governanti devono scegliere tra le alternative dell'egemonia e della forza, il guanto di velluto e il pugno di ferro. Laddove si  scelta la forza, di solito per il movimento operaio i risultati non sono stati favorevoli. Come possiamo tuttavia osservare anche in Paesi in cui si  verificato un rovesciamento rivoluzionario dei vecchi governanti, come il Portogallo, in assenza di una forza egemone anche le rivoluzioni possono sfaldarsi, in quanto devono ancora conquistare il sostegno e il consenso sufficienti di ceti che non si sono ancora staccati dai vecchi regimi. Il problema fondamentale dell'egemonia, considerato strategicamente, non  tanto come i rivoluzionari siano arrivati al potere, anche se la questione  assai importante, ma come giungono a farsi accettare, non solamente come i dominatori politici o inevitabili, ma in qualit di guide e leader. Ci presenta ovviamente due aspetti: come guadagnare il consenso e se i rivoluzionari siano pronti a esercitare la leadership. Bisogna tener conto anche della situazione politica concreta, sia nazionale sia internazionale, che potrebbe rendere i loro sforzi pi efficaci o pi difficili. I comunisti polacchi nel 1945 non erano probabilmente accettati in quanto forza egemone, sebbene fossero preparati a esserlo; ma affermarono il proprio potere grazie alla situazione internazionale. I socialdemocratici tedeschi nel 1918 sarebbero probabilmente stati accettati come forza egemone, ma non volevano agire come tale. La tragedia della rivoluzione tedesca consiste in questo. I comunisti cechi potevano essere accettati come forza egemone sia nel 1945 sia nel 1968, ed erano pronti a svolgere questo ruolo, ma non fu loro permesso. La lotta per l'egemonia prima, durante e dopo la transizione (qualunque sia la sua natura o velocit) rimane cruciale.
Il terzo aspetto  che al centro della strategia di Gramsci c' un movimento di classe organizzato e permanente. In questo senso la sua idea del "partito" riprende la concezione di Marx, almeno quella degli ultimi anni della sua vita, di partito come, per cos dire, classe organizzata, sebbene Gramsci abbia dedicato maggiore attenzione di Marx ed Engels, e perfino di Lenin, non tanto all'organizzazione formale, quanto alle forme di direzione e alla struttura politica, oltre che alla natura di quello che chiam il rapporto "organico" tra classe e partito. Al tempo della Rivoluzione d'ottobre, la maggior parte dei partiti, di massa della classe operaia era socialdemocratica. I teorici rivoluzionari, compresi i bolscevichi prima del 1917, erano perlopi obbligati a pensare soltanto in termini di partiti, di quadri o di gruppi di attivisti che mobilitassero lo scontento spontaneo delle masse come e quando potevano, perch ai movimenti di massa o non era permesso di esistere, oppure erano solitamente riformisti. Essi non potevano ancora pensare in termini di movimenti operai di massa permanenti e radicati, ma allo stesso tempo rivoluzionari, che avessero un ruolo rilevante nella scena politica dei rispettivi Paesi. Il movimento di Torino, nel quale Gramsci svilupp le proprie idee, era un'eccezione relativamente rara. E bench uno dei risultati pi grandi dell'Internazionale comunista fosse stato la creazione di alcuni partiti di massa, vi sono chiari indizi, per esempio nel settarismo del cosiddetto "Terzo periodo", del fatto che la direzione comunista internazionale (in quanto distinta dai comunisti in certi Paesi con movimenti operai di massa) non conoscesse bene i problemi dei movimenti operai di massa che si erano sviluppati alla vecchia maniera.
Qui  importante l'insistenza di Gramsci sul rapporto "organico" tra rivoluzionari e movimenti di massa. L'esperienza storica italiana lo aveva abituato a minoranze rivoluzionarie che non avevano un simile rapporto organico, ma erano gruppi di "volontari" che si mobilitavano come e quando potevano, "che non furono tali in realt, [...] ma furono attendamenti zingareschi e nomadi della politica".19 Buona parte della politica di sinistra anche oggi, forse soprattutto oggi,  basata in questo modo, e per ragioni analoghe, non su una reale classe operaia con la sua organizzazione di massa, ma su una classe operaia astratta, su una specie di visione esterna della classe operaia o di qualsiasi altro gruppo che sia possibile mobilitare. L'originalit di Gramsci  che fu un rivoluzionario che non cedette mai a questa tentazione. Alla base della sua analisi e della sua strategia c'era la classe operaia organizzata cos com', e non come in teoria dovrebbe essere.
Tuttavia, come ho ripetutamente evidenziato, il pensiero politico gramsciano non era solo strategico, strumentale od operativo; il suo scopo non era semplicemente la vittoria, dopo la quale comincia un ordine e un tipo differente di analisi. Si pu notare chiaramente come spesso prenda qualche problema o episodio storico quale punto di partenza e poi generalizzi a partire da esso, non soltanto a proposito della politica della classe dominante o di qualche situazione simile, ma riguardo la politica in generale. Questo perch era costantemente consapevole del fatto che c' qualcosa in comune nei rapporti politici tra gli uomini in tutte le societ, o perlomeno in una gamma storicamente assai ampia di esse, per esempio, come gli piaceva ricordare, la differenza fra governanti e governati.20 Non dimentic mai che le societ sono pi che semplici strutture di dominazione economica e potere politico, che hanno una certa coesione anche quando sono lacerate da lotte di classe (un aspetto osservato gi molto tempo prima da Engels) e che la liberazione dallo sfruttamento offre la possibilit di costituirle come autentiche comunit di uomini liberi. Non dimentic mai che assumersi la responsabilit per una societ, in atto o in potenza, significa pi che prendersi cura degli interessi immediati di una classe, di un gruppo o anche dello Stato: il che, per esempio, presuppone continuit "sia verso il passato, ossia verso la tradizione, sia verso l'avvenire".21 Perci Gramsci insiste sulla rivoluzione non semplicemente come l'espropriazione degli espropriatori, ma, anche, nel caso dell'Italia, come la creazione di un popolo e la realizzazione di una nazione, sia come negazione che compimento del passato. Anzi, gli scritti di Gramsci pongono l'importantissimo problema, raramente discusso, di che cosa venga esattamente rivoluzionato in una rivoluzione, e di che cosa sia conservato, e perch, e come; il problema della dialettica tra continuit e rivoluzione.
Ma naturalmente per Gramsci questo non  importante in s, bens in quanto strumento sia di mobilitazione sia di autotrasformazione popolare, di cambiamento morale e intellettuale, di autosviluppo collettivo come parte del processo grazie al quale, nelle sue lotte, un popolo cambia e si pone sotto la direzione della nuova classe egemone e del suo movimento. E sebbene condivida il solito sospetto marxista delle speculazioni circa il futuro socialista, a differenza della maggior parte degli altri, Gramsci ne cerca gli indizi nella natura del movimento stesso. Se egli ne analizza la natura, la struttura e lo sviluppo in quanto movimento politico - in quanto partito - in modo cos elaborato e microscopico, se individua, per esempio, il sorgere di un movimento permanente e organizzato - in quanto distinto da una rapida "esplosione" - fino ai suoi pi minuti elementi capillari e molecolari (come li chiama lui),  proprio perch vede la societ del futuro come qualcosa che poggia su ci che definisce "la formazione di volont collettive"22 attraverso, e soltanto attraverso, un simile movimento. Perch  solo cos che una classe fino ad ora subalterna pu trasformarsi in una potenzialmente egemone, divenuta, se vogliamo, atta a costruire il socialismo.  solo cos che essa pu, tramite il proprio partito, diventare il "moderno principe", il motore politico della trasformazione. E nel costruirsi, questa classe getter in un certo senso gi alcune delle basi su cui sar edificata la nuova societ, alcuni lineamenti della quale appariranno in e attraverso di essa.
Mi si lasci spiegare, per concludere, perch abbia scelto di concentrarmi in questo capitolo sul Gramsci teorico della politica. Non semplicemente perch  straordinariamente interessante ed entusiasmante; e di certo non perch possiede la ricetta di come i partiti e gli Stati debbano essere organizzati. Al pari di Machiavelli, egli  un teorico di come le societ andrebbero fondate e trasformate, non dei dettagli costituzionali, per non dire delle minuzie che preoccupano i corrispondenti parlamentari.  piuttosto perch, tra i teorici marxisti,  quello che comprende pi chiaramente l'importanza della politica come dimensione speciale della societ, e perch riconobbe che in politica in gioco c' pi del potere. Questo ha una grande importanza pratica, non di meno per i socialisti.
La societ borghese, almeno nei Paesi sviluppati, ha sempre prestato un'attenzione primaria alla sua cornice e ai suoi meccanismi politici, per ragioni storiche che non  il caso qui di indagare.  per questo che le organizzazioni politiche sono diventate un potente strumento per rafforzare l'egemonia borghese, cosicch slogan come la difesa della repubblica, la difesa della democrazia o la difesa dei diritti e delle libert civili vincolano dominatori e dominati assieme per il beneficio primario dei dominatori; ma questo non significa che esse siano irrilevanti per i dominati. Sono dunque ben pi che un po' di semplice trucco sul volto della coercizione, o anche pi che mero inganno.
Le societ socialiste, anche per comprensibili ragioni storiche, si sono concentrate su altri compiti, in particolare quello di pianificare l'economia, e (con l'eccezione della questione cruciale del potere e forse, in Paesi multinazionali, del rapporto tra le nazioni che li compongono) hanno prestato assai meno attenzione alle loro vere e proprie istituzioni e ai processi politici e giuridici. Questi sono stati lasciati operare informalmente, meglio che potevano, talvolta anche in violazione di costituzioni o statuti di partito accettati, per esempio la convocazione regolare di congressi, e spesso in una sorta di oscurit. In casi estremi, come in Cina negli ultimi anni, le maggiori decisioni politiche che modificano il futuro del Paese sembrano emergere improvvisamente dalle lotte di un piccolo numero di governanti al vertice, e la loro reale natura non  chiara, dal momento che non sono mai state discusse pubblicamente. In casi del genere c' senz'altro qualcosa che non va. A voler prescindere dagli altri svantaggi arrecati da questa trascuratezza verso la politica, come possiamo aspettarci di trasformare la vita umana, di creare una societ socialista (intesa come distinta da un'economia a propriet e amministrazione socializzate) quando la massa del popolo  esclusa dal processo politico e potrebbe anche essere lasciata scivolare nella depoliticizzazione e nell'apatia circa le questioni pubbliche? Sta diventando chiaro che la trascuratezza verso le proprie organizzazioni politiche da parte della maggioranza delle societ socialiste sta portando a gravi debolezze cui va posto rimedio. Il futuro del socialismo, sia in Paesi che non sono ancora socialisti sia in quelli che gi lo sono, pu dipendere dalla maggiore attenzione che in futuro vi verr o meno prestata.
Nell'insistere sull'importanza cruciale della politica, Gramsci richiam l'attenzione su un aspetto cruciale della costruzione del socialismo, come della sua conquista.  un monito di cui dovremmo fare tesoro. E oggi vale senz'altro la pena leggere, tenere presente e assimilare un grande pensatore marxista che fece della politica il nucleo della propria analisi.
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CAPITOLO 13. La ricezione di Gramsci*.
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Gramsci in Europa e in America.
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Chiunque legga un libro sull'impatto internazionale di Gramsci nel 1944 si trover probabilmente d'accordo con la dichiarazione del suo primo estimatore spagnolo, citata dal professor Fernndez Buey: "Gramsci es un clsico, o sea un autor que tiene derecho a no estar de moda nunca y a ser ledo siempre". ("Gramsci  un classico, un autore cio che non  mai di moda eppure viene letto sempre".) Ciononostante, ogni capitolo di questo libro attesta il fatto paradossale che nella sinistra intellettuale la fortuna internazionale di questo autore classico abbia seguito le oscillazioni delle mode. Negli anni Sessanta il momento di popolarit di Althusser in America latina sbarr cos in gran parte il passo a Gramsci, bench in Francia fosse proprio l'importanza dello stesso Althusser a dare visibilit anche all'allora pressoch sconosciuto italiano, che il filosofo francese lodava e criticava allo stesso tempo. L'elemento "moda" era particolarmente evidente nella misura in cui la ricezione di Gramsci coincideva largamente con il culmine della "nuova sinistra" degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, la cui capacit di consumare quella che Carlos Nelson Coutinho chiama la "zuppa eclettica" di ingredienti intellettuali reciprocamente incompatibili era considerevole. L'elemento moda era ancora pi lampante negli anni Novanta, quando gli ex militanti di sinistra trasformatisi in neoliberali non erano pi turbati nel sentirsi ricordare qualsiasi cosa rievocasse gli antichi entusiasmi. Come notato da Irina Grigor'eva a proposito della Russia post-1991: "Oggi qualunque cosa legata all'eredit di idee relative al marxismo  condannata". Per questo la Russia nel 1993 era "forse il Paese meno "gramsciano" al mondo".
 altrettanto evidente che Gramsci non sarebbe potuto diventare una figura di spicco sulla scena intellettuale mondiale senza la complessa concatenazione di circostanze che ha avuto luogo nei quarant'anni successivi alla sua morte. Non sarebbe affatto noto senza la determinazione del suo compagno e ammiratore Palmiro Togliatti nel conservare e pubblicare i suoi scritti e nel dare loro un posto centrale all'interno del comunismo italiano. Nelle condizioni imposte dallo stalinismo, questa non era affatto una scelta inevitabile, soprattutto considerando la famosa eterodossia di Gramsci, anche se la linea del VII Congresso dell'Internazionale la rese un po' meno rischiosa. Per quanto critiche sarebbero state in seguito le idee dello stesso Togliatti su Gramsci, la sua preoccupazione, dopo la morte di quest'ultimo, di sottrarne gli scritti "alle traversie del presente e garantirli per "la vita a venire del partito""1 e la sua insistenza sulla centralit dell'autore dal suo ritorno in Italia in poi furono le fondamenta della sua fortuna successiva. Le carenze e omissioni editoriali dei primi anni del dopoguerra furono il prezzo per divulgare Gramsci; in retrospettiva, un prezzo che valse la pena pagare. Grazie alla determinazione di Togliatti e al nuovo prestigio del Pci, almeno le Lettere furono pubblicate in vari Paesi, comprese alcune "democrazie popolari", prima della morte di Stalin. Dove non se ne occuparono i partiti comunisti locali, nessun altro lo fece. Nonostante in Italia, la quasi immediata disponibilit di eccellenti traduzioni in lingua inglese, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti non si trovarono editori per le Lettere prima di qualche decennio. Nondimeno in Italia, a parte quei pochi stranieri con ricordi personali della Resistenza e amicizie nella sinistra del dopoguerra, la Rezeptionsgeschichte di Gramsci cominci effettivamente con il XX congresso del Pcus. Per un ventennio esso aveva fatto parte del tentativo del movimento comunista internazionale di emanciparsi sia dall'eredit di Stalin sia da quella dell'Internazionale comunista. All'interno del "campo socialista" ci si rifletteva nel riconoscimento pressoch immediato tanto del Gramsci pensatore politico quanto del martire, come testimoniano la pubblicazione di una scelta di opere in tre volumi in Urss nel 1957-59, la presenza sovietica al primo convegno su Gramsci nel 1958, e la nutrita e implicitamente riformista delegazione sovietica al secondo, nel 1967. Anzi, nei vent'anni successivi al 1956 furono assai pochi gli autori non italiani a scrivere di Gramsci che non avessero un passato o un presente di impegno marxista di qualche tipo. Ed  senz'altro difficile pensare a qualche non marxista in questo campo prima della fine degli anni Settanta, salvo lo storico americano H. Stuart Hughes (che nutriva un particolare interesse per l'Italia) e il britannico James Joll (specializzato in storia della sinistra). Alla fine, ovviamente, Gramsci sarebbe stato accolto dalla letteratura accademica.
A voler essere pi precisi, Gramsci attir l'attenzione al di fuori dei confini italiani soprattutto per le sue doti di pensatore comunista in grado di fornire una strategia marxista a Paesi in cui la Rivoluzione d'ottobre poteva costituire un'ispirazione, ma non rappresentare un modello, ossia per movimenti socialisti in ambienti e situazioni non rivoluzionarie. Il prestigio e il successo del Partito comunista italiano, negli anni compresi tra il "memoriale di Yalta" e la morte di Enrico Berlinguer, naturalmente propagarono l'influenza di un pensatore ritenuto in genere l'ispiratore delle sue strategie. Gramsci raggiunse senz'altro l'apice della sua rilevanza internazionale nel periodo dell'"eurocomunismo" degli anni Settanta, e conobbe una certa recessione negli anni Ottanta, eccetto forse nella Repubblica federale tedesca, dove fu scoperto abbastanza tardi e dove l'interesse nei suoi confronti tocc il picco massimo nella prima met di quel decennio. Laddove la sinistra non aveva ancora abbandonato la speranza di strategie pi classiche di insurrezione e di lotta armata, gli preferiva altri guru intellettuali. Di qui la curiosa storia in due fasi della penetrazione di Gramsci in America latina: come parte dello schiudersi dei partiti comunisti marxisti dopo il 1956-60, e dopo il crollo delle strategie della lotta armata negli anni Settanta.
La discussione internazionale su Gramsci sembra essere rimasta in gran parte distinta e indipendente dal vigoroso dibattito italiano sul massimo pensatore marxista nazionale. I pi importanti libri italiani su di lui non sono stati tradotti, e in ogni caso non in lingua inglese, con l'eccezione della biografia di Fiori, sebbene siano disponibili introduzioni all'opera gramsciana in italiano come nei lavori a firma e a cura di Showstack Sassoon e Mouffe. Ci non deve sorprendere: gli stranieri inevitabilmente leggono gli autori o le autrici di un altro Paese - per quanto universali siano i loro interessi - in maniera diversa dai loro connazionali, e quando il pensatore, come nel caso di Gramsci, ha cos tanta attinenza con la realt del proprio Paese, la differenza tra letture straniere e nazionali non pu che risultare accentuata. In ogni caso, molte delle questioni dibattute in maniera pi accesa in Italia non riguardavano tanto Gramsci; erano discussioni pro o (pi spesso) contro qualche fase della politica del Pci; e non sempre queste erano di grande interesse per i non specialisti.  tuttavia importante notare che furono gli scritti di Gramsci (piuttosto che i testi di critica e interpretazione che si sono accumulati attorno a essi nel suo Paese) a influenzare i lettori stranieri, cio il Gramsci dell'epoca in cui le prime importanti edizioni di "opere scelte" si erano rese disponibili nelle lingue locali, oppure, prima ancora, del periodo in cui il primo autorevole studioso gramsciano locale era apparso sulla scena intellettuale per presentare il pensatore non ancora tradotto. Essenzialmente possiamo affermare che la ricezione non italiana di Gramsci fu quella del Gramsci disponibile negli anni dal 1960 al 1967.
L'accoglienza internazionale di Gramsci dunque  stata, e ancora rimane, soggetta alle alterne fortune della sinistra politica; lo sar in futuro e in una certa misura dovr continuare a esserlo, perch Gramsci  stato il filosofo della prassi politica per eccellenza. Numerosi tra i luminari di quello che  stato definito "marxismo occidentale" possono essere considerati, per cos dire, degli accademici, cosa che molti di loro erano o avrebbero potuto essere: Lukcs, Korsch, Benjamin, Althusser, Marcuse e altri. Scrissero restando a una o due spanne di distanza dalle realt politiche anche quando, come Henri Lefebvre, da un momento all'altro avrebbero potuto ritrovarvisi coinvolti in qualit di organizzatori politici. Gramsci non pu essere separato da queste realt, dal momento che anche le sue generalizzazioni pi ampie vertono immancabilmente sull'indagine delle condizioni pratiche allo scopo di trasformare il mondo attraverso la politica nelle circostanze specifiche in cui si trovava a scrivere. Come Lenin, non era fatto per la vita accademica bench, a sua differenza, fosse un intellettuale nato, un uomo entusiasta della pura attrazione per le idee. Non per nulla fu l'unico teorico marxista a essere anche il leader di un partito marxista di massa (se tralasciamo l'assai meno originale Otto Bauer). Una delle ragioni per le quali gli storici, marxisti e non, lo hanno trovato cos gratificante  precisamente il suo rifiuto di lasciare il terreno delle concrete realt storiche, sociali e culturali all'astrazione e ai modelli teorici riduzionistici.
 dunque probabile che Gramsci continuer a essere letto soprattutto per la luce che i suoi scritti gettano sulla politica, per usare le sue parole "un insieme di canoni pratici di ricerca e di osservazioni particolari utili per risvegliare l'interesse per la realt effettuale e suscitare intuizioni politiche pi rigorose e vigorose".2 Non credo che coloro che cercano simili intuizioni si trovino soltanto a sinistra, sebbene per ragioni evidenti  pi facile che quanti condividono gli obiettivi di Gramsci guardino a lui per una guida. Come ha notato Joseph Buttigieg, gli anticomunisti americani sono preoccupati perch Gramsci pu ancora ispirare la sinistra post-sovietica, anche quando Lenin, Stalin, Trockij e Mao non possono pi farlo. Eppure, se ci si augura che Gramsci possa essere ancora la guida di una riuscita azione politica per la sinistra,  gi chiaro che la sua influenza internazionale  penetrata oltre la sinistra, e anzi al di l della sfera della politica strumentale.3
Pu sembrare futile che un dizionario filosofico anglosassone possa - e cito la voce nella sua interezza - ridurlo a una singola parola: "Antonio Gramsci (pensatore politico italiano, 1891-1937), si veda sotto EGEMONIA".4 Potr sembrare assurdo che un giornalista americano citato da Buttigieg abbia creduto che il concetto di "societ civile" fosse stato introdotto nel discorso politico moderno dal solo Gramsci.5 Eppure l'accettazione di un pensatore in qualit di classico permanente  spesso indicata proprio da simili superficiali riferimenti al suo riguardo da parte di persone che palesemente sanno di lui poco pi del fatto che  "importante".
Cinquant'anni dopo la sua morte Gramsci  diventato in questo modo "importante" anche al di fuori dell'Italia, dove la sua statura nella storia e nella cultura nazionali venne riconosciuta quasi fin dall'inizio. Ora lo  nella maggior parte del mondo. Anzi, la fiorente scuola storica degli "studi subalterni", con sede a Calcutta, sostiene che l'influenza di Gramsci sia tuttora in espansione. Egli  sopravvissuto alle congiunture politiche che gli diedero rilevanza internazionale, allo stesso movimento europeo comunista, ha dimostrato la propria indipendenza dalle oscillazioni delle mode ideologiche. Chi si aspetta oggi che possa tornare in voga Althusser, pi di quanto non si aspetti che possa farlo Spengler? Gramsci  sopravvissuto alla reclusione nel ghetto accademico che sembra essere il destino di tanti altri pensatori del "marxismo occidentale".  perfino riuscito a evitare di diventare un "ismo".
Quale sar la fortuna delle sue opere non possiamo saperlo; in ogni caso, lo status di Gramsci  gi sufficientemente certo e giustifica l'indagine storica sulla sua ricezione internazionale.
Gramsci in lingua inglese
La lista di autori internazionali le cui opere sono citate con maggior frequenza nella letteratura mondiale nel campo delle scienze umane e dell'arte contiene pochi italiani,6 e solo cinque nati dopo il Cinquecento. Per esempio, non include n Vico n Machiavelli; vi compare per il nome di Antonio Gramsci. Una citazione non  una garanzia di conoscenza o comprensione, tuttavia indica che l'autore citato gode di una presenza intellettuale. A cinquant'anni dalla sua scomparsa la presenza di Gramsci nel mondo era innegabile; ed era particolarmente notevole tra gli storici del mondo anglofono.
Gramsci divenne noto in quest'area subito dopo la guerra, che aveva portato numerosi intellettuali di lingua inglese in Italia. La sua opera era discussa favorevolmente nel "Times Literary Supplement" gi nel 1948, poco dopo cio la pubblicazione del Materialismo storico.7 Gli storici svolsero un ruolo importante nella sua scoperta al di fuori dell'Italia: uno di loro, un giovane britannico, compil quella che forse  la prima selezione dei suoi scritti in una lingua che non fosse l'italiano,8 e gi nel 1958 uno storico americano affermato ne discuteva in un saggio, dal titolo Gramsci and Marxist Humanism, in quella che  rimasta l'opera meglio nota in lingua inglese della storia intellettuale generale dell'Europa del primo Novecento, Consciousness and Society, a cura di H. Stuart Hughes.9 Un altro storico britannico, Gwyn A. Williams, produsse nel 1960 la prima discussione non italiana di The Concept of "Egemonia" in the Thought of Antonio Gramsci (nella rivista "Journal of the History of Ideas"). Allo stesso tempo, veniva completata una tesi di dottorato americana, ancora da parte di uno storico, che qualche anno dopo divenne il primo libro su Gramsci al di fuori dell'Italia: Antonio Gramsci and the Origins of Italian Communism di John M. Cammett.10 In breve, entro il 1960 di Gramsci si sapeva pi nel mondo anglosassone che da qualsiasi altra parte, Italia esclusa, sebbene fosse ancora abbastanza poco. Dal 1971 in poi, la selezione davvero felice di scritti gramsciani da parte di Hoare e Nowell Smith consolid il vantaggio di cui godevano i lettori in lingua inglese.11
L'influenza maggiore di Gramsci  stata naturalmente sugli storici marxisti, in qualche modo pi attivi e influenti nel mondo di lingua anglosassone che altrove in Occidente. Ciononostante, non vi  una "scuola storiografica gramsciana", n l'influenza di Gramsci sugli storici pu essere distinta chiaramente da quella che ebbe sul marxismo in generale. Gli scritti e gli esempi di Gramsci hanno soprattutto aiutato a rompere il duro guscio della dottrina che era cresciuto attorno al corpo vivente del pensiero marxista, nascondendo dietro appelli all'ortodossia testuale persino strategie e osservazioni originali come quelle di Lenin. Gramsci ha aiutato i marxisti a liberarsi dal marxismo volgare, e ugualmente ha reso pi difficile per gli oppositori di sinistra rifiutare il marxismo in quanto variante del positivismo determinista.
In questo senso le lezioni principali di Gramsci non sono gramsciane, ma marxiane. Sono una serie di variazioni sul tema proprio di Marx secondo cui "gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno [...] in circostanze scelte da loro stessi, bens nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a s, determinate dai fatti e dalla tradizione";12 (oppure, per dirla con Gwyn A. Williams, "la volont umana era centrale per il marxismo gramsciano, ma era una volont storica, adeguata alle realt oggettive della storia").13 Perfino l'insistenza di Gramsci, rara tra i suoi contemporanei marxisti, sull'autonomia delle sfere della politica e della cultura pu esser letta come un ricordo di Marx; fatto, questo, che un acuto studioso di Marx come il compianto George Lichtheim non manc di osservare.14
 quindi naturale che un'autorevole indagine sugli sviluppi della storiografia consideri Gramsci esclusivamente in questo contesto.15 E che uno storico marxista possa asserire: "L'influenza gramsciana sulla storiografia marxista non  particolarmente nuova. Nemmeno io penso che Gramsci abbia avuto davvero un approccio specifico alla storia diverso da quello di Marx",16 ebbene, non rende la sua influenza meno importante. Gli storici ansiosi di lasciarsi alle spalle le rigidit dell'ereditata tradizione comunista si trovarono enormemente incoraggiati e ispirati nello scoprire che questo "teorico di abilit non comune" (nel giudizio di Lichtheim) era dalla loro parte. Inoltre, pochi teorici marxisti emersi (o riscoperti), dagli anni Cinquanta in poi erano imbevuti di storia quanto lui, e quindi altrettanto utili come strumento di studio per gli storici o anche solo come lettura.
Tuttavia, vi  un'altra influenza specificamente gramsciana sugli storici, e non un semplice incoraggiamento ad avvicinarsi (o a ritornare) a Marx. Perch non soltanto vi sono concetti davvero fertili nell'opera teorica di Gramsci, che aggiungono, per cos dire, nuove dimensioni all'analisi storica, ma lui stesso scrisse parecchio di problemi che sono essenzialmente storici, oltre che politici.
Le sue riflessioni sulla storia italiana, sebbene assai discusse nel suo Paese, non hanno avuto grande eco altrove, fuorch nella ristretta comunit degli italianisti. D'altro canto, l'influsso diretto di Gramsci  forte, o addirittura dominante, in uno specifico campo, o anche in un insieme di campi, di studi storici: quello della storia dell'ideologia e della cultura, soprattutto in merito al suo effetto sulla "gente comune", in particolare nell'ambito della societ preindustriale. L'influenza di Gramsci in questo settore risale a parecchio tempo prima. Gi nel 1960 notavo che una delle affermazioni pi stimolanti nel lavoro di Antonio Gramsci era il richiamo a prestare un'assai maggiore attenzione che in passato allo studio del mondo delle "classi subalterne".17
La storia e lo studio del mondo delle classi subalterne sono divenuti da allora uno dei campi della storiografia cresciuti e fioriti con maggior rapidit. Viene praticato non soltanto dai marxisti e da un numero considerevole di coloro che possono essere meglio descritti come populisti di sinistra, ma anche da storici di altre ideologie. Non si pu affermare che questo campo si sia ampliato per volont di Gramsci, che ne aveva raccomandato lo studio; tuttavia, chiunque vi si addentri non pu fare a meno di accorgersi che proprio lui fu uno dei rari pensatori, tra i tanti (e l'unico nel marxismo occidentale, senza escludere lo stesso Marx) che se ne sia occupato in modo serio. Perch per quanto esista una lunga tradizione a cui lo storico di cultura erudita e le idee espresse nei libri possano richiamarsi, gli storici nel nuovo campo della cultura popolare erano praticamente privi di guida. Ne consegue il vuoto intellettuale alla base di concetti insipidi come quello di "histoire des mentalits".  quindi naturale che anche ai non marxisti che si accostano a quest'area, per esempio l'illustre storico di Cambridge Peter Burke, capiti di rivolgersi, anche solo incidentalmente, agli scritti di Gramsci, come nel suo innovativo studio Culture in Early Modern Europe.18 Anzi, oggi potrebbe essere difficile o impossibile discutere i problemi della cultura popolare, o di qualsiasi cultura, senza avvicinarsi maggiormente a Gramsci o senza fare un uso pi esplicito delle sue idee; come, secondo Burke, avrebbero fatto E.P. Thompson e Raymond Williams.19
Ma la forza dell'impegno intellettuale di Gramsci in questo campo, come in tutti gli altri che furono oggetto delle sue riflessioni e dei suoi scritti, consiste nel fatto che esso non  puramente accademico. La prassi stimol e rese fertile la sua teoria, di cui fu anche il fine. La ragione per cui la sua influenza sugli studenti di ideologia e cultura  stata insolitamente marcata,  che nemmeno per tutti gli addetti ai lavori della cultura popolare il campo  puramente accademico. Lo scopo di quasi tutti coloro che intraprendono questi studi non  principalmente quello di scrivere tesi e libri. Al pari di Gramsci, essi nutrono un appassionato interesse per il futuro, oltre che per il passato: il futuro della gente comune che forma il grosso dell'umanit, compresa la classe operaia e i suoi movimenti, il futuro delle nazioni e delle civilt. A settant'anni dalla sua morte siamo grati a Gramsci non soltanto per lo stimolo intellettuale, ma per averci insegnato che lo sforzo per trasformare il mondo non solo  compatibile con una riflessione storiografica originale, sottile e lucida, ma  impossibile senza di essa.
* Questo capitolo fu scritto originariamente come introduzione all'opera collettiva a cura di Antonio A. Santucci, Gramsci in Europa e in America, Laterza, Roma e Bari 1995.
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FINE Parte 3.